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I principali impegni operativi dell’Italia: Afghanistan e Libano (CeMiSS)

Creato il 09 giugno 2014 da Asa

di Claudio Bertolotti A partire da questo mese iniziamo ad analizzare i due principali teatri operativi che vedono impegnate le nostre Forze Armate: l'Afghanistan e il Libano articolo pubblicato su Osservatorio Strategico 4/2014, pp. 69-72
CeMiSS - Stato Maggiore della Difesa
I principali impegni operativi dell’Italia: Afghanistan e Libano (CeMiSS) Afghanistan: gli sviluppi del primo turno elettorale e l’alba dell’epoca post-Karzai
La competizione elettorale per l’elezione del presidente dell’Afghanistan che subentrerà a Hamid Karzai si avvia alla sua seconda e conclusiva fase, che vedrà nel 14 giugno la data per il ballottaggio: lo ha annunciato il capo dell’Independent Election Commission, Ahmad Yusuf Nuristani.
I sette milioni di elettori che formalmente hanno votato lo scorso 5 aprile per scegliere il nuovo presidente dell’Afghanistan si sono divisi tra i candidati Abdullah Abdullah (45 percento dei voti) Ghani Ahmadzai (32 percento) e Zalmai Rasoul (2 percento).
Risultati elettorali che, nel complesso, hanno confermato le previsioni espresse nell’«Osservatorio Strategico» del CeMiSS di marzo: Ghani e Abdullah sono i due competitor della seconda tornata elettorale per la conquista della poltrona presidenziale della Repubblica islamica dell’Afghanistan. Una competizione che si è mossa sul piano delle alleanze politiche e su quello, parallelo, delle fluide dinamiche etno-culturali e geografiche dell’Afghanistan contemporaneo.
In particolare, la scelta del candidato Ghani di sostenere ed essere sostenuto dal candidato alla vice-presidenza uzbeco, il discusso generale Abdul Dostum, è stata una scommessa vinta a metà. Una mossa politica sul piano tattico che, da un lato, ha consentito a Ghani di ottenere il favore dell’elettorato nelle province a maggioranza uzbeca – il dieci percento della popolazione afghana – di Jowzjan (69 percento dei voti) e Faryab (65 percento dei voti) ma che, dall’altro, non ha garantito un analogo risultato nelle province di Sar-e-Pul (39 percento), Samangan (27 percento) e Kunduz (38 percento).
Una scelta azzardata, dunque, quella di un Ghani alla ricerca di sostegno al di fuori del proprio gruppo etnico su cui, evidentemente, hanno influito in maniera non positiva i censurabili trascorsi di “mujaheddin” di un Dostum che, se da un lato è ancora apprezzato dalla popolazione più “anziana”, dall’altro lo è sempre meno per l’elettorato giovane, nato e cresciuto dopo la guerra contro l’occupazione sovietica, e in particolare quello femminile.
Come prevedibile, nel complesso Ghani ha raccolto un maggiore successo elettorale nelle aree orientali del paese, quelle a predominanza etnica pashtun.
Sul fronte opposto, l’altro pretendente alla poltrona presidenziale, Abdullah ha ottenuto risultati sorprendenti in molte altre province che gli hanno consentito di uscire dalla prima fase della competizione elettorale come candidato più votato, con un dato (ancora non definitivo) del 44.9 percento dei voti. Un risultato raggiunto anche grazie all’inaspettato contributo della componente etnica hazara che gli avrebbe garantito un’omogenea e solida base elettorale, in particolare nelle province di Bamiyan (68 percento) e Dai Kundi (75 percento); e ancora, sebbene in percentuale inferiore, in quelle di Ghor (60 percento), Ghazni (54 percento), e Wardak (36 percento). Abdullah ha inoltre ottenuto un dato del 24 percento nella provincia di Uruzgan (24 percent). Un risultato attribuibile in parte  alla scelta di candidare, come suo vice-presidente, Mohammad Mohaqeq, ex-ministro oltre che potente ed influente ex “signore della guerra” di etnia hazara. Un peso, quello dell’etnia minoritaria hazara – in passato relegata a margine del potere afghano – , su cui potrebbe aver influito il legame di Ghani con il gruppo etnico dei Khuci, storicamente (e tuttora) in conflitto proprio con gli hazara.
Un Abdullah che ha saputo dimostrare di essere abile mediatore tra gli interessi e le dinamiche che si muovono sui canali politici di tipo etnico, anche grazie alle sue origini tagiche e pashtun. E, difatti, essendo lui riconosciuto come soggetto legato in particolare a questo gruppo etnico, ha ottenuto la maggior parte dei voti proprio nelle province settentrionali ed occidentali popolate prevalentemente da tagichi (che rappresentano meno del trenta percento della popolazione afghana) ma riuscendo a convincere una parte significativa della componente pashtun del sud e dell’est, sottraendo così voti agli altri candidati, in particolare nelle province di Farah (35 percento) e Wardak (36 percento) e, in misura minore in quelle di Helmand, Logar, Nangarhar, Nimroz e Zabul.
Breve analisi conclusiva
A fronte del processo elettorale quale sarà il paese che il prossimo presidente afghano, Abdullah o Ghani, dovrà amministrare?
In estrema sintesi un paese estremamente corrotto. Le Nazioni Unite hanno di recente manifestato “seria preoccupazione” per quanto riguarda l’endemica corruzione caratterizzante l’apparato burocratico dello stato e dei suoi organi governativi; il “Transparency International's 2013 Corruption Perception Index” ha collocato l’Afghanistan al 175° posto su 177 paesi presi in esame.
Sul fronte della sicurezza, l’arrivo della primavera segna il periodico avvio dell’offensiva dei gruppi di opposizione armata (annunciata per il 12 maggio e denominata operazione “Khaibar”); questo è l’anno in cui l’azione di contenimento di tale offensiva ricadrà interamente, almeno sul piano formale, sulle spalle delle forze di sicurezza afghane, alle quali si affiancheranno i ridotti contingenti militari internazionali con il contributo di alcune migliaia di “istruttori”, “consiglieri” e “forze per operazioni speciali”.
Nel frattempo, sul piano internazionale, gli Stati Uniti si stanno apprestando ad affrontare tre possibili scenari afghani e, di conseguenza, la pianificazione dei costi di un nuovo impegno militare che dovrebbe iniziare a partire dal 1 gennaio 2015 con il contributo della missione a guida Nato “Resolute Support Mission”. Washington, a cui i paesi alleati della Nato guardano per assumere le conseguenti decisioni, potrebbe lasciare sul terreno circa 10.000 dei suoi soldati (con un costo di circa 25 miliardi di dollari l’anno – esclusa la componente più consistente dei “contractor” civili), questa la prima opzione; la seconda opzione è di 5.000 soldati statunitensi (il cui costo di mantenimento sarebbe di 20 miliardi di dollari annui). Infine la terza è l’improbabile “opzione zero”, più volte paventata a scopo intimidatorio, ma poco convincente e credibile sul piano strategico.
La Nato è in attesa delle decisioni di Washington, alle quali si adeguerà.
Libano: verso le elezioni presidenziali
Un lento processo parlamentare per l’elezione del presidente libanese ha caratterizzato l’ultimo mese nel “paese dei cedri”, nonostante l’invito al rispetto delle scadenze formali fatto del presidente della repubblica uscente Michel Suleiman, il cui mandato è in scadenza il 25 maggio.
Il parlamento libanese, preposto all’elezione della massima carica dello stato, non è riuscito nel compito per tre volte, la prima il 23 di aprile (quando erano necessari i due terzi dei voti), la seconda il 30 aprile (una maggioranza semplice), e ancora il 7 maggio quando il presidente del parlamento libanese Nabih Berri ha rinviato al successivo 15 maggio la seduta, poiché solo 73 parlamentari si erano presentati in aula per la votazione. I parlamentari del “Movimento Futuro” hanno accusato i loro avversari dell’“Alleanza dell’8 Marzo” di aver boicottato le elezioni. Il rischio, a questo punto possibile, consiste nel giungere al 25 maggio – giorno in cui decadrà l’attuale presidente – con un vuoto di potere, dove il presidente del consiglio sarà costretto ad assumere i poteri del Presidente della Repubblica”.
Sicurezza, conflittualità e situazione umanitaria
Sul piano della sicurezza, il 24 aprile scorso il coordinatore speciale delle Nazioni Unite per il Libano, Derek Plumbly, si è ufficialmente incontrato con il primo ministro libanese Tammam Salam.
Nell’ambito di tale colloquio, le Nazioni Unite hanno confermato la riduzione degli episodi di violenza nella città di Tripoli – che hanno visto contrapporsi, tra gli altri, elementi alawiti pro-Assad e sunniti sostenitori dell’opposizione armata al regime siriano – con ciò evidenziando l’efficacia del graduale processo di sicurezza avviato dal governo libanese. In particolare, a conferma dell’impegno della Comunità internazionale nella stabilità del Libano, le Nazioni Unite hanno dichiarato che, in base ai colloqui di Roma di metà aprile, vi è la volontà di rafforzare l’impegno militare internazionale a favore delle forze armate libanesi a cui si unisce l’intenzione di intensificare lo sforzo a favore dei rifugiati.
In particolare, l’ultima ondata di violenza interessante la città di Tripoli iniziata il 20 febbraio e protrattasi per sei settimane ha provocato la morte di trenta persone, inclusi due soldati libanesi, e il ferimento di altre cento. Ondata di violenza che si è interrotta il 27 marzo all’indomani dell’applicazione del “security plan” per Tripoli  approvato dal governo centrale.
Tali episodi di violenza sono il segnale di conflittualità manifeste, alimentate dalla proliferazione di armi e dal coinvolgimento sempre più intenso di attori “non-statali” operativi a livello regionale, in particolare quelli direttamente coinvolti nel conflitto siriano.
La policy ufficiale del Libano nei confronti della crisi siriana è di non ingerenza. È però vero che lo stesso Hezbollah è direttamente coinvolto nel conflitto in Siria; e il flusso di armi e combattenti attraverso l’indefinito confine tra i due paesi ha contribuito ad aumentare gli arsenali bellici fuori dal controllo governativo. Una situazione che ha portato la valle della Bekaa a subire gli effetti diretti e indiretti di un conflitto di lunga durata; basti ricordare i razzi caduti sugli abitati sciiti e il flusso continuo e di difficile gestione dei profughi in fuga dalla vicina regione siriana di Qalamon e dalla città di Yabrud.
Nel complesso, in merito alla situazione umanitaria, ammontano a circa un milione i rifugiati siriani in fuga dalla guerra civile che vede contrapporsi il governo di Damasco e la “eterogenea galassia” dei gruppi di opposizione armata; il dato ufficiale si contrappone però a quello reale di un milione e mezzo di rifugiati complessivi presenti sul territorio libanese (con un flusso di circa 2.500 unità giornaliere). Dati che influiscono pesantemente sull’organizzazione ricettiva del Libano e sulla capacità di gestire le sempre maggiori criticità, politiche, organizzative, di sicurezza e sociali.
articolo pubblicato su Osservatorio Strategico 4/2014, pp. 69-72
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