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I miei giorni più belli di Arnaud Desplechin: la recensione

Creato il 29 ottobre 2017 da Ussy77 @xunpugnodifilm

I miei giorni più belli di Arnaud Desplechin: la recensioneTre istantanee di una giovinezza ordinaria e passionale

Pellicola genuina e straordinariamente ordinaria, I miei giorni più belli è la fotografia di un amore adolescenziale. Protagonista è Paul Dedalus (alter ego finzionale del regista Desplechin), che il pubblico ha potuto conoscere nel 1996 in Comment je me suis disputé…ma vie sexuelle.

Dopo un soggiorno in Tagikistan, Paul Dedalus rientra a Parigi e viene fermato alla frontiera dai servizi segreti francesi. Il funzionario vuole sapere da Paul dell’esistenza di un suo perfetto omonimo (ebreo) morto in Russia. Ed è così che Dedalus comincia a scavare nel suo passato.

Arnaud Desplechin porta sullo schermo le nuove avventure di Paul Dedalus, che per l’occasione cambia studi universitari (nel film del 1996 era un filologo, mentre in I miei giorni più belli è antropologo), e pesca nel suo passato tre ricordi significativi di un’esistenza intensa. Difatti il primo capitolo si concentra su una fugace reminiscenza della sua infanzia (il difficile rapporto con la madre, l’avvicinamento a un’anziana zia), il secondo su un gesto tanto sconsiderato quanto coraggioso (Paul dona il suo passaporto a un russo ebreo che vuole raggiungere Israele), mentre l’ultimo souvenir della sua giovinezza è dedicato a un’ossessione amorosa, un amore intatto che si sviluppa in un periodo storico decisivo e metaforico: la caduta del muro di Berlino.

Il film di Desplechin racconta di una crescita, di una vita che non fa sconti in quel di Parigi (mentre il rapporto epistolare con l’amata Esther è uno stillicidio esistenziale), di una scelta personale e professionale, di amici infedeli, di padri depressi e di madri surrogate. Una narrazione autentica, che non si dimostra straordinaria e gonfia di colpi di scena, piuttosto colpisce per la sua credibilità e genuinità. Insomma si è davanti a un film semplice, che a tratti cerca la metafora (la caduta del muro è un invito a crescere e abbandonare la provinciale Roubaix), mentre l’amore tra Paul ed Esther è un inno all’incontrollabile passionalità adolescenziale.

Impersonato da tre attori differenti (Almaric è Dedalus da adulto, colui che fa i conti con il tradimento di un amico mai dimenticato e che reclama la purezza del sentimento per Esther), Paul è come Antoine Doinel per Truffaut, un alter ego registico che, pur imbarcandosi in nuove avventure, mantiene intatti i suoi tratti distintivi e il timbro del regista. Un tocco genuino e mai forzato, che racconta un’età di scelte e di dolori amorosi, di esperienze e di partenze.

I miei giorni più belli è cinema di sentimenti; una storia d’amore che segna l’esistenza e che diventa un’ossessione frutto di un’età inquieta, che forma l’adulto che verrà. Un prodotto che Desplechin gira con stile e maestria, evidenziando un ottimo controllo sull’intera sceneggiatura, che non mette in mostra cali d’interesse o farraginose deviazioni sentimentali non necessarie.

Uscita al cinema: 22 giugno 2016

Voto: ****

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