I LIBRI DEGLI ALTRI n.90: La narrazione come forma privilegiata della vita. Fabio Stassi,” L’ultimo ballo di Charlot” & “Come un respiro interrotto”

Creato il 28 luglio 2014 da Retroguardia

 

La narrazione come forma privilegiata della vita. Fabio Stassi, L’ultimo ballo di Charlot, Palermo, Sellerio, 2012; Come un respiro interrotto, Palermo, Sellerio, 2014

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di Giuseppe Panella

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E’ strapotente nella scrittura di Fabio Stassi la tentazione della nostalgia, la sua volontà di fare del passato la chiave di volta su cui si può costruire la prospettiva del presente, il desiderio di rendere mediante un’affabulazione forte e rigorosa le atmosfere, i sogni, i desideri e le disillusioni di una generazione ancora non del tutto perduta.

Il suo esordio narrativo (che gli fruttò il Premio Vittorini Opera Prima[1]) è stata una “storia di formazione” ambientata nella Sicilia degli Anni Cinquanta ancora provata, nel suo sforzo di rinascita e di crescita morale e civile, dalle conseguenze della strage di Portella delle Ginestre avvenuta nel primissimo dopoguerra.

A Fumisteria sono seguiti in rapida successione, l’anno dopo, E’ finito il nostro Carnevale, ardita e funambolesca storia di taglio picaresco in cui si narra il furto della mitica Coppa Rimet (quella destinata al paese che avesse vinto per tre volte la Coppa del Mondo di calcio[2]) e poi nel 2008 La rivincita di Capablanca, vicenda romanzata con protagonista un mito mondiale del gioco degli scacchi, José Raúl Capablanca, scacchista cubano analfabeta ma imbattibile e dalla vita sentimentale piuttosto complicata[3].

Nel 2010 è, invece, il “dizionario dei personaggi di romanzo” Holden, Lolita, Zivago e gli altri. Piccola enciclopedia dei personaggi letterari (1946-1999)[4], un tentativo di sintetizzare in brevi ritratti di personaggi romanzeschi decenni di letture approfondite e pertinaci (Stassi si definisce “un pendolare della letteratura” visto che trascorre lunghi periodi in treno per raggiungere ogni giorno Roma, dove lavora presso la Biblioteca di Studi Orientali della Sapienza, partendo da Viterbo dove, invece, abita e che ha scritto gran parte dei suoi romanzi nelle carrozze ferroviarie che frequenta assiduamente).

Ma il grande lancio letterario di Stassi è costituito da L’ultimo ballo di Charlot del 2012 dove la sua poetica della ricostruzione onirica di vicende storiche realmente e storicamente accadute trova la sua dimensione più adeguatamente rappresentata.

In una notte del 1971 e precisamente il 24 dicembre, la Morte visita l’ormai anziano Charlie Chaplin che vive a Corsier-sur-Vevey, in Svizzera, ormai da moltissimi anni, fin dal 1952 cioè, praticamente da quando il Ministro della Giustizia statunitense gli aveva impedito di rimettere piede sul suolo statunitense per le sue supposte attività anti-americane e filo-comuniste.

Ma Chaplin non vuole morire, ha un figlio ancora piccolo (Christopher nato nel 1962) che vuole vedere crescere un po’ di più e propone alla Morte di dargli una dilazione dell’evento finale[5] se la farà ridere in qualsiasi modo. L’inventore di Charlot ci riesce per un numero impossibile di volte e, nelle pause tra una visita e l’altra del funereo personaggio, scorrono, quasi dei rulli del cinema delle origini, le vicende più note della sua vita. Ma si possono leggere anche storie laterali alla sua esistenza o episodi del tutto inventati che hanno a che fare con la sua esistenza di attore e di uomo.

«Non ho mai confessato a nessuno, invece, come iniziò per davvero la mia carriera e tutte le storie che mi accingo a scrivere adesso, perché neppure tua madre[6], la mia Oona, se le sarebbe bevute. Non volevo sciupare il segreto più prezioso della mia esistenza, una specie di promessa infantile alla quale vorrei poter dire di essere rimasto in qualche modo fedele e che riscatta tutti i miei errori, e le mie contraddizioni, e il caos dei miei ricordi. Ma ormai sono abbastanza vecchio per infischiarmene della reputazione e di altri timori del genere. Alla mia età è facile confondersi. Come si fa, del resto, a credere di avere stretto la mano di Debussy o di Stravinskij, Rubinstein, Brecht, Gandhi, di avere giocato a tennis, in pantaloncini corti, con Ejzenštejn e con Buñuel, di essere stato ricevuto da re, principi e presidenti, e che Albert Einstein in persona scoppiasse in lacrime come un bambino davanti ai miei film? La mia memoria è un guardaroba così inverosimile che non so più se quello che contiene l’ho vissuto realmente oppure l’ho sognato. Non ci può essere, per me, un confine chiaro tra tutte le cose che mi sono accadute e quelle che non ho smesso di inventare solo nella mia testa»[7].

L’ultimo ballo di Charlot non è certamente una biografia storica e neppure romanzata del grande attore britannico quanto un tentativo di ricostruirne lo spirito e le possibili proiezioni romanzesche a partire da alcuni momenti della sua vita. Ad esempio, nel romanzo di Stassi si parla a lungo del film Il circo del 1928 che, invece, non viene neppure nominato nell’autobiografia dell’attore inglese[8].

Quello che interessa Stassi, tuttavia, non sono tanto la carriera cinematografica di Chaplin né la sua poetica autoriale – ciò che intende realizzare, invece, è un ritratto dell’”artista da giovane” e, insieme, una sorta di storia degli Stati Uniti di quegli anni attraversata e conosciuta durante i viaggi in treno che l’attore compì in lungo e in largo alla ricerca della propria vocazione al successo.

La parabola di Chaplin / Charlot non può che concludersi con una capriola e uno sberleffo da clown, come avviene sempre nei suoi two-reels e nei suoi film:

«Siamo ai titoli di coda, caro Christopher, e non posso che esserti grato per la tua funambolica pazienza se hai resistito sin qui a tutte queste chiacchiere. Per una volta non sono stato fedele al mio principio che ogni storia dovrebbe essere come un albero che si scuote e tutto quello che non serve si fa cadere a terra, lasciando solo l’essenziale. Questa lettera non è un film, e io volevo che sapessi tutto, anche le cose superflue, perché non mi ricordo più dove ho nascosto la verità. Sarebbe bello dissolversi con un ultimo abracadabra. Su un’aeronave, un treno o una mongolfiera. Ma in fondo sono contento di andarmene a cavalcioni solo delle mie parole. Dicono che l’universo sia nato da una grande e incomprensibile esplosione. Secondo me, deve essere successo sulla pista di un circo. Una donna volteggiava in aria e un uomo ne catturò il movimento in una scatola magica, e lo riprodusse all’infinito, fino a popolare di ombre la terra, e a riempirla di segatura, di risate, di lacrime. Non può che essere andata così, Christopher, perché solo nel disordine dell’amore ogni acrobazia è possibile. Ciao, tuo padre Charles»[9].

 

Come un respiro interrotto, invece, pubblicato due anni dopo, è, in realtà, tutto un altro libro, anche se conserva con il precedente l’aspirazione a ripercorrere, attraverso tagli narrativi folgoranti e spesso disorientanti rispetto alle pagine precedenti, una vita immaginaria di artista, in questo caso di cantante e di donna (Soledad Statera, figlia di un immigrato siciliano trapiantato a Roma e appartenente a un clan in cui convergono apporti che vengono dall’America Latina (Argentina, Uruguay) e dalla Tunisia con forti intrecci con quella dell’Albania e le sue diramazioni italiane, la cosiddetta cultura arbërëshe o greco-albanese[10]).

Non si possono certo sottovalutare gli apporti autobiografici all’intelaiatura del romanzo e alle sue linee di sviluppo ma non credo che siano sufficienti a definirne le linee portanti.

Quello che predomina, invece, è una forte tensione nostalgica verso un passato di vita e di vite non più ricomponibile né riproponibile (e di esso fanno parte anche le lotte – memorabile quella dei senza casa a Palermo che occuparono per parecchi giorni la splendida Cattedrale normanna della città) e l’aspirazione a raccontarlo per accenni, per nuances, per sensazioni lette e ritrascritte attraverso i ricordi talvolta vividi, talvolta appannati, dei suoi protagonisti.

Soledad è presentata ex abrupto dalle parole di Matteo, contrabbassista di talento, che l’affianca in un concerto di prova al Folkstudio e della quale si innamorerà perdutamente per tutta la vita (in quell’occasione la ragazza canterà una canzone, Alfonsina y el mar, che poi ritornerà integralmente nelle pagine finali del libro). La ricostruzione della sua vita poi continuerà alternando diversi segmenti di flusso di coscienza e di ricordo attribuiti alla stessa Sole, in particolare relativi alle storie personali e alle figure dei parenti con cui condivide un affollatissimo appartamento in Trastevere a Roma (la nonna Lupe fuggita a sedici anni con un tunisino e mai perdonata dal padre, nonna Antonina che viene dalla Sicilia dei greco-albanesi, lo zio folle e straordinario aggiustatore di scarpe, detto appunto lo zapatero (il calzolaio), lo zio Pepe, la fragile e coraggiosa madre Anna, il padre sempre corrucciato e melanconico che, però, si inginocchia a baciare la terra natia tutte le volte che ritornava in Sicilia per le vacanze, il fratello Tommaso, umbratile e in rivolta, destinato a una mediocre carriera di attore teatrale).

Ai ricordi di Sole si alterneranno le storie raccontate dal fratello di Matteo, Lorenzo, con il quale Sole avrà una struggente giornata d’amore, quelle di altre persone che l’hanno conosciuta come, ad esempio, Paolo, membro di una comunità di recupero per drogati in Sicilia fondata a partire da un mulino restaurato dalla torinese Piera (poi vittima delle pistolettate della Mafia come accadde con Marco Rostagno al quale il suo personaggio, in tutta evidenza, si ispira).

Sovrana su tutte, tuttavia, è la voce di Soledad – si tratta di una voce che sembra provenire da un altro luogo e da un’altra dimensione, fatta di una sostanza quasi impercettibile ma solidissima che ricorda, in alcune fasi della sua emissione vocalica, un respiro interrotto:

«Finalmente Sole aprì la bocca, ma non cantò delle parole, all’inizio fu solo un filo di voce, appena un soffio, e su questo soffio si formarono dei vocalizzi, degli armonici attutiti e sommersi. A tutti parve che ci fosse qualcosa di stonato, le prime parole arrivarono con un imprecisabile ritardo, in levare, non in battere, e questo creò uno scompenso, un’aritmia, anch’io persi il tempo, sembrava una sgrammaticatura, una sospensione di ogni misura, come se tutto potesse girare in un altro verso. Qualcosa di simile l’avevo già sentita in certi dischi di jazz, quando ci suonavo dietro, ma non ne avevo mai fatto esperienza dal vivo, non avevo mai incontrato qualcuno che respirasse in quel modo. Chiusi gli occhi e avvertii nitidamente il suo odore. Per la prima volta dovevo seguire i passi di un altro, non ero più io a portare ma venivo portato, e tutto questo mi liberò di colpo dal peso della responsabilità che in parte mi aveva sempre dato la musica, mi contagiò un’euforia mai sperimentata prima, la stessa incredulità che dà sempre la bellezza quando ti assale di sorpresa»[11].

Ma quel respiro interrotto cui si alluderà in un altro episodio lancinante (quello del “concerto al buio”) ricorda, ma a rovescio, il “respiro ininterrotto” della Beat Generation e, in particolare, la “prosa spontanea” di Jack Kerouac in quello che è probabilmente il suo capolavoro, The Subterraneans.

La voce di Sole fluirebbe ininterrottamente se il mondo e la vita che la circonda non la fermasse con la sua crudele volontà di possesso e di controllo, se il gioco dell’amore e delle casualità dell’esistenza non le facessero il vuoto intorno, se lei stessa non avesse deciso, autonomamente e forse masochisticamente, di interrompere, invece, il flusso del suo canto per dedicarsi a lavori poco interessanti e poco importanti (il negozio di materiale fotografico del signor Rocco situato in un paese vicino Reggio Emilia, ad esempio) e poi scomparire nel nulla, a Kalamet, in Sicilia, il luogo di origine del padre, così come dal nulla era venuta alla ribalta con la sua tonalità incomparabile. Così, alla fine del romanzo, il primo dei narratori, ancora Matteo, conclude il suo lungo rammemorare il destino perduto di Soledad:

«Avevo ancora un aereo da perdere, un bicchiere mai riempito da ritrovare. E una storia che si poteva suonare soltanto sulla tastiera spezzata di un contrabbasso. Chissà, cambiare aria mi avrebbe fatto bene. Erano anni che non mi mettevo più in viaggio per andare alla tua ricerca. Sole, il mondo ha un ritmo in battere e noi in levare e io non lo so perché il sei non è nove[12]. Controllai l’orologio. Doveva essersi fermato nella notte perché segnava un’ora impossibile. Era finalmente troppo tardi per tutto»[13].

A differenza del precedente romanzo su Chaplin e l’America, qui è l’Italia ad essere la protagonista segreta del romanzo: un paese dilaniato e sconvolto da lotte, conflitti e insanabili contraddizioni ma sconvolgentemente bello come il “respiro interrotto” della protagonista di questa storia di amore, nostalgia e morte.

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NOTE

[1] F. STASSI, Fumisteria, Messina, GBM Edizioni, 2006.

[2] F. STASSI, E’ finito il nostro Carnevale, Roma, Minimum Fax, 2007.

[3] F. STASSI, La rivincita di Capablanca, Roma, Minimum Fax, 2008.

[4] F. STASSI, Holden, Lolita, Zivago e gli altri. Piccola enciclopedia dei personaggi letterari (1946-1999) , Roma, Minimum Fax, 2010.

[5] Si tratta dell’aneddoto che è al centro di una magnifica novella del 1829 di Prosper Merimée intitolata Federigo e che è fondata su un espediente narrativo analogo (tale testo narrativo fu poi ripubblicato dallo scrittore parigino nella raccolta Mosaïque del 1833).

[6] Nel romanzo si finge che Chaplin stia scrivendo una lunga lettera (di cui consisterà poi l’intero libro di Stassi) proprio al suo ultimo nato, il piccolo Christopher, per illustrargli la sua storia di uomo e di artista..

[7] F. STASSI, L’ultimo ballo di Charlot, Palermo, Sellerio, 2012, p. 23.

[8] C. S. CHAPLIN, La mia autobiografia, trad. it. di V. Mantovani, Milano, Rizzoli, 19932. L’omissione del film – probabilmente uno dei più belli del regista-attore – è probabilmente legata al pessimo ricordo che egli aveva di quel periodo, legato com’era al complesso e turbolento divorzio con la seconda moglie Lita Grey.

[9] F. STASSI, L’ultimo ballo di Charlot cit. , p. 265.

[10] A un tale contesto, anzi groviglio, culturale e umano che ne ha segnato profondamente l’approccio culturale e anche quello umano, appartiene lo stesso scrittore.

[11] F. STASSI, Come un respiro interrotto, Palermo, Sellerio, 2014, pp. 26-27.

[12] Matteo allude a un biglietto lasciato in una camera d’albergo a Kalamet, in Sicilia, in cui Sole si pone questa domanda “Perché 6 non è 9?” proprio prima di scomparire.

[13] F. STASSI, Come un respiro interrotto cit. , p. 305.

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[Leggi tutti gli articoli di Giuseppe Panella pubblicati su Retroguardia 2.0]

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I libri degli altri è il titolo di una raccolta di lettere scritte da Italo Calvino tra il 1947 e il 1980 e relative all’editing e alla pubblicazione di quei libri in catalogo presso la casa editrice Einaudi in quegli anni che furono curati da lui stesso. Si tratta di uno scambio epistolare e di un dialogo culturale che lo scrittore intraprese con un numero notevolmente alto di intellettuali e scrittori non solo italiani e che va al di là delle pure vicende editoriali dei loro libri. Per questo motivo, intitolare una nuova rubrica in questo modo non vuole essere un atto di presunzione quanto di umiltà – rappresenta la volontà di individuare e di mettere in evidenza gli aspetti di novità presenti nella narrativa italiana di questi ultimi anni in modo da cercare di comprenderne e di coglierne aspetti e figure trascurate e non sufficientemente considerate dalla critica ufficiale e da quella giornalistica corrente. Si tratta di un compito ambizioso che, però, vale forse la pena di intraprendere proprio in vista della necessità di valutare il futuro di un genere che, se non va “incoraggiato” troppo (per dirla con Alfonso Berardinelli), va sicuramente considerato elemento fondamentale per la fondazione di una nuova cultura letteraria… (G.P)

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