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I microbi mangia-petrolio

Creato il 20 agosto 2017 da Giuseppebenanti

I MICROBI MANGIA-PETROLIO

Il petrolio che inquina un tratto di mare

Oltre 500 000 tonnellate di petrolio greggio sono finiti in mare, in uno sversamento durato più di 90 giorni. Il danno causato dal disastro alle risorse ambientali è stato di un totale di 17 miliardi di dollari. È la famigerataDeepwater Horizon, la macchia nera più studiata dagli scienziati, un involontario laboratorio a cielo aperto che sette anni fa ha inondato il Golfo del Messico con l’esplosione della piattaforma petrolifera della British Petroleum. Oggi sono state chiarite le ultime lacune di un aspetto fondamentale: il ruolo dei batteri mangiapetrolio.Insieme agli emulsionanti chimici usati per contenere lo sversamento, questi batteri hanno degradato da subito una grossa porzione del greggio finito nelle acque del Golfo. Ricercatori dell’Università di Berkeley, guidati dall’ ecologo Gary Andersen
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, hanno simulato la loro attività sui “ plume ”,  cioè pennacchi di petrolio arrivati a grandi profondità. Il disastro ambientale, considerato lo sversamento di petrolio più grave della storia degli Stati Uniti, è stato unico nel suo genere anche per quanto è accaduto sott’acqua, ovvero il cosiddetto “ MOSSFA”, marine oil snow sedimentation and flocculent accumulation. Le argille del fiume Mississippi, insieme agli emulsionanti, hanno trasformato la neve marina (la mucillagine emessa dal fitoplancton in condizioni di forte stress, che forma dei “fiocchi”) in una sorta di tempesta marina e, pesanti particelle ricche di petrolio, sono precipitate sul fondale del golfo e si sono accumulate lì. Sul fondale, a circa due chilometri dalla superficie, si è formato un “abitante” nuovo: un plume di petrolio ed emulsionanti lungo più di 150 chilometri, difficili da studiare sia per la profondità alla quale si trovava che per l’enorme area colpita dal versamento. Andersen e colleghi hanno raccolto campioni d’acqua sul luogo dell’incidente per quattro anni dopo lo sversamento e, impostato una sorta di microecosistema controllato, hanno ricreato all’interno di bottiglie una sospensione di piccole gocce di greggio insolubili, unite alla frazione più solubile del petrolio e agli emulsionanti. Praticamente una “conserva” di plume fatta in casa per studiare il fenomeno in miniatura e la composizione del campione, nonché dei microbi che lo degradavano nel corso dei primi 64 giorni. Stavolta da vicino.  La prima cosa che è successa nelle bottiglie è stata una rapida crescita di un microbo già noto agli scienziati per il suo ruolo fondamentale nelle fasi iniziali del versamento, ma che era sfuggito alle ricerche precedenti. Sequenziandone il genoma, gli ecologi hanno documentato il suo meccanismo per degradare il petrolio e dato al batterio un nuovo nome: Bermanella macondoprimitus
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. L’utilizzo degli emulsionanti è stato fondamentale: poiché hanno separato il petrolio in piccole gocce che sono rimaste a galla e hanno impedito a una grossa porzione del greggio di raggiungere la superficie. Batteri come B. macondoprimitus, precisa Andersen , sono “altamente specializzati” per crescere usando delle specifiche componenti del petrolio come “fonte di cibo” e l’ampia superficie d’azione fornita dalle gocce ha consentito loro di degradare il petrolio in modo efficace. Un lavoro di squadra tra batteri e agenti chimici. Farsi aiutare dalla genetica ha permesso di identificare il genoma di tutti i microbi che hanno pasteggiato con il petrolio, oltre agli specifici geni che consentono loro di degradarlo. “Ora , conferma Andersen, possiamo identificare gli specifici organismi che entrano in gioco dopo un versamento e “calcolare il tasso di degradazione del petrolio, per stabilire quanto tempo sarà necessario per consumare quello arrivato in profondità”. Nella speranza che un disastro simile non si verifichi mai più, conoscere questi meccanismi permetterebbe comunque di arrivare più preparati.
È anche possibile che le condizioni ambientali del Golfo del Messico – dove la piattaforma Deepwater Horizonestraeva da uno dei pozzi più profondi per il tempo, con un fondale ricco di fuoriuscite di idrocarburi e gas naturale – abbiano contribuito a selezionare i microbi che sono poi entrati all’opera. Sarebbe interessante fare lo stesso tipo di analisi in altre zone del pianeta interessate dall’attività estrattiva, soprattutto perché le profondità toccate dalla British Petroleum al largo della Louisiana sono state ormai ampiamente superate. In Uruguay, Brasile e India si è arrivati a oltre tre chilometri sotto la superficie oceanica.

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