I fantasmi di pietra/Mungiture

Creato il 10 dicembre 2010 da Mapo
Ogni tanto leggo. Soprattutto in quelle mezzore interminabili sui mezzi pubblici che mi separano dall'ospedale, ogni mattina. Solo raramente, però, racconto che cosa leggo e, ancora meno spesso, lo cito. Questa sera ho voglia di farlo, a più riprese.Ho preso questo libro un po' per caso, dopo aver visto una bizzarra intervista dell'autore (un tizio con la barba, una bandana da centauro e una maglietta nera smanicata), alle Invasioni Barbariche. E allora di corsa alla biblio di via Tibaldi, ed eccomi tra le mani "I fantasmi di pietra", di Mauro Corona, romanzo tutt'altro che scontato e un po' naif, in cui questo montanaro tutto di un pezzo ripercorre le vie di Erto, suo paese natio, nelle varie stagioni dell'anno descrivendo questo piccolo angolo di paradiso tramutato di colpo nell'infermo del Vajont.La tragedia della diga non viene descritta o narrata, ma aleggia passo dopo passo, nelle rovine delle case ai bordi del selciato, nei ricordi felicemente mitizzati dello scrittore e nelle tante storie dei suoi abitanti che riempiono buona parte del libro. Eccone una un po', come dire, "particolare".
Avanzo ancora un poco, fino all'ultima stalla. La via finisce. Oltre, vi sono prati a pendenza verticale induriti dal gelo, qualche campo pietrificato; una coperta di neve ormai solida ricopre tutto. Più in là, nemmeno duecento metri, c'è la dimora finale, il piccolo cimitero dove riposano in pace tutti gli ertani, sepolti con i loro dolori e le loro fatiche, le loro speranze. L'ultima stalla, un po' fuori mano, mi riporta alla memoria una donna. Sbircio dalla finestra. Ragnatele piene di polvere penzolano come reti da pesca. Una falce, un rastrello, un secchio da mungitura, testimoni del passato agricolo, stanno in un angolo. Quella donna era contadina, ma non avrebbe sfigurato in un film di Fellini. Bella, capelli scuri, raccolti dietro la nuca in una crocchia tenuta da spilloni. Un sedere da far girare la testa, fianchi come una manza. Da giugno a settembre mandava le vacche in malga, tranne una che teneva per il latte. D'estate mungeva con la porta della stalla aperta. Mungeva indossando la gonna. Per tenere stretto il secchio tra le cosce, se la tirava su fino alla pancia. Seduta sul seggiolino, mostrava quelle gambe splendide fino al bordo delle mutande bianche come il latte nel secchio. Non vi era giorno che Silvio, l'Altro Carle e io non si passasse davanti alla porta all'ora della mungitura. Guardavamo estasiati quelle cosce bianche, forti e terribili, così invitanti e così irraggiungibili agli occhi di tredicenni. Dopo aver guardato, come a segnale convenuto, con una scusa o con l'altra ci separavamo, ognuno in cerca del cespuglio, del fienile, o un altro luogo dove liberarci a mano dalla voglia che ci prendeva a vedere quelle gambe. Dopo il Vajont quella donna vendette le mucche e se ne andò in una città del nord, la pacchia per noi finì. Forse non lo sapeva, ma fu la causa di centinaia di nostre manovre manuali, una per ogni mungitura.

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