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Il circo Barnum e Il Signore degli Anelli

Da Marcofre

Il circo Barnum e Il Signore degli Anelli

di Marco Freccero. Pubblicato il 10 febbraio 2020.

Il 15 gennaio scorso è morto Christopher Tolkien, figlio di John Reuel Tolkien, l’autore de Il Signore degli Anelli (e non solo).

Quello di cui intendo parlare è però contenuto all’interno di una intervista che aveva rilasciato, qualche anno fa, al quotidiano francese “Le Monde”. Dove usava parole dure proprio contro il “Circo Barnum” che si era venuto a creare attorno alle opere del padre dopo la trasposizione cinematografica di Peter Jackson. Che egli non aveva mai apprezzato, oltre a non voler nemmeno incontrare il regista neozelandese.

Che cosa racchiude quell’intervista di così interessante?

L’Anello della discordia

L’articolo in questione si intitola “Tolkien, l’anneau de la discorde” ed è disponibile solo in francese; ma esiste pur sempre Google Traduttore, giusto?

Come indicato in precedenza, Christopher non apprezzava minimamente la riduzione cinematografica, e non solo perché dei colossali incassi della trilogia dell’anello, e quelli dello Hobbit, non ha ricevuto nulla. I diritti, a quanto ho capito, erano stati ceduti negli anni Settanta (probabilmente per una cifra irrisoria). Poi c’è stata una causa scatenata dalla scoperta di una slot-machine online chiamata “Il Signore degli Anelli” che ha indotto il figlio di Tolkien, e l’associazione che gestisce il resto delle opere dello scrittore inglese nato in Sudafrica, a rivolgersi ai legali.

D’accordo; non amava i film e ci può stare. Questo perché quel successo planetario ha scatenato attorno a quelle opere un “circo Barnum” come diceva, composto di magliette, videogiochi, tazze, di tutto e di più ecco. Un fiume di denaro che ha stravolto il senso delle opere di Tolkien, seppellendole sotto una montagna di denaro. Un po’ come succede nello Hobbit con il drago Smaug assiso su un mare di oro e preziosi. Il cuore di quelle opere, soffocato qualche metro più sotto.

Posso capire il suo disappunto, il suo fastidio. Anche la sua “disperazione intellettuale” (come dichiara nell’intervista al quotidiano francese) per quello che i film hanno innescato. Non sono granché d’accordo però, perché comunque ci sono nel mondo decine di migliaia, forse centinaia di migliaia di persone che dopo aver visto quei film, hanno iniziato ad apprezzare nel giusto modo l’opera di Tolkien. E senza il lavoro di Peter Jackson di certo essi avrebbero ignorato il valore di quei libri.

Ma nel suo distacco che alcuni giudicheranno sciocco, o dettato dal non avere messo le mani sul fiume di denaro (però io non credo affatto che fosse questa la molla che lo aveva spinto a essere così duro con la produzione hollywoodiana), io vedo anche una critica molto opportuna. Direi necessaria e corretta.

La sua critica a quanto combinato dalla produzione cinematografica è corretta e necessaria perché si rendeva conto che questo è un mondo dove sono all’opera forze che rendono a sbarrare, a uccidere o a svilire lo sforzo intellettuale di un autore. Sì, lo so: se voglio realizzare un film da “Delitto e castigo” è indispensabile compiere delle scelte. Un film è un mezzo di comunicazione; il libro è un altro mezzo per raggiungere le persone.

Il cuore del problema è che siamo immersi in una realtà che con la scusa di voler rendere “democratico” tutto, finisce con l’omologare e diluire ogni cosa.

Costruire le funivie in montagna di certo permette a un sacco di persone di godersi quella dimensione, di apprezzarla; ma la montagna non sarà mai il mare. È proprio un altro mondo.

Immagino che Christopher Tolkien vedesse proprio in azione questa strategia. Rendere tutto piatto, uniforme, in modo che fosse agevole passare da “Spider Man” a “Il Signore degli Anelli”: perché tanto sono la stessa cosa. Non si dice forse che “Basta leggere”?

Il circo Barnum e Il Signore degli Anelli

Sul mio canale YouTube ho anche parlato di Barbalbero. Clicca sulla foto e buona visione.

Be’, no.

Leggere “qualunque cosa”?

Il signor Christopher Tolkien non credeva affatto che fosse sufficiente leggere “qualunque cosa”; perché ci sono libri, e libri. Sì, ciascuno legge quello che desidera e vuole, eccetera eccetera. Ma questo non toglie che ci sono delle enormi differenze tra i libri.

Il figlio di Tolkien vedeva quindi lo sforzo intellettuale di suo padre, durato tutta la vita, e che probabilmente aveva riempito ogni ora delle sue giornate, ridotto a ben poca cosa. Una delle tante offerte dell’industria dell’intrattenimento, ma un intrattenimento che non aveva affatto come scopo quello di “scendere in profondità”. Bensì quello di permettere alle persone stanche e stressate di trascorrere qualche ora al cinema rilassandosi. O divertendosi, grazie alla riduzione del “Il Signore degli Anelli” a videogioco.

Immagino che sia proprio qui la ragione della sua totale condanna nei confronti dei film, e di tutto il caravanserraglio che ne è seguito. Aveva torto? No, aveva ragione.

Ma è comunque un bel problema.

Da qual poco che ho capito, Christopher Tolkien non avrebbe mai permesso di ricavare dei film dalle opere del padre, per nessuna ragione. E di sicuro ne “Lo Hobbit” la mano di Peter Jackson mostra più di una sbavatura (se vogliamo descriverla così). Sembra anzi che il regista abbia dichiarato che a un certo punto non sapesse più bene come procedere e cosa stesse facendo. Ma c’è anche da ammettere che la sua operazione è nata da un genuino interesse per l’opera di Tolkien. Ma ha dovuto prendere atto (come chiunque lavori in un’industria popolare come il cinema), che una produzione così colossale doveva avere un colossale ritorno economico.

C’erano da fare delle scelte; discutibili, ma indispensabili.

Christopher Tolkien era una persona del Novecento che aveva vissuto da spettatore una radicale mutazione del… mercato. Non accettava che questo mercato entrasse così pesantemente “dentro” il cuore dell’opera del proprio padre. È perfettamente comprensibile; ma se a volte fosse necessario scendere a compromessi? Se fosse opportuno sobbarcarsi dei rischi?

Penso a quelle persone che hanno scoperto le opere del Tolkien solo grazie ai film. Sì, la maggior parte di essi forse hanno acquistato anche i libri per poi sistemarli nella loro libreria e passare ad altro. Perché era un film come un altro; e un libro come tanti.


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