Come quell’inciso secondo il quale non esisterebbero più i valori, i vecchi, sani valori di una volta.
Non c’è più religione, la politica non è più come prima.
Esili argomentazioni che allontanano da ciascuno di noi qualsiasi responsabilità.
Esistono dei luoghi comuni nei quali le persone devono entrare.
Non-luoghi, punti di transito obbligatorio, nel corso della giornata, della settimana, di un anno o di un lustro.
E persone ci vanno per compiere un predeterminato ciclo di azioni, per esaudire uno script già ripetuto, che si ripeterà infinite volte.
Il supermercato è uno di questi: l’ingresso con ampio parcheggio, le porte automatiche, le luci artificiali, la musica in filodiffusione.
Le casse e gli scaffali con la merce.
Un contesto con cui chiunque ha una elevata familiarità, ma a proposito del quale nessuno ci riflette su più di tanto.
Eppure, il supermercato riflette, riflette il tempo e la società. Riflette la storia e la politica.
Siamo attirati dal packaging, ammorbati dalla pubblicità, convinti con l’insistenza del messaggio e dall’esposizione estesa orizzontalmente sui ripiani: è il consumo, quello che conta, o il consenso.
Aggirandoci tra i reparti de “I Divi 150” siamo messi di fronte ad un secolo e mezzo di brand unificato sotto l’antico nome di Italia, tramite chi, nel bene o nel male, questo brand lo ha incarnato: i presidenti della repubblica e del consiglio, diventati prodotti ad uso e consumo del nostro (immaginario) quotidiano.
Un prodotto, in fondo, è solo un prodotto, perché mai e che cosa dovrebbe rappresentare, a parte sé stesso e l’uso che dovrei farne?
E forse per la prima volta, il consumatore pensa, riflette il tempo e la società, la storia e la politica: lo fa davvero, senza automatismi.
E l’elettore che è in noi, il militante o il simpatizzante, l’accanito critico di questa o quella figura politica, l’indignato che alza gli occhi al cielo ad ogni lettura di giornale, forse sono ancora più sconvolti.
Perché questa rappresentazione grottesca, satirica, potrebbe comunicare qualcosa: che una scelta non c’è mai stata, nel supermercato della politica. Si finisce per scegliere un prodotto anziché un altro per mera convenienza o perché si nutre fiducia in un marchio, ma è un operazione stringente, guidata passo passo, che porta ad un risultato prestabilito.
Non c’è molta distinzione tra fare la spesa e andare a votare: si deve scegliere tra quello che c’è, non è possibile esulare.
La dittatura della scelta, altro non è che una questione di etichetta.
Riferimenti:
I Divi 150: www.divi150.it
Associazione SlowComix: www.slowcomix.it
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