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I teatrini di Orosei

Creato il 19 agosto 2018 da Cittasottile

“Meravigliosa Orosei, con i tuoi mandorli e il tuo fiume e i canneti, che palpiti, palpiti di luce e di vicinanza marina, così perduta, in un mondo da lungo tempo scomparso, indugiante come indugiano le leggende. È difficile crederla vera. Sembra che la vita l’abbia abbandonata da tempo, trasfigurata dalla memoria in puro incanto, remotamente perduta come una perla perduta sulla costa orientale della Sardegna”. (D.H. Lawrence, Mare e Sardegna, 1923).

Ci si avvicina a Orosei con lo sguardo rivolto al mare e alle superbe coste, alte scogliere che si aprono su spiagge e calette, come Cala Luna o Cala Goloritzè, simili a perle d’Oriente, bianche di sabbia e rosa d’oleandro. Oppure, alla maestosa presenza del Supramonte, con la gola Gorropu e Tiscali immerse in una natura selvaggia e sorprendente segnata dal bianco delle rocce e dal verde scuro dei lecci, screziata dal giallo di maestosi alberi di ginestre in fiore. Ma Orosei, piccolo centro a due chilometri dal mare, quali storie può raccontare? Devastata per secoli dalla malaria, bagnata dall’irrequieto fiume Cedrino che di stagione in stagione alternava il corso regolare alle inondazioni, oggi Orosei è una città tranquilla e accogliente, che vive di turismo quasi in clandestinità, con semplicità, senza gli strepiti e la forzata esuberanza di Cala Gonone, sua vicina di costa.

I teatrini di Orosei

piazza Sas Animas

E invece Orosei ti sorprende. A cominciare dalla piazzetta Sas Animas, pur se trasformata in un affollato parcheggio, cui si affaccia l’antico edificio de Sa Prejone Vetza, castello costruito nel Trecento poi trasformato nel Cinquecento in prigione, e la Chiesa settecentesca “delle Anime”. E poi un centro storico ben curato che alterna dimore rurali con palazzetti nobiliari su strade strette e piazzette nude di selce, davanti a piccole chiese bianche di calce.

Il barone Giovanni Guiso – il nome era preceduto di solito dal “don” che si dà ai nobili – era figlio di Orosei, dove sviluppò una spiccata sensibilità artistica prima di trasferirsi in Toscana per gli studi. Divenne un personaggio importante nella vita culturale di Siena, e non soltanto di Siena, dove esercitò la professione di notaio. Frequentò il jet set internazionale e il mondo della cultura e delle arti, ospitando reali, registi, scrittori e artisti nella sua casa con vista su piazza del Campo – Palazzo d’Elci – e poi, ceduta la dimora cittadina, nella villa di campagna “L’Apparita”, ora monumento nazionale. Nato nel 1924, nel 2000 donò alla città della Baronia una parte importante delle sue collezioni che trovarono ospitalità nel Palatzos Vetzos, secentesca costruzione utilizzata per molti anni come caserma dei Carabinieri. Vittorio Gregotti, uno dei più importanti architetti italiani, progettò la riqualificazione e l’allestimento del palazzo. Ebbe inizio così il museo “Don Giovanni Guiso”.

Il legame con Siena era intenso; un amore ricambiato, tanto che prima di morire fu nominato “ambasciatore nel mondo” della città. Ma anche il suo legame con Orosei non venne mai a mancare, suggellato dalla creazione del museo, in cui in passato portò importanti mostre internazionali – con opere originali, tra le altre, di Duchamp, Giacometti, Man Ray, Rodin, Picasso e Calder, attirando l’attenzione di un pubblico colto e amante dell’arte nelle vie dell’antico borgo.

A rendere unico il museo di don Nanni è la collezione di 47 teatrini e diorami realizzati tra Settecento e Novecento: alcuni di cartone o carta incollata su legno, altri impreziositi di stucchi e avorio; le scene sono spesso dotate di quinte, arredi in miniatura o solo in sagoma occupano la scena insieme alle figure dei cantanti, statuette decorate di diversa fattura e accuratezza. Alcuni sono teatri di marionette, ma la maggior parte di questi pregevoli oggetti ha una storia diversa: si tratta di modelli creati dagli scenografi per accompagnare la presentazione del bozzetto, impreziositi allo scopo di metterli all’asta alla fine della messa in scena o della stagione e poter così trarre proventi per finanziare l’istituzione teatrale. Aste alle quali, par di capire, Guiso partecipava assiduamente, non solo, ma andava in cerca dei teatrini in miniatura tra i collezionisti e gli amanti del bel canto.

I teatrini di Orosei

Il più antico è senz’altro il teatrino di fattura veneziana con, in scena, Pantalone e Colombina realizzati in ferro e stoffa, risalente alla metà del Settecento: i personaggi sono animati da un meccanismo a manovella posto sul fianco destro. O il “Reale Teatro dei Poltroni” della prima metà dell’Ottocento, che riproduce il sipario del Teatro Argentina di Roma andato perduto e porta sulla facciata decorazioni in legno dorato. O ancora il teatrino viennese della stessa epoca, con statue in stucco dorato.

Il pezzo più prezioso è inglese, di fine XIX secolo, realizzato in palissandro, acero, ottone e avorio traforato. Il più recente, il Teatro alla Scala ridotto a 42 per 60 centimetri, realizzato nel 1998. Il più originale, l’”Enigma Fiabesco” di Giosetta Fioroni, anno 1978, un scatola di cartone di poco più di venti centimetri per lato, con una scena ispirata dalle storie di marionette di Guido Ceronetti.

“I teatrini erano la tv del momento – spiega Guiso in un testo pubblicato nel catalogo del museo – hanno acceso sentimenti di libertà e ispirato una vera letteratura drammatica”. E continua: “Nei miei teatrini rappresento il melodramma che ripropone le “Grandi Passioni” ormai sbiadite nel nostro universo sentimentale, dagradato e sciatto … per me il palcoscenico diventa il rifugio dal quale, in qualsiasi stagione, posso contemplare, come in un guscio di noce, un piccolo universo che dà l’immagine dell’assoluto”.

Ci sono poi i ricchi abiti realizzati a partire dal 1880 dalle più importanti firme della moda europea, appartenuti a nobildonne amiche del brillante barone. Le firme: Patou, Ventura, Schubert, Dior, Valentino, Capucci, Curiel, Versace. Particolare rilievo hanno i tre abiti firmati dalle sorelle Callot, citate da Proust e da Coco Chanel, stiliste amate dalle signore dell’industria e dello spettacolo oltre che da regnanti come l’imperatrice Sissi e la regina di Spagna, i cui abiti portati dalle nobili dame dei Faubourgs appaiono splendenti nei ritratti di Boldini. E non manca nella collezione un oggetto prezioso grazie al prestigio di chi lo indossava: il mantello di Rudolf Nureyev, portato dal grande danzatore durante una festa all’Apparita, nel 1980 (una foto sta a testimoniarlo).

Scrittore fine e ironico (per Carlo Fruttero, Guiso era “l’uomo più spiritoso d’Italia”), amante dell’arte e grande frequentatore di pittori e intellettuali, Guiso ha donato alla città delle sue origini una preziosa raccolta di disegni e vignette della cosiddetta “scuola di via Cavour”, un cenacolo romano che tra il 1930 e il 1945 raccolse in una soffitta tre pittori – Antonietta Raphaël, Scipione e Mario Mafai – e un entourage composto da Gentilini, Cagli, Tamburi, De Chirico, Manzù, Pirandello, Guttuso, Capogrossi e Maccari, tra i tanti.

Prima di visitare il museo si può consultare la pagina Facebook che riporta orari e notizie utili. (si ringrazia Elisa Carrone per le informazioni fornite).

I teatrini di Orosei

Fin dall’antichità la malaria fu una delle peggiori avversarie dei sardi. Sembra a che a portarla in Sardegna siano stati i cartaginesi nel V secolo avanti Cristo, e che da allora la sua presenza fu costante fino a metà Novecento. Il suo sviluppo fu dovuto al taglio delle foreste per creare campi dove coltivare grano, che proseguì durante l’impero romano (il Campidano divenne il granaio dell’impero). Orosei e la sua piana inondata dal Cedrino era una delle aree più colpite. Nel secondo dopoguerra, fino al 1951, il Rockefeller Foundation Sardinian Project finanziò un vasto piano di disinfestazione dalle zanzare, coinvolgendo 32 mila lavoratori che irrorarono le zone rurali con 10mila tonnellate di ddt. Sulla parete della casa nel centro di Orosei, i segni dell’azione dei disinfestatori. Marcello Fois, in “Nel tempo di mezzo”, racconta attraverso i suoi personaggi quel momento di storia dell’isola.

I teatrini di Guiso

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