Il Chapo Guzmán catturato dopo tredici anni di latitanza

Creato il 24 febbraio 2014 da Eldorado

É finita in un albergo della località turistica di Mazatlán, davanti all’oceano Pacifico, la latitanza di Joaquín ¨el Chapo Guzmán¨, ras del potente cartello di Sinaloa. Guzmán, é stato catturato all’alba di sabato, al termine di una lunga caccia all’uomo, nell’ambito di un’operazione congiunta della polizia messicana con la Dea statunitense. Dimagrito, quasi irriconoscibile, il Chapo era diventato una sorta di primula rossa del narcotraffico internazionale, le cui gesta delittuose hanno cambiato per sempre la mappa del crimine in America Latina.

La storia del Chapo Guzmán, il piccoletto, comincia negli anni Ottanta, quando si fa le ossa all’interno del cartello di Guadalajara di Félix Gallardo e dei fratelli Orellana. Quando Gallardo è arrestato e processato, nel 1989, Guzmán ritiene di aver imparato abbastanza. Decide così di mettersi in proprio e di fondare il cartello di Sinaloa. La regione è perfetta per gli scopi dei narcos: possiede 656 chilometri di costa sul Pacifico e confina con Sonora, lo stato da cui passano i due traffici più redditizi per i cartelli: quello della droga e quello della tratta di persone. Una posizione strategica, a ridosso dell’oceano e del deserto. Sia Tijuana, passata ora ai fratelli Orellana Félix, che il Chapo vogliono quel territorio che costa quattro anni di guerra e migliaia di morti. Ci va di mezzo anche il cardinale Juan Jesús Posadas Ocampo, finito nel mezzo della sparatoria dell’aeroporto di Guadalajara e assassinato dalle pallottole dei sicari.

Il Chapo finisce in galera, ma la sua figura alimenta presto la fantasia popolare, che ne fa personaggio di canzoni e gesta leggendarie. L’immaginazione della gente vola molto in alto, visto che il Chapo non è proprio un ladro cortese alla Robin Hood, ma un criminale crudele e sanguinario: nel 2012, la lotta per il controllo dello stato di Chihuahua è costata quasi tremila vittime, una media di otto morti al giorno. Ma tant’è: l’evasione dal carcere di Puente Grande, avvenuta nel 2001 nascosto nel cassonetto delle lenzuola sporche, ha fatto immenso il ¨piccoletto¨. Da allora Guzmán è diventato il soggetto preferito dei corridos del nord messicano, i famosi bolero che i gruppi di mariachi dedicano agli eroi popolari sin dai tempi di Pancho Villa ed Emiliano Zapata.

Guzmán, in questi tredici anni che l’hanno visto latitante, si è mosso a propria discrezione tra il Messico, l’Honduras ed il Guatemala, apparendo all’improvviso in feste paesane e nei ristoranti alla moda. Uno stile di vita pericoloso, che non sarebbe stato realizzabile senza la collusione delle autorità. Negli ultimi anni la polizia e l’esercito messicano sono riuscite ad arrestare i suoi uomini, perfino i suoi figli, ma il Chapo era sempre riuscito a sfuggire alla cattura. È riuscito anche a risposarsi, nel frattempo, con una miss di paese, Emma Coronel, una procace fanciulla molto più giovane di lui di cui si era invaghito durante una festa patronale. Capace di accumulare una fortuna di tremila milioni di dollari, Guzmán, che è nato poverissimo, ha saputo negli anni tracciare le azzeccate strategie che hanno sconvolto la società centroamericana. È stato lui, infatti, ad estendere il potere del cartello di Sinaloa a nord, nello stato di Sonora, fino ai confini con l´Arizona ed il New Mexico ed è stato sempre lui a comprendere l´importanza di un´alleanza con i colombiani, trasformando il Centroamerica in terra di conquista, anticipando sul tempo i cartelli rivali. Come in un gioco di risiko, il Chapo ha costruito il corridoio perfetto che unisce la Colombia agli Stati Uniti passando per Centroamerica e Messico. Per farlo, ha seguito una vecchia idea di Pablo Escobar, che aveva conosciuto di persona quando non era che un giovane luogotenente di Félix Gallardo a Guadalajara. Dal mitico capo colombiano, Joaquín aveva ascoltato più volte l’importanza di stabilire una rotta sicura tra la Colombia ed il Messico e da qui, fino agli Stati Uniti. La logistica sarebbe stata l’arma in più che avrebbe permesso al gruppo meglio organizzato sul territorio di conquistare il potere: il cartello di Sinaloa, appunto che ha lasciato a quello del Golfo e a Los Zetas le briciole di una torta dal valore di migliaia di milioni di dollari.

La sua buona sorte è finita a Mazatlán. Il Chapo Guzmán è stato presentato ai giornalisti in manette per pochi minuti, durante i quali ha tenuto quasi sempre la testa abbassata. Per i vincoli diretti con la criminalità Usa, le autorità federali statunitensi hanno già fatto sapere che chiederanno a breve termine la sua estradizione perchè risponda a differenti accuse di traffico internazionale di stupefacenti. Un duro colpo per il cartello di Sinaloa, ma un colpo la cui efficacia si potrà realmente valutare solo nei prossimi mesi.


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