Da settimane, senza ridurre i post ad argomenti da addetti ai lavori, e provando a trasmettervi con parole semplici come mi sono avvicinato a certi romanzi, con conseguenti emozioni/pensieri, vi sto presentando la mia classifica, non certo apodittica, non certo universale, un punto di vista schietto e meditato. Ogni mercoledì si danno appuntamento in questo blog centinaia e centinaia di persone, i picchi più alti di visite della settimana. Mi sono chiesto la ragione. Amore per la bruttezza di alcuni libri? Amore per le polemiche? Curiosità?
Non ho risposte definitive, di sicuro è impressionante quanti desiderino attendere il mercoledì per seguire questo appuntamento.
Mi sono altresì chiesto con quale diritto inserire un romanzo in una classifica di bruttezza, dato che lungo la filiera d’un libro vi sono tantissime persone impegnate affinché un prodotto editoriale possa generare utili per un’azienda. Seguitemi, un piccolo viaggio nel libro, anzi dietro il libro.
Un testo è passato attraverso numerose mani, con costi e personale coinvolto: una revisione, una correzione delle bozze, un’illustrazione, una trascodifica del documento, un’impaginazione, una grafica della copertina, ecc. Persone che lavorano settimane o mesi per deliziare al meglio il palato d’un lettore. Inoltre, ci sono le tipografie, con la stampa e la legatura, anche qui professionisti che mettono nero su carta un file. Non è tutto. I distributori, chi si occupa della pubblicità (ufficio stampa della casa editrice, ma anche esterni), chi sposta fisicamente le copie del libro, i librai.
Immaginate soltanto per un attimo quanta gente coinvolta. La lista sarebbe lunga: pensate a chi taglia gli alberi che diventeranno carta, a chi trasporta il legname fino alle cartiere, a chi lavora nelle cartiere, a chi porta poi la carta ai grossisti, a chi la vende alle tipografie, a chi ha costruito le macchine della tipografia, ai progettisti e agli ingegneri, alle persone che puliscono gli uffici, a chi ha prodotto le colle e i colori.
Quando mi capita di riflettere su quante persone sono coinvolte in un singolo libro, ho un senso di smarrimento, non ci sono soltanto le parole di un autore, ma le vite di un numero indefinibile di persone; non c’è soltanto cultura, ma la quotidianità di innumerevoli famiglie.
So che è un po’ come scoprire l’acqua calda, cioè la connessione fra gli agenti economici, eppure pensare che un’idea nata millenni addietro sia ancora, oggi, in un’epoca di digitalizzazione impressionante, fonte di cultura e reddito con ricadute incredibili sull’intera società, mi riporta alla mente il senso di rispetto verso i libri che imparai presto, quando, studente alle scuole elementari, incontravo la bibliotecaria del mio paese che si raccomandava sempre, con una grazia sbalorditiva, di trattare con cura sia il libro sia quanto vi conteneva in termini di concetti e pensieri.
A distanza di tempo, parlare male di alcuni libri scatena dentro di me sentimenti contrastanti, forse perché legato alle sensazioni di allora, quando dentro la biblioteca scoprivo mondi bellissimi, oltre agli avvertimenti della bibliotecaria, forse perché, si direbbe, non sta bene inimicarsi qualche autore o qualche casa editrice (sempre che i destinatari ne siano a conoscenza), forse altri motivi. Parlare male di un libro segna il territorio fra chi si emoziona in silenzio, e chi quelle emozioni – in questo caso negative – decide di condividerle.
Perché un blog letterario, dal mio punto di vista, dovrebbe sviluppare la condivisione culturale, dovrebbe stimolare le riflessioni, dovrebbe permettere ai lettori di valutare l’opportunità o meno di acquistare un libro. In un paese come il nostro, dove chi legge rappresenta un’isola sempre più isolata, dove le librerie sono sempre meno frequentate con finalità d’acquisto, ma ridotte in non rari casi ad appendici di una vasca cittadina, prolungando il piacere della distrazione ulteriormente, anche se con veste culturale, veste appunto, mi chiedo se una classifica come questa apporti più danni o benefici.
Penso all’amico che collabora con una grande casa editrice, penso a un’amica che è una scrittrice esordiente, penso ad altri amici che lavorano all’interno della filiera del libro, per la gran parte con diritti d’autore che permettono poche soddisfazioni o con stipendi talmente ridicoli che ci si chiede quando il sistema salterà una volta per tutte grazie a un grande conflitto bellico o a una reazione sociale collettiva improvvisa.
Tantissime persone coinvolte, come tantissimi i lettori che seguono la classifica dei libri più vomitevoli del 2010. Parlare male di un libro non è offendere le categorie coinvolte nella filiera, non è disinformare, non è giudicare le menti dell’autore o dell’editor, tanto meno le loro vite, non è creare polemica per il gusto della polemica, non è neanche sentirsi portavoce di un gruppo di persone dallo spirito critico debole, è invece condividere un punto di vista senza trincerarsi dietro le frequenti ipocrisie di cui il nostro panorama editoriale italiano abbonda.
So che a taluni può piacere poco, anche fra alcuni addetti ai lavori, mi è stato comunicato direttamente o grazie ai soliti ambasciatori senza pena (traduzione: lancio il sasso altrui e nascondo la mano). Se qualcuno pensava che Sul Romanzo fosse un blog letterario con leccate di culo a destra o a sinistra per conquistare una pubblicazione o un impiego, dovrebbe avere compreso di avere perso tempo a giudicare.
Sul Romanzo è un progetto culturale che sto portando avanti con passione grazie alla preziosa collaborazione di decine di persone, le quali mettono a disposizione del gruppo tempo e scrittura, talento e curiosità.
Parlare bene o male d’un libro è un diritto. Se qualcuno si offende ne ha il diritto. Diritti diversi, ugualmente contemplabili. Basterebbe comprendere questo.