Il “cerebralismo” e l’abbandono della bellezza.

Da Stroszek85 @stroszek85

Ultimamente riflettevo sulla natura delle varie discipline artistiche e, in particolare, della letteratura. Mi interessava approfondire il modo in cui questa sia cambiata col passare dei secoli e soprattutto con l’avvento della cosiddetta modernità – dalla Rivoluzione Industriale in poi, per capirci –, che trasformando ogni singolo aspetto della vita degli uomini, non poteva certo evitare di toccare il concetto stesso di letteratura, andando a modificare anche ciò che i fruitori sono portati a chiederle, al di là delle differenze tra le categorie sociali di appartenenza.

A portarmi verso queste riflessioni, sono stati alcuni articoli postati da stroszek85, e soprattutto quello sul jazz e sulla sua inevitabile evoluzione – ma forse stroszek85 preferirebbe chiamarla involuzione –, che è andata trasformando, anno dopo anno, decennio dopo decennio, questo tipo di musica da quell’espressione artistica estremamente viscerale e sensoriale delle origini, in una musica sempre più colta, elaborata e che potremmo definire “cerebrale”, che connota profondamente la seconda parte della storia del jazz e che, per molti versi, è tipica anche dei nostri giorni. Credo sia possibile ravvisare il medesimo fenomeno, mutatis mutandis, anche nella letteratura di alto livello, quella – per intenderci – che molti definiscono “sperimentalista”, fatalmente quella di maggior impegno, sia per gli autori che per chi ne gode – o cerca di goderne – i risultati.

A tal proposito, quindi, si chiarisce immediatamente come tale fenomeno non riguardi tutte quelle opere – e sono la maggior parte – che si propongono unicamente l’obbiettivo della facile commercializzazione, di una fruizione passabilmente semplificata e non si assumono nessun impegno particolare – o, se lo assumono, solo in maniera molto edulcorata – nei confronti delle forme espressive, dei contenuti e nel dare, insomma, una propria lettura dei tempi che corrono e delle esigenze che in essi sgomitano. Le opere appartenenti a questa tipologia, indubbiamente, non peccano affatto di quel “cerebralismo” di cui parlo, ed il perché sembra abbastanza ovvio, ma allo stesso tempo, non ponendosi nessun problema di approccio critico verso la realtà che le circonda, appaiono spesso dozzinali – cosa molto indicativa, seppure del tutto inconsapevolmente per gli autori, della natura profonda della cosiddetta società dei consumi, con cui, volenti o nolenti, ci troviamo a fare i conti.

Ora, lungi da me l’ambizione velleitaria di risalire in queste mie veloci riflessioni fino alla Rivoluzione Industriale per indagarne le motivazioni che stanno alla base di questo fenomeno, vorrei limitarmi a constatare come anche questa letteratura “sperimentalista”, caratterizzandosi in tale “cerebralismo, come dicevo, appaia anche, evidentemente, sempre meno godibile in maniera appassionata, e al contrario, fruibile quasi esclusivamente attraverso un impegno fortemente intellettuale, che non tutti i lettori possono mettere in campo. Si badi che con questo non si vuole assolutamente insinuare che le opere dotate di tali caratteristiche non abbiano una loro funzione più che valida – e nel corso di quest’articolo se ne faranno alcuni cenni –, ma appare al giorno d’oggi sempre più difficile per un’opera di impegno letterario serio, avere il dono di una bellezza sensoriale – non solo intellettuale –, che si mantenga accessibile ad una fascia ampia di appassionati, e che esca, nel contempo, una volta per tutte, da quella famosa turris eburnea in cui spesso lo stesso autore volontariamente la confina, trincerando in essa anche quei pochi estimatori elitari che avventurosamente vi si inerpicano.

E’ quello che capita andando ad indagare, per esempio, opere provenienti dalle avanguardie. Si può andare dalle avanguardie storiche alle neo-avanguardie degli anni ’60, passando per il post-modernismo, per spingersi alle esperienze della terza avanguardia o Terza Ondata (secondo la felice definizione di Filippo Bettini e Roberto Di Marco), fino ad arrivare ai giorni nostri con alcuni tra gli ultimi esempi (NetFuturismo, New Realism, Movimento “Giovani Poeti d’Azione”, etc.), la cui consistenza è ancora tutta da indagare, certamente meno rinomati di quelli del passato, ma sempre molto significativi nell’approccio polemico-sperimentalista, ora, inoltre anche impegnatissimi attraverso il Web, con le nuove possibilità multimediali.

Nella maggior parte dei casi ci troviamo di fronte opere che mettono a durissima prova gli strumenti operativi facenti capo alla materia letteraria. La netta impressione, quindi, è che in moltissime di esse – e sono rare le eccezioni – gli autori abbiano voluto, scientificamente, sacrificare la ricerca di una qualsiasi bellezza, adatta ai tempi che viviamo, in nome di una indagine razionale perfettamente conforme, certo, ai tempi, ma non attingibile da tutti i lettori. Sembra, insomma, che abbiano voluto abbandonare la speranza verso una bellezza sensibile che allontani gli spettri peggiori del presente e prefiguri linee future percorribili e vivibili, pensate anche per soddisfare ognuno di noi; per impegnarsi invece in favore di una Intelligenza che razionalizzi e descriva, nella maniera più impersonale e obiettiva possibile, le pieghe dello spazio-tempo e della psiche, con ciò facendo, indubbiamente, esperimento meritorio, caso esemplare “da laboratorio”, ma presentandosi in maniera stucchevolmente indigeribile, non solo per gli stomaci deboli e poco corazzati, ma anche per quelli ben addestrati, a prova di ulcera – mi si passi la metafora peptica, poco elegante forse, ma senz’altro efficace.

La mia sensazione personale – però credo che sia condivisa da molti – è che agli autori “impegnati” in tali sperimentazioni non interessi affatto la bellezza dell’opera, e che ciò che interessa loro sia unicamente il discorso possibile attorno all’opera d’arte, considerata come motore di riflessioni.

Queste impressioni e sensazioni verranno ulteriormente approfondite nel corso di interventi successivi, e si renderanno ancora più concrete con esempi vari, molti dei quali derivanti anche da discipline diverse dalla letteratura. A dimostrazione che il fenomeno è ben più ampio e variegato di quello che qui traspare, e che, alla fine, la vittima predestinata di tutto questo risulta essere sempre il fruitore più sprovveduto, meno attrezzato criticamente e quindi più bisognoso di quel concetto di bellezza a cui mi riferisco: bellezza, in quanto elemento-tramite indispensabile per veicolare concetti e idee importanti per tutti, anche per coloro che hanno un livello di istruzione inferiore.


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