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I depliant a volte ingannano

Creato il 05 ottobre 2019 da Gadilu

I depliant a volte ingannano

Due settimane fa i bolzanini e i turisti che passeggiavano per il centro hanno ammirato la sfilata di 130 laureati e una ventina di docenti della LUB. Un’occasione per rendere visibile l’ateneo altoatesino al di fuori degli edifici in cui si svolge la sua consueta attività. Come noto, l’università fu fondata poco più di venti anni fa, e le cinque facoltà di cui dispone ne hanno intanto consolidato la buona reputazione. Rimangono tuttavia almeno due obiettivi ancora da cogliere: un maggiore radicamento degli studenti nel tessuto sociale e civile della provincia e una più effettiva messa in pratica del principio sul quale l’università basa la sua stessa definizione, vale a dire quella di rappresentare un polo di eccellenza multiculturale e plurilinguistico non ristretta alla carriera individuale di chi la frequenta.

Un paio di esempi concreti servono a chiarire il nodo in questione. La facoltà di Scienze della formazione (che ha sede a Bressanone) corrisponde solo in teoria all’immagine di un centro in cui “il trilinguismo della didattica e della ricerca, l’alto grado di internazionalizzazione e l’eccellente dotazione della strutture” sono le caratteristiche che ne renderebbero davvero “speciale” – come si legge nelle esaltanti note di presentazione – l’offerta. I percorsi formativi dei giovani insegnanti che in futuro occuperanno il delicato ruolo di educatori nelle scuole per l’infanzia e le elementari, infatti, ricalcano ancora il modello della specializzazione monolinguistica che informa in gran parte il modello didattico sudtirolese. Ma a cosa serve vantare un profilo plurilinguistico se non si riesce a progettare una ricaduta di tali competenze sull’intera società locale, in modo da renderla somigliante alle ambizioni della sua élite? Da questo punto di vista, in vent’anni i progressi paiono piuttosto modesti.

Ulteriore esempio futuribile. Sappiamo come uno dei problemi più scottanti sia oggi rappresentato dalla carenza di medici in grado di esprimersi con competenza tecnica nelle due lingue principali. Una facoltà di medicina locale potrebbe senz’altro aiutare, ma forse sarebbe già utile attivare dei corsi preparatori in grado di fornire a giovani aspiranti medici provenienti dall’Italia e dai paesi germanofoni quel tipo di preparazione linguistica (ovviamente congiunta a dei tirocini da svolgere nelle nostre strutture sanitarie) che poi, dopo il conseguimento della laurea, diventa inevitabilmente molto più difficile acquisire a causa dei faticosi turni di lavoro e delle altre incombenze legate allo svolgimento della professione. È solo un’idea, certo, forse ingenua e inattuabile nel brevissimo periodo, però sarebbe un tentativo concreto di passare dai depliant alla realtà che ci circonda.

Corriere dell’Alto Adige, 5 ottobre 2019

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