Magazine Cinema

I migliori film oggi pomeriggio (dom. 16 marzo 2014) sulla tv in chiaro

Creato il 16 marzo 2014 da Luigilocatelli

12 film: Billy Wilder, Baz Luhrmann, Arthur Penn, Spike Lee, Carlo Mazzacurati, Walt Disney, Lawrence Kasdan. Un Paul Newman private-eye, un’Anne Bancroft premio Oscar, un John Cassavetes attore.

Viale del tramonto di Billy Wilder, Rai Movie, ore 16,00.

norma
Capolavoro, capolavorissimo. Uno dei 10-film-da-salvare di tutti i tempi. Requiem sulla Holywood Babilonia. Cerimonia funebre e cimiteriale del divismo com’era e del sogno del cinema (del sogno americano, del cinema americano). Tutte le ombre e le penombre della Mitteleuropa e degli espressionismi weimeriani scese a inghiottire Hollywod grazie alla presenza di Erich Von Stroheim, testimonianza vivente all’interno del film, di un mondo e di mondi scomparsi, e del fuggiasco da Vienna e Berlino Billy Wilder dietro la macchina da presa. Con uno degli incipit più famosi di sempre, con un morto che parla galleggiante nell’acqua di una piscina. Da lì, da quella voce si dipana à rebours la storia. Che è la storia di un giovane soggettista-sceneggiatore di Hollywood assai ambizioso e assai spiantato che si ritrova per caso nella villa di quella che fu la massima diva del cinema muta, Norma Desmond. La quale in quel suo eremo- santuario (del proprio culto), e quasi masoleo, ora vive rinchiusa, come tumulata. Circondata dai ricordi e dai pezzi del mondo suo com’era, il mondo del suo fulgore divino, del massimo successo. Feticci ammassati ovunque, in ogni stanza, di una Hollywood aurorale e già intrisa di marcio e decadenza, già sepolcrale. Decori da marchesa Casati al suo più estremo darkismo, di Art Nouveau e pure Déco conservati come in una teca. Mentre sullo schermo di casa gira un film di lei, Norma Desmond, al suo acme. La signora, che è Gloria Swanson, come un’ape regina, come un ragno gigante, come una mantide, irretisce e imprigiona nella sua tela il giovane sceneggiatore, lo fa suo, convincendolo a occuparsi della sceneggiatura che segnerà il suo trionfale ritorno al cinema. Cercherà di portarselo a letto, ovvio, mentre a tutto assiste, devoto e silenzioso, il fedele maggiordomo e autista impersonato da Erich Von Stroheim, in realtà già suo mentore e regista di lei innamorato, al punto da accettare ora, pur di starle accanto in quel delirio, di esserle servo. Quando Gillis cercherà di tornare a una vita per così dire normale, a lasciare quel mondo di tenebra per un banale e normale sole californiano, lei perderà la testa. Gran finale, indimenticabile davvero, e ipnotizzante. Nel quale la folle Norma realizza paradossalmente il suo sogno divistico di ritorno davanti alla macchina da presa. Gloria Swanson immensa, e coraggiosa nell’usare se stessa, il proprio personaggio, il proprio passato da star per metterli al servizio di questa riflessione macabra e spietata sul cinema. Puro cinema nel cinema, cinema sul cinema. Anzi, una lezione di metacinema. William Holden è la carne viva immessa in un mondo marcio, e dunque destinata a corrompersi.

A cavallo della tigre di Carlo Mazzacurati, Rai Movie, ore 12,40.
Se volete vedervi o rivedervi un film del recentemente, e prematuralemnte, scomparso regista veneto Carlo Mazzacurati, afferrate l’occasione e oggi in tv non perdetevi questo suo A cavallo della tigre, anno 2002, peraltro un remake assai aggiornato e rivisitato di una commedia dallo stesso titolo di Luigi Comencini con Nino Manfredi dei primi anni Sesanta (non così fortunata come altre dello stesso periodo). In Mazzacurati vediamo uno dei suoi personaggi sempre sospesi tra fanigottismo e autoesclusione sociale, in preda a sogni mai realizzati e perlopiù irrealizzabili, che stavolta ha il nome di Guido e la faccia di Fabrizio Bentivoglio. Guido per risolvere i guai suoi – è travolto dai debiti e perseguitato dagli strozzini – pensa bene, anzi malissimo, di fare un colpo in banca insieme alla ragazza, una ballerinetta tv, per la quale ha mollato la famiglia. Ma viene beccato, mentre lei ce la fa a scappare col malloppo. Coinvolto in un’evasione, Guido torna dalla dalla ragazza. Seguono sorprese. Un film di gente irrisolta e sognatrice mai capace di tenere i piedi per terra come piaceva a Mazzacurati raccontare. Con Bentivoglio, Paola Cortellesi.

Anna dei miracoli di Arthur Penn, la7, ore 14,40.
Gran film di Arthur Penn del ’62 che procurò l’Oscar, strameritato, ad Anne Bancroft. La quale è una governante-badante-infermiera-psicologa che si occupa di una bambina sordocieca chiusa in un autismo distruttivo, ribelle e anche capriccioso. Oppressi dal senso di colpa, i genitori le consentono tutto, compresi i comportamenti più selvaggi. La governante Anna ingaggerà con lei un confronto-dialogo che è anche un furioso scontro perché la bambina riesca a collegarsi al mondo, a comunicare, a capire il perimetro della sua azione e le regole della convivenza. Bellissimo bianco e nero, poca condiscendenza politically correct (allora, fortunatamente, neanche era stata fondata la categoria della politically correctness), e un racconto forte e perturbante dominato dai corpo a corpo tra Anna e Helen. Sta qui, in questo linguaggio tutto fisico allora inedito o quantomeno fortemente censurato, la carica innovativa del film di Arthur Penn, che anticipa molto di quello che accadrà di lì a poco nel cinema e nel teatro (il Living Theater di Julian Beck, ad esempio). Importante. Ricordo che i critici italiani allora lo massacrarono, non capendoci niente, come spesso capitava (e capita ancora) di fronte a certo cinema americano impregnato di quella fiducia nelle umane possibilità, nella potenza del fare, del tutto estranea a noi scettici italo-europei. Oscar, oltre che alla Bancroft, anche alla ragazzina Patty Duke.

Il cigno nero di Henry King, Rete Capri, ore 14,00.
No, non il Black Swan di Darren Aronofsky che ha portato qualche anno fa Natalie Portman all’Oscar, ma un avventuroso classico della Hollywood primissimi anni Quaranta. Un pirata-movie che mette in scena il leggendario Morgan, la sua ciurma, i Caraibi d’ordinanza. Un ragazzo (Tyrone Power) segue Morgan, peccato sia innamorato della figlia dell’ex governatore, e dunque non mancheranno problemi e conflitti. Hollywood com’era. Il Cigno nero è il nome della nave. Con la rossa e temperamentosa Maureen O’Hara.

Romeo+Giulietta di Buz Luhrmann, Mtv, ore 13,30.
1996. Baz Luhrmann fa le prove con Shakespeare della ricetta che di lì a qualche anno applicherà in Moulin Rouge!, suo vertice assoluto e massimo successo. Vale a dire: gran miscuglio e sovrapposizione e mélange e contaminazione e métissage di più epoche, più registri, più stili e segni, anche incongrui (anzi, meglio se incongrui), in una mise en scène sfrenatamente barocca e volutamente pasticciata e finta assai congeniale alla nostra post (o iper) modernità. Tutto in una confezione sberluccicante e smagliante da baraccone chic non senza guittaggini. L’operazione funziona benissimo, eccome, in questo Romeo + Giulietta, che mantiene fedelissimamente testo e dialoghi shakespeariani, ma li mette in bocca a personaggi che si muovono in una California contemporanea dove Verona diventa Verona Beach, e via così. I Capuleti e i Montecchi sono clan affaristici rivali, e i due protagonisti ragazzi travolti da uno scontro di potere di massima crudeltà. Grande riuscita. In America fu un successo immenso tra le platee giovanili, grazie soprattutto alla presenza del teen-idol Leonardo Di Caprio (che ancora doveva girare Titanic però). Lei è Clare Danes, che poi sarebbe scomparsa per un bel po’ dal giro grosso per riapparire in anni recenti in ottime cose tv come la serie ipercult Homeland. Il miglior Romeo e Giulietta cinematografico di sempre, insieme a quello meraviglioso di Franco Zeffirelli (non toccatemelo, lo adoro).

Detective’s Story di Jack Smight, Rete 4, ore 14,47.
Rifare filologicamente i grandi noir anni Quaranta tratti da Hammett e Chandler, quelli con Bogart disilluso private eye, e rifarli parecchio prima di quel manifesto citazionista-manierista del/sul genere che sarebbe stato Chinatown di Roman Polanski (su script di Robert Benton). Ci prova nel 1966, riuscendo molto bene a ricreare quei climi alla Marlowe, il regista Jack Smight con questo memorabile Detective’s Story, in originale Harper, dal nome dell’investigatore che ne è il protagonista-testimone. Un plot che pare ricalcato su quello del Mistero del falco o del Grande sonno, e a rimarcare l’assonanza, l’affinità neanche tanto segreta ma anzi orgogliosamente dichiarata con quei film, c’è la presenza basilare nel cast di Lauren Bacall vedova Bogart, che proprio del Grande sonno era il volto ambiguo e inquietante. È lei a interpretare la ricca signora Samson che, in un classicissimo incipit hard-boiled, manda a chiamare il detective Harper perché indaghi sulla misteriosa scomparsa del marito. Arriva anche una richiesta di riscatto, ma Harper sente puzza di marcio, e non ha torto. La detection, come si conviene al genere e ai suoi illustri capostipiti, scoperchierà un verminaio insospettabile. Paul Newman è il protagonista, in una performance impeccabile, ma forse priva delle ombre e penombre necessarie. Tutto il film è girato in uno stile hollywoodiano primi anni Sessanta modernizzante, per niente espressionista: la consapevolezza manierista, il gusto del citazionismo non appartenevano ancora all’epoca e sarebbero sorti di lì a qualche anno. Ma Detective’s Story è robusto, disincantato al punto giusto. Il miglior esemplare del genere investigativo di quella stagione cinematografica insieme all’eccellente, e più cupo e malato, Inchiesta pericolosa di Gordon Douglas con Frank Sinatra. Gran cast. Oltre a Newman e Bacall, Shelley Winters, Julie Harris, Janet Leigh, Pamela Tiffin e Robert Wagner.

La contessa azzurra di Claudio Gora, Tv 2000, ore 15,20.
Sono cent’anni dalla nascita di Claudio Gora, eclettica figura del nostro cinema, anzi spettacolo, del secondo Novecento. Più conosciuto come attore di innumerevoli film, ma anche regista, e regista di film non trascurabili come Il cielo è rosso. L’appena concluso ottavo Roma Film Festival gli ha dedicato una corposa retrospettiva, che purtroppo non son riuscito a seguire (ma è sempre così ai festival con le retrospettive, sommerse  e oscurate dalla quantità di titoli nuovi in mostra). Credo che questa messa in onda stasera del suo La contessa azzurra del 1960 sia un caso, ma è un’occasione da acchiappare al volo. Un film semidimenticato, quasi perduto, un mélo finanziato addirittura da Achille Lauro, e che di Napoli, di quando il cinema si faceva anche a Napoli, è una celebrazione. Siamo ai tempi remoti del muto. Una ragazza sconosciuta viene chiamata sul set a sostituire la bizzosa attrice protagonista con cui il regista è entrato in rotta di collisione. Sarà l’inizio di una tempestosa e complicata passione tra i due, una storia che dovrà fare i conti anche con la sopravvenuta grande guerra. Cast da delirio camp: Amedeo Nazzari, Zsa Zsa Gabor (e già questo) e Elly Davis, molto vicina allora a Lauro.

Fa’ la cosa giusta di Spike Lee, Class tv, ore 16,30.
Il film (1989) che fissò lo status di Spike Lee come grande regista, e che a tutt’oggi resta tra i suoi risultati migliori (se solo avesse girato un po’ meno film, se solo li avesse girati con meno rabbia e visceralità, chissà quante grandi cose in più ci avrebbe dato). In un’estate torrida a Brooklyn covano le tensioni razziali tra afroamericani e italoamericani. Pizzaioli vs. ragazzi di strada già hip-hop. Tutte le ossessioni del regista – la neritudine, il ghetto, le frizioni interetniche, il machismo possente e distruttivo – ma qui ancora fresche, non logorate dal troppo uso che Spike Lee ne farà nei molti film successivi. A Cannes contese fino all’ultimo la Palma d’oro a Sesso, bugie e videotape. Poi la giuria presieduta da Wim Wenders gli preferì Soderbergh, e non fu forse la cosa giusta.

Lo sperone insanguinato di Robert Parrish, Rete 4, ore 17,00.
Strano, anomalo western del 1958 che in realtà, sotto la scorza del genere, mette in scena gli esistenzialismi di allora, i tormenti e i ribellismi senza causa alla James Dean. Anche se qui Dean non c’è e a incarnare uan gioventù inadattabile alla norma e disadattata e nevrotica è un giovane John Cassavetes, prossimo al salto nella regia con Shadows. Un uomo dal passato turbinoso ma ora convertito a una vita tranquilla, si vede arrivare in casa il giovane fratello dalla testa assai calda e poco ragionante. Saranno guai, e grossi. Ci sono anche Robert Taylor e la cantante-attrice Julie London.

Turista per caso di Lawrence Kasdan, Iris, ore 19,00.
Film molto anni Ottanta di Lawrence Kasdan, e temo anche molto sopravvalutato. Quel che è rimasto è soprattutto il titolo, diventato proverbiale e anche di più (un programma tv ad esempio). Una coppia borghese, lui William Hurt lei Kathleen Turner, scoppia dopo la morte del figlio. Lui, autore di guide turistiche, si inabissa nel lavoro e nella malinconia, finchè una buffa ed estroversa istruttrice di cani lo farà riaffiorare a una vita meno desolata. Mah. Corretto, ma grigio come il suo protagonista, anche abbastanza sussiegoso. Temo non abbia retto alla distanza. Oscar a Geena Davis, l’istruttrice, come best supporting actress.

In & Out di Frank Oz, Rai Movie, ore 19,00.
Uno dei primi film – siamo nel 1997 – che affrtonta con decisione il coming out omosessuale. Un tranquillo professore di lettere, peraltro prossimo al matrimonio, trasecola allorché un suo ex studente ora star del cinema (Matt Dillon), nel ritirare l’Oscar ringrazia il suo “professore gay”. Per il prof niente sarà più come prima, e a indirizzare la situazione verso il suo inevitabile esito arriverà il baffuto giornalista Tom Selleck. Con Kevin Kline.

Lo scrigno delle sette perle di Walt Disney, Rai Gulp, ore 19,30.
Abbastanza dimenticato e trascurato, da recuperare. Sette episodi animati di casa Disney girati nel 1948 su diverse partiture musicali. Un Disney-musical che anticipa l’imminente capolavoro Fantasia.


Ritornare alla prima pagina di Logo Paperblog

Magazines