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II vino del Salento e i produttori del Nord negli anni Cinquanta.

Creato il 29 luglio 2019 da Antoniobruno5
II vino del Salento e i produttori del Nord negli anni Cinquanta.
"È probabile, è molto probabile che un contadino di Squinzano non riuscirebbe a riconoscere nel vino che si beve con questo nome in Italia il vino della sua terra, che è fortissimo, sui sedici e persino sui diciotto gradi, ed ha un cupo spessore in cui esalano i zolfi dei diavoli conficcati nelle profondità di questo suolo". (Vittorio Bodini)
VinoAmaro II vino del Salento e i produttori del Nord negli anni Cinquanta. I l 5 dicembre 1950 sulle pagine di una rivista milanese, Omnibus (1), si poteva leggere un articolo di Vittorio Bodini, futura gloria poetica della Puglia e grande studioso ed intellettuale, dal titolo “Squinzano vino a Milano”, una variopinta descrizione di un fenomeno di grandissima rilevanza sociale ed economica per quei tempi: l’accaparramento, a condizioni molto vantaggiose, da parte dei produttori settentrionali di grandi quote della produzione vitivinicola salentina destinata a conferire corposità ai vini del Nord. Il vino proveniente dagli stabilimenti di Squinzano conquistò in breve tempo in Italia una notorietà che gli stessi abitanti della povera cittadina del Salento non potevano neanche lontanamente sospettare. «È probabile, o molto probabile - scriveva Bodini - che un contadino di Squinzano non riuscirebbe a riconoscere nel vino che si beve con questo nome in Italia il vino della sua terra, che è fortissimo, sui sedici e persino sui diciotto gradi, ed ha un cupo spessore in cui esalano i zolfi dei diavoli conficcati nelle profondità di questo suolo». Lo Squinzano era figlio del Negroamaro il vitigno più diffuso nelle provincie di Brindisi e Lecce. Per la sua alta gradazione alcolica era stato denominato anche “doppio rosso” perché bere un bicchiere di Squinzano era considerato come berne due di un altro vino meno robusto. Sulla particolare caratteristica dei vini come lo Squinzano non ancora ‘addomesticati’ dalla moderna enologia rimangono ancora significative le impressioni riportate da Paolo Monelli nel suo ineguagliabile O.P. ossia il vero Bevitore, un classico della enogastronomia letteraria italiana: «Ma più spesso gustai, offerto da mercanti e produttori di vini da taglio o bevuto in modeste trattorie, il vino corrente di sedici gradi, vino vinoso, vino di pura uva del luogo, mjere come si chiama in quel dialetto conservando il merum con cui i latini indicavano il vino schietto; detto nero perché è viola …»(2). A Squinzano, all’epoca in cui Bodini scrisse quell’articolo, convergevano durante il periodo della vendemmia carri carichi d’uva da tutta la penisola salentina. Nel resoconto pittoresco di Bodini Squinzano infatti si distingueva dagli altri paesi del brindisino e del leccese per una maggiore povertà perché il suo suolo, largamente sfruttato, non poteva produrre in media più di 35 quintali per tomolo contro una media di altre terre che si aggirava sugli 80-90 quintali. La natura del paradosso illustrato da Bodini era il seguente: Squinzano «come centro di produzione ha dunque scarsa importanza, e non sono rare le annate in cui i produttori locali chiudono le stagioni in perdita. Non così come centro di lavorazione. Della sua epoca d’oro le son restati infatti un centinaio di stabilimenti, fra grandi e piccoli, dove si lavora qualcosa come 800.000 ettolitri di vino ogni anno, quasi la metà dell’intera produzione della provincia di Lecce.(…) Su questo centinaio di stabilimenti, una quindicina appartengono a settentrionali, tutti lombardi. La proporzione non è forte, apparentemente; ma quei quindici stabilimenti sono i più grossi e lavorano l’80% dei mosti che escono da Squinzano». Se leggiamo oggi questo articolo di Bodini alla luce della sua cifra poetica successiva a partire da La luna dei Borboni (3), la “questione meridionale”, vista nell’ottica particolare della produzione vitivinicola, si carica di quelle note pessimistiche che già preludevano, nel sentire dell’autore, a quella “catastrofe antropologica” imminente. Sulla scorta dello scritto di Vittorio Bodini l’attore-regista Enzo Pascal Pezzuto ha realizzato una interessante docu-fiction di 25’ prodotta da Khàrisma con il contributo dell’Apulia Film Commission e la collaborazione della Regione Puglia (Assessorato alle Risorse Agroalimentari). Il documentario di Pezzuto è stato presentato in prima nazionale alla Bit di Milano il 22 febbraio 2008. Successivamente è passato per il Festival del Cinema Europeo di Lecce e per il IevanteFilmFest di Bari. Vino amaro, volutamente ‘cinematografico’ già nel titolo perché rimanda alla memoria il film di Giuseppe De Santis, Riso amaro (1949), è strutturato in fase di sceneggiatura sulle riflessioni avanzate da Bodini nel suo articolo circa il fenomeno degli scarsi guadagni dei produttori di vino salentini dovuto a due principali fattori, l’atavica pigrizia della gente del Sud e il forte potere d’acquisto degli industriali del Nord appoggiate dalle banche paragonate dallo scrittore a divinità invisibili: «Queste divinità sono le Banche, che pesano crediti e prestiti con disuguali bilance». Come afferma il regista, il vino ‘amaro’ del titolo si spiega col fatto che i salentini furono «spettatori e non compartecipi dei lauti guadagni ricavati dai produttori settentrionali… Questi ultimi seppero commercializzare il vino locale usandolo per dar corpo al loro Chianti e Barbera. Una formula milionaria!». Vino amaro si apre con alcune belle e rare immagini degli anni Cinquanta in bianco e nero: la vendemmia, il trasporto dell’uva, la pesatura… Queste immagini rappresentano un vero e proprio sigillo di ‘autenticità’ impresso alla ricostruzione storica messa in scena da Enzo Pascal Pezzuto. II regista, nella sua filologica impaginazione visiva del testo bodiniano, riesce in maniera abbastanza convincente ad evocare la sottile fascinazione di un’atmosfera e di un periodo così cruciale del nostro Sud con tutto quel carico di contraddizioni (sociali, economiche, culturali) che persiste ancora oggi. Nel film-documento di Pezzuto quell’universo antropologico sconfitto dalla Storia così ben descritto da Bodini ‘rivive’ attraverso personaggi e situazioni quasi del tutto scomparsi: i carrettieri che arrivano a Squinzano da ogni angolo della Terra d’Otranto guidando i loro traìni (4) stracolmi d’uva per tremila lire al giorno. La loro quotidiana fatica è appena mitigata da un pasto spartano all’aperto e da uno scomodo riposo notturno “dentro le stalle con le bestie”; la figura canonica dell’ubriaco del paese; il complesso bandistico di Squinzano, orgoglio strapaesano perché elogiato dal Maestro Pietro Mascagni; il ‘sarto’ e il ‘barbiere’ che attendono con impazienza il periodo della vendemmia per impiegarsi negli stabilimenti come pesatori e rinforzare per un po’ le loro scarse entrate; gli operai guardati a vista dal ‘caporale’ mentre puliscono le botti e durante l’intervallo discutono animatamente sull’aria di una romanza; le autorità cittadine (‘Otorità’ nel lessico locale) e tutti gli altri squinzanesi. Su questo sfondo di varia umanità si innesta la vicenda di un piccolo imprenditore del luogo, il signor Cillis, vanamente proteso a cercare di ottenere un finanziamento dalla banca, mentre il Sig. Cezzi, imprenditore del Nord (nell’articolo di Bodini si accenna a Folonari, giunto a Squinzano quarantacinque anni prima) gode dei favori dei responsabili della stessa banca pronti con manifesta sudditanza ad esaudire ogni sua richiesta. Il cast di Vino amaro composto da attori professionisti e da figuranti locali è abbastanza funzionale nell’economia del racconto. Da segnalare la partecipazione straordinaria del campione del mondo di pallavolo che interpreta Bodini nel suo soggiorno milanese. II film-documentario di Enzo Pascal Pezzuto si chiude con l’augurio che in futuro le risorse del Salento vengano utilizzate prevalentemente dai salentini. Note (1) Da non confondersi con l’omonimo Omnibus, settimanale di attualità politica e letteraria fondato da Leo Longanesi nel 1937. Per il suo carattere fortemente innovativo e critico la rivista risultò incompatibile con la linea ufficiale del regime fascista e per ordine del Ministero della Cultura Popolare fu chiusa nel 1939. (2) Longanesi, Milano, 1963; seconda edizione 1981, pag. 155. (3) Edizioni della Meridiana, Milano, 1952. (4) Sulle caratteristiche di questi fondamentali mezzi di trasporto della nostra cultura contadina cfr. la ‘voce’ Traìnu in: Gregorio Contessa, L’altro ieri a Manduria e... dintorni, Filo Editore, Manduria, 2005, pp. 38-39.
Fonte: http://alceosalentino.it/sites/default/files/ALCEO%2026%20leggero.pdf

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