Il ciclismo a 360 gradi: ce ne parla Stefano Bertolotti

Creato il 04 aprile 2012 da Fuoridibici @fuoridibici

Gli appassionati di ciclismo lo avranno sentito spessissimo negli ultimi anni, la sua voce potente e instancabile echeggia dai microfoni dei più importanti eventi del panorama ciclistico nazionale e internazionale . Stefano Bertolotti è, insieme al collega Paolo Mei (anche lui recentemente intervistato proprio da FuoriDiBici), lo speaker ufficiale del Giro d’Italia e delle Classiche che hanno fatto la storia del ciclismo nel nostro Paese. Non solo, Stefano conosce il ciclismo a 360 gradi, occupandosi anche di pista (è da anni la “voce” ufficiale della 6 Giorni delle Rose di Fiorenzuola) e di tante gare Under 23. In quest’intervista traspare chiara la sua grande competenza ma si coglie anche l’altrettanto grande passione per le due ruote che lo accompagna da sempre.

Ci racconti come ti sei avvicinato alle corse ciclistiche?

«In casa si è sempre mangiato pane e ciclismo; mio padre è un grande appassionato e mia madre è stata per anni dirigente. Mi portavano a vedere le corse quando ancora ero nel passeggino. Poi hanno fondato una piccola società ciclistica nel paese in cui vivevamo e inevitabilmente ho provato a correre.»

Per quanti anni hai corso e fino a quale categoria?

«Ho corso per 8 anni, fino al secondo anno da allievo.»

Immaginiamo che a quei tempi avevi un idolo…

«Beh, Gianni Bugno… un grande! E anche Laurent Fignon

Ricordi invece qual è stata la tua prima gara i cui hai lavorato come speaker?

«Me lo ricordo come fosse ieri. Era il 1993 (quasi vent’anni fa….) ad una gara di giovanissimi a San Martino in Strada in provincia di Lodi. A dire il vero non volevo farlo. In quel periodo mi divertivo facendo radiocorsa alle gare che si disputavano nella mia provincia: stavo in un’auto, seguivo la corsa e trasmettevo via cb le notizie a tutta la carovana. Gli organizzatori di quella gara di giovanissimi chiesero a mia madre se fossi stato disponibile a fare da speaker; lei senza dirmi nulla rispose di sì e mi mise davanti al fatto compiuto. Non avevo ancora 18 anni e ricordo che me la presi e anche parecchio. Non ci volevo andare, credevo di sentirmi in imbarazzo ma non ho potuto dire di no…Però avevo vergogna, credo sia normale a quell’età.»

Ci puoi descrivere con un aggettivo ognuna delle seguenti corse? Giro d’Italia, Giro di Lombardia, Milano-Sanremo?

«Giro d’Italia: leggendario. Giro di Lombardia: intenso. Milano-Sanremo: non è un aggettivo ma per me la Sanremo è “La Corsa”.»

Parliamo del Giro d’Italia: ci racconti un aneddoto, un episodio che ricordi in modo particolare?

«Quello del 2011 è stato un Giro d’Italia molto particolare. Il Giro è un concentrato di emozioni e di suggestioni, un episodio legato alla gara che ricordo con piacere è avvenuto nella tappa dello Zoncolan. Nel momento in cui ho annunciato che la testa della corsa aveva imboccato proprio la salita che portava all’arrivo, il pubblico è esploso in un boato da stadio. Un momento da pelle d’oca.»

Il Giro d’Italia 2011 è stato segnato purtroppo da un episodio tragico. Immaginiamo che sia stato il momento più difficile della tua carriera di speaker..

«I momenti successivi alla caduta di Wouter Weylandt sono stati interminabili, terribili. Attimi che né io, né Paolo (il mio collega), avremmo mai voluto vivere. Ci siamo ritrovati in una situazione difficilissima. Quei minuti sembravano eterni. Ricordo che io e Paolo non ci siamo detti nulla, solo lunghi sguardi, fissi, senza riuscire a pronunciare una parola, sperando di risvegliarci da un momento all’altro da quel brutto sogno. L’atmosfera era irreale, tutti abbiamo fatto il tifo per questo ragazzo. Ognuno di noi in cuor proprio lo spingeva, lo incitava a non mollare proprio come si fa con un corridore che sta affrontando la salita più dura.»

A proposito di Paolo Mei, il collega che ti ha affiancato nella lunga avventura del Giro 2011: ci è sembrato evidente il grande affiatamento tra voi…

«Paolo prima di essere un collega è un grande amico, è la persona con la quale ho la fortuna di lavorare e di condividere viaggi, emozioni, timori, preoccupazioni e gioie. Tra di noi si è instaurato un rapporto di grande amicizia e collaborazione e credo che questo sia indispensabile per riuscire al meglio nel nostro lavoro. Mi ritengo fortunato ad avere al mio fianco una persona come lui!»

Restando in tema di Grandi Giri: lo scorso anno hai lavorato per il Tour de France nelle tappe con arrivo e partenza a Pinerolo. Hai realizzato un sogno?

«Un po’ come per i corridori, anche per chi fa il mio lavoro il Giro d’Italia rappresenta il massimo. La chiamata da parte dell’A.S.O. (Amaury Sport Organisation, la società organizzatrice del Tour de France, n.d.r.) a commentare il Tour a Pinerolo ha rappresentato indubbiamente un’ulteriore soddisfazione, anche perchè il Tour viene visto come qualcosa di talmente grande che sembra quasi inavvicinabile, qualcosa di mastodontico. In ogni caso, da appassionato quale sono, essere al Giro e al Tour ha rappresentato il punto più alto della mia carriera

Per lavoro tu segui molte gare Under 23 e su pista: perchè, secondo te, a parte rare eccezioni, i giovani ciclisti italiani sembrano disinteressarsi alla pista?

«Non credo che la colpa sia dei ragazzi. I corridori in pista si divertono, hanno modo di stare insieme, imparano a gestire al meglio una volata, uno scatto e quant’altro. Credo che siano i tecnici ad essere soprattutto ostili al bel mondo della pista. Oggi, purtroppo, per alcune squadre conta solo la strada, magari vale di più una vittoria in una gara regionale del martedì che un titolo italiano o una maglia azzurra in coppa del mondo o a un mondiale su pista.»

Veramente un peccato!…

«Esatto, anche perchè l’atmosfera che regna durante una gara su pista è unica, magica

Alle prossime Olimpiadi di Londra solo Elia Viviani sarà in gara su pista: ci sono possibilità di podio per lui?

«Sì, credo ne abbia parecchie. E’ un ragazzo che ha dimostrato di avere talento e intelligenza tattica fin da quando era juniores e credo abbia tutte le carte in regola per farci sognare e gioire. Sono pronto a scommettere su Elia!»

Domanda curiosa: se potessi tornare indietro nel tempo e commentare le gesta di un campione del passato, su chi cadrebbe la tua scelta?

«Mi sarebbe indubbiamente piaciuto commentare le imprese di Gianni Bugno, di Miguel Indurain e avrei voluto conoscere Laurent Fignon che con quel suo codino e quegli occhialetti mi ha fatto amare ancora di più questo sport. Fignon era un grande, ma sia nella vita che nello sport non è stato fortunato, ha perso un Tour per soli 8 secondi… (Fignon è scomparso nel 2010 a causa di un male incurabile, n.d.r.)»

Tornando al presente: ci sono giovani interessanti, e magari non ancora conosciuti dal grande pubblico, sui quali consiglieresti agli addetti ai lavori di puntare?

«A parte i ragazzi dell’89 che gareggiano tra i prof e che hanno già fatto vedere buonissime cose nel mondo dei grandi, ci dobbiamo aspettare tanto in modo particolare da Mattia Cattaneo che lo scorso anno ha dominato tra gli under 23 e che debutterà tra i pro quest’estate. Attenzione anche a Valerio Conti, al primo anno tra gli under 23, già nell’orbita di squadroni per un probabile passaggio al professionismo nel 2014 e a Davide Martinelli, figlio d’arte, che a 19 anni ha tutte le carte in regola per fare molto bene.»

Bene Stefano, ti ringraziamo per la grande disponibilità e simpatia, speriamo di poter avere di nuovo l’onore, in futuro, di fare un’altra piacevole chiacchierata con te!

«Certamente! Grazie mille a FuoriDiBici e un saluto a tutti i lettori, a presto!»

Seguite Stefano su twitter (@SteBertolotti), su Facebook e sul sito www.stefanobertolotti.com .


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