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I figli non si pagano (né si regalano) e le donne non si affittano – due opinioni sulla maternità surrogata

Da Bambolediavole @BamboleDiavole

Il dibattito sulla questione della maternità surrogata si infiamma e io sento di voler dire qualcosa in proposito. Mi è stato detto che mi mancano le basi, e allora vorrei provare a dire quali penso che siano queste basi.

Senza andarle a cercare, ho due riflessioni che vorrei condividere.

La prima: il caso della gravidanza portata avanti da una donna per altri in modo del tutto libero e altruistico certamente esiste, ma si tratta di un’esigua minoranza, mentre è certo molto, molto più comune il caso della coppia ricca che paga una donna in stato di necessità perché lo faccia. Già questo mi parrebbe sufficiente per dire che la pratica della maternità surrogata sia qualcosa da vietare.

Le donne non sono beni da affittare – e vorrei ricordare che non si affitta un utero, si affitta una donna; non è che l’utero ce lo si estirpa e si mette da parte come fosse un’incubatrice – e qualunque donna volesse farlo davvero per libera scelta, non dovrebbe farlo per tutelare chi questa scelta non ce l’ha. E’ il senso del patto sociale.

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La seconda e la più importante: avere un figlio non è un diritto. Il motivo è talmente semplice che non ci si riflette mai: non è tuo figlio che è tuo; sei tu che sei di tuo figlio. Non sei tu che rivendichi un diritto su un bambino, è il bambino che rivendica un diritto su di te (genitore, padre o madre che sia). E questo è vero alla nascita ed è vero dopo. Non è un figlio che ha il dovere di accudire i genitori, sono i genitori che hanno il dovere di accudire i figli; un figlio accudisce per amore, un genitore ha il DOVERE dell’amore. Perché sono i genitori che mettono i figli a questo mondo, e da quel momento devono loro semplicemente tutto.

il corpo è mio, anzi: sono io; e lo stesso vale per il corpo degli altri. Come si può omettere questa riflessione? L’idea di un figlio come qualcosa che si può regalare o peggio comprare… Un figlio non si sottomette a condizione, un figlio è “l’altro”, quello che con la sua libertà e diritti limita i nostri. Una donna che porta avanti una gravidanza nel suo corpo, in sé stessa, non può farlo sotto condizione, sotto contratto né donando, né vendendo.

Un figlio è un atto di speranza, non un oggetto o un prodotto.

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“Una sera mi dicesti Filume’, facciamo finta di volerci bene; io quella sera ti ho voluto bene veramente, tu no, tu avevi fatto finta. E quando te ne andasti, mi regalasti la solita 100 lire. E’ quella cento lire. Io ci segnai l’anno, il giorno e poi tu partisti come al solito, e quanto tornasti tenevo un pancia così. Ti feci dire che stavo poco bene, che ero andata in campagna. Ci sta uno conticino che mi serve: la data che ci ho scritto. Ecco. Tiè. I figli nun se pagano.” Filumena Marturano

Non siamo incubatrici, l’abbiamo rivendicato in ogni modo, ma vogliamo permettere a noi stesse di considerarci tali?

E vogliamo considerare un bambino un oggetto? Un regalo? O quello che semplicemente è? Una persona della quale come genitori abbiamo la responsabilità e verso la quale abbiamo doveri, ma sulla quale non abbiamo diritti. 

Forse si deve cambiare punto di vista?

Giulia


La questione degli uteri in affitto sta suscitando non poche polemiche. Sebbene mi sia sempre voluta tenere fuori da diatribe del genere, sento la necessità di prendere posizione:

NO ALL’UTERO IN AFFITTO

Mi sembra assurdo dover giustificare queste mie parole e ho trovato pazzesco leggere in rete “pacate discussioni” dove chi asseriva quanto da me scritto è stato accusato di omofobia, vetero femminismo, maschilismo ecc ecc… Nell’era dove in tanti si proclamo #JeSuisCharlie, alcuni sbotti mi lasciano veramente sbigottita e perplessa. Ma vabbè…

Le accuse di omofobia, in particolar modo, creano davvero profondo giubilo: la surrogacy è una pratica che può essere utilizzata da tutti i tipi di coppie e, come ci spiega il Ricciocorno, fino ad oggi sono ricorsi ad essa molte coppie eterosessuali. Non viene messa in discussione la possibilità di avere dei figli alle coppie gay, bensì la modalità di farli.

Perché non sono d’accordo?

Partiamo da un assioma fondamentale. Il femminismo nasce come un movimento che porta la donna ad emanciparsi. Emancipazione , nel senso più esteso del termine, si riferisce a tutte quelle azioni che permettono a una persona o a un gruppo di persone di accedere ad uno stato di autonomia attraverso la cessazione della dipendenza (dell’assoggettamento) da una qualche autorità o potestà.

Vendere il proprio corpo, una parte di esso, diventare un’incubatrice, anche se si sceglie liberamente di farlo, rende impossibile alle donne tutto questo. Permettere a qualcuno di comprare il corpo delle donne e di disporne come meglio crede, in questo caso come una stanza in affitto, non è una libera scelta; significa scegliere di essere una “merce consenziente” ( quando la donna è fortunata) all’interno di un mercato.

La donna diventa uno strumento, un mezzo, una cosa, un oggetto. Ed essere una madre surrogata non è una cosa semplice, se volete approfondire leggete un interessantissimo articolo a riguardo scritto dal Ricciocorno: La madre surrogata

Molti, con il famoso ditino inquisitore puntato contro, potranno gridare: “Sei una moralista!”. Ma non è la morale ad essere tirata in ballo bensì l’etica. Due concetti che, a quanto pare, si confondo, ma che in realtà sono diversi fra loro.

Inoltre vorrei anche rispondere ai tant* che hanno detto che paragonano l’utero in affitto con la donazione dello sperma: “sostenere che servirsi di un donatore di sperma (un uomo che entra in una stanza e dopo 5 minuti consegna un bicchierino di spermatozoi) o di una madre surrogata (una donna che si sottopone a terapie ormonali pre-impianto, quindi affronta 9 mesi di gravidanza e poi un parto) significa imporsi volutamente di ignorare delle macroscopiche differenze.” ( Il corpo della madre surrogata)

Il discorso riguardante l’utero in affitto, come quello della prostituzione, ruota sempre intorno alla donna in quanto quest’ultima è ovviamente l’oggetto messo in vendita, sono pochi quelli che spostano l’attenzione su chi usufruisce dei vari servigi ed è di questi che io vorrei parlare. Possibile che si ritenga corretto che una persona possa avere così tanto potere da poter comprare una donna e usare il suo utero per avere un figlio? E per tutti quelli che giustificano la scelta di vendersi per un bisogno economico: è giusto che una persona, comprandone un’altra, approfitti di una debolezza per poterne trarre un proprio vantaggio?

Si millanta tanto la libertà di scelta, ma una donna che ha bisogno di affittare il suo utero per mancanza di soldi o di prostituirsi per pagare gli studi è veramente libera? Non è probabilmente schiava di una sistema che non funziona e che permette a qualcuno di approfittare di una situazione di bisogno?

Inoltre spesso si dimentica anche un altro oggetto che fa parte della transazione “utero in affitto”, il\la bambin*. Un essere umano che viene commissionato come se fosse una macchina. Io capisco che molte persone desiderano ardentemente di diventare genitori, ma dire sì a questa pratica, secondo me, da implicitamente il permesso ad una sorta di “mercato di neonati” dalla difficile regolamentazione.

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Tanta gente che si proclama femminista e difende il diritto a vendersi esclama a gran voce: Il femminismo è l’idea radicale che le donne sono essere umani” … esseri umani, non oggetti.

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Altri articoli a riguardo:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/12/06/utero-in-affitto-quando-la-liberta-viene-confusa-con-liberalizzazione/2282998/

http://www.cheliberta.it/2015/12/04/appello-che-liberta/

https://paroladistrega.wordpress.com/2015/12/08/a-a-a-uteri-in-affitto-e-bambini-in-vendita/

http://blog.iodonna.it/marina-terragni/2015/12/08/9-domande-e-9-risposte-sullutero-in-affitto/?refresh_ce-cp

http://anarkikka.blogautore.espresso.repubblica.it/2015/12/16/utero-in-affitto-io-non-ho-certezze/


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