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I testimoni di Geova vanno d’accordo con la psicologia – #2 Neocomportamentsimo e teorie sull’apprendimento sociale

Da Ettoreschmitz74 @ettoreschmitz74

Nel 1913, John Watson, psicologo ricercatore dell’Università di Chicago, con l’articolo “La psicologia così come la vede un comportamentista” diede il via ad una delle grandi scuole della ricerca sperimentale in ambito psicologico, la quale ha resistito fino allo sviluppo delle moderne teorie cognitive.
Nata dalle ceneri del funzionalismo, la psicologia comportamentista si diede come obiettivo lo studio del comportamento come unico dato oggettivo misurabile e scientificamente prevedibile, eliminando dalla propria nomenclatura persino il termine mente. L’espressione “immagine mentale” fu pure stigmatizzata come reminescenza di una vecchia pratica non scientifica, perché i contenuti della mente non sono direttamente misurabili e i dati da essa scaturiti non possono, secondo il comportamentismo, essere obiettivamente condivisi da più scienziati.
Il comportamentismo studia la relazione che c’è tra individuo e ambiente tramite l’individuazione della relazione esistente tra gli STIMOLI e le RISPOSTE. L’individuo è visto come una scatola nera, non è ritenuto opportuno chiedersi nulla circa il suo contenuto. Con le sue risposte, l’individuo può modificare l’ambiente e quindi alterare i successivi stimoli. L’ambiente, può indirizzare il comportamento verso schemi prefissati tramite rinforzi positivi (premi) o negativi (punizioni). In questo modo l’individuo “impara” a sopravvivere nell’ambiente in cui è ubicato. L’essere umano è considerato -in certe circostanze- infinitamente malleabile dai comportamentisti.
Il neocomportamentismo, dalle teorie di Rotter sul “Luogo di controllo” alle teorie sull’apprendimento sociale di Albert Bandura, costruisce un ponte tra l’originale comportamentismo e il cognitivismo che andava definendosi. In particolare Bandura, nega l’apprendimento come risultato dei soli effetti dell’ambiente sull’individuo e introduce il concetto di osservazione. Con il concetto di “agenticità umana”, Bandura sostiene l’esistenza di processi cognitivi misurabili e questo implica la presenza dell’”intenzionalità”.
I testimoni di Geova vanno d’accordo con le teorie comportamentiste e neocomportamentiste?
Posso affermare -sarcasticamente- : “si, certo!”.
I testimoni di Geova, utilizzano la teoria comportamentista per costruire in ogni adepto una “nuova personalità” che sia il più possibile aderente agli effetti dei “frutti dello spirito”. Questi termini sono isolati e prelevati dal contesto in cui sono presenti nei testi originali delle scritture greche cristiane. Cercare di educare un individuo a manifestare caratteristiche come “amore, gioia, pace, longanimità, benignità,bontà, fede, mitezza e padronanza di sè” non è certamente nulla di male. Posso comunque affermare che l’effetto dell’accettazione dell’ideologia geovista, vada al di là di tutto questo.
Nulla da dire, comunque, sull’accento messo sull’esigenza di purezza a livello morale. Il problema è che tutto questo è portato alle estreme conseguenze. Il testimone di Geova è incoraggiato a non infrangere la morale per non incorrere nello sfavore divino e nella distruzione eterna. Questo genera, in soggetti deboli,sofferenti o comunque predisposti, inutili sensi di colpa e di indegnità. Nei casi non rari di psicosi, un individuo può convincersi di aver commesso con i suoi pensieri il cosiddetto “peccato imperdonabile”, per il quale non è previsto perdono né in questo mondo né nel mondo perfetto che Geova starebbe per portare sulla Terra, quando la quasi totalità dei sette miliardi di persone oggi esistenti sul pianeta non dovrebbe più esistere. Essendo così predisposto al sentimento di colpa, il testimone di Geova si sente in obbligo di confessare i propri “peccati” in modo a volte compulsivo e a volte a riferire al “corpo degli anziani” fatti di altre persone per “non partecipare ai loro peccati”. Quindi, il corpo direttivo, che con monito dice: “nulla di nascosto non sarà scoperto”, in effetti non evoca l’avverarsi di una profezia, ma semplicemente constata e strumentalizza l’infinita malleabilità dei suoi adepti.
Infine, il testimone di Geova che non rispetta i precetti morali, sarà redarguito con l’”amorevole” – scusate il sarcasmo – provvedimento della disassociazione, la quale esclude da qualsiasi contatto sociale l’ex adepto espulso dalla congregazione. “… nessuno mangi in compagnia con un uomo chiamato fratello che è … fornicatore … o ladro, e non gli si rivolga nemmeno il saluto …” queste sono le parole di Saulo di Tarso, fariseo e ex persecutore dei primi cristiani, cittadino romano e convertitosi al cristianesimo, dopo aver visto “una gran luce sulla via di Damasco”, che lo privò temporaneamente della vista e fu accompagnata dalla “voce di Gesù Cristo” che lo supplicava: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?” Quindi, apparentemente per ragioni scritturali, il testimone trasgressore è punito con la morte sociale.
Invece, il testimone di Geova maturo e spirituale, viene premiato con incarichi di responsabilità e con “nomine” che si ostina a non considerare titoli, quindi con una cosa molto ambita dall’essere umano: IL PRESTIGIO SOCIALE.


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