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I film dimenticati. “Bug – la paranoia è contagiosa” un capolavoro di carne

Creato il 01 marzo 2015 da Fabio Buccolini

Il cinema del terrore è sicuramente un comparto della settima arte che privilegia la forma, rispetto al contenuto. Dimostrazione, questa, che è sbagliato pensare che il fattore paura sia esclusivamente legato al tasso di sangue o di mistero inserito in una storia. William Friedkin ci regala una pellicola sulla scia di “Psycho”, un eccellente horror da camera che, grazie alla sua infallibile strutturazione, terrorizza con l’invisibile.
Bug

Per la prima volta, Friedkin utilizza un’opera teatrale del premio Pulitzer Tracy Letts come base di sviluppo. Forte dello spessore e della solidità di questo telaio verbale, comincia a dar forma all’impianto visivo. Infatti basta poco ad immergersi nel mondo di Agnés , una donna ancora giovane che fa la domestica. Non riuscendo a dimenticare il suo tragico passato, conduce una vita solitaria. Vive in un motel cadente, con la perenne paura che il suo ex marito possa venire a cercarla per vendicarsi e picchiarla ancora una volta. Nonostante le sue paure, quando Agnés conosce Peter, un uomo instabile e pieno di comportamenti eccentrici, inizia una relazione con lui e si permette di ricominciare a sperare… finché non iniziano ad arrivare i primi insetti…
Bug è un opera agghiacciante. Dal primo all’ultimo minuto il regista ci delizia con un film orribilmente bello e impressionate in cui la paranoia e la disperazione fanno da capostipiti.
Il lavoro di Friedkin misura le paure di due instabili protagonisti che diventano inconsapevolmente degli strumenti bomba che non aspettano altro che scoppiare, dentro di loro non esiste più un mondo ma una squallida stanza d’hotel che diventerà l’incubatrice dei loro incubi.
Ed è solo nel frangente finale che la paura si avvera, ma proprio per mano delle due “vittime” che costruiscono un micro-inferno domestico, foderando di fogli d’alluminio l’angusta camera di motel di Agnes, illuminata solo dal gelido, accecante barlume azzurro dei neon antinsetto. Così quella squallida stanza, unico spazio scenico quasi per l’intera durata dell’opera, diventa la concretizzazione speculare della mente malata di Peter, sulle cui pareti lucide e accartocciate si riflettono le forme distorte della realtà, come su un enorme specchio deformato. Ed è proprio a causa di questa percezione fallace che del sangue viene versato, all’improvviso e senza rimorso, prima che i due amanti completino la metamorfosi e si congiungano in un ultimo, ampio abbraccio infuocato, a suggellare un amore morboso, paranoico e, forse, puro.
Friedkin inietta nel copione le dovute dosi di violenza e aggressione e, senza mai sconfinare nella banale pornografia della tortura, sottopone il pubblico ad alcuni tour de force emotivi che raggiungono i culmini nella scena “dei denti” e nel semi-monologo finale di Agnes.
Il regista sembra aver trovato la passione e l’energia di un esordiente e attacca la telecamera ai protagonisti, cercando di non perderli mai di vista, rafforzando ansia e claustrofobia.
Impossibile poi non menzionare le straordinarie prove recitative, da una Ashley Judd (La tela dell’assassino) che finalmente tira fuori gli attributi e sforna uno dei monologhi più efficaci visti di recente e un Michael Shannon (La Casa Maledetta) che ha il compito relativamente facilitato dall’aver recitato per molte volte lo stesso ruolo a teatro e che si insinua con un fare fra il sinistro e il goffo per poi dare spazio a una recitazione sempre più fisica.
Il film però non si esaurisce con i titoli di coda: il regista continua a spargere fulminei frammenti delle insostenibili sequenze precedenti. Un invito a rivedere, ripensare, ricomporre un’opera splendida e disturbante che continua a crescere sotto pelle, inarrestabile, proprio come gli afidi dopo lo schiudersi delle loro uova.
Tutto questo dimostra solo una cosa: è triste lo stato di salute dell’industria horror e del suo pubblico se si continuano a premiare con alti incassi, distribuzione massiccia e scarsa interferenza da parte della critica pellicole dal livello qualitativo così basso come Hostel 2 o Turistas per poi relegare nel dimenticatoio maestri del calibro di un William Friedkin (L’Esorcista), ancora adesso capaci di reggere a occhi chiusi il confronto con i vari Eli Roth, James Wan e compagnia varia.
Riflettiamo ragazzi…riflettiamo.

FABIO BUCCOLINI



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