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Il circuito della memoria

Da Dedalus642 @ivanomugnaini

Barcellona, 3 settembre 1973.

Felice Gimondi vince il Campionato del Mondo. E io perdo una scommessa con mio padre.

Ma, guardando e  imparando, vinco qualcosa che vale molto di più.

Ciao Felice

Il circuito della memoria

Il circuito della memoria

                                                        Le cose si scoprono attraverso i ricordi
che se ne hanno. Ricordare una cosa
significa vederla, ora soltanto, per la prima volta.
C. Pavese,
Il mestiere di vivere

 

Barcellona, metropoli vasta, fascinosa, capace di alternare esuberanze mediterranee a razionalità germaniche. Una rambla ti fa respirare miele e spezie come un vicolo di Casablanca, e, qualche metro oltre, ti si aprono di fronte prospettive di vetro e acciaio di grattacieli. Mi sento un po’ Don Chisciotte impegnato a sfidare i mulini a vento e un po’ Cristoforo Colombo pronto a sentire nel sibilo dell’aria l’eco di terre lontane. In realtà sono un turista per caso condotto qui dalla bizzarria degli scali di una compagnia aerea. Scaraventato qui come un bagaglio inviato a una destinazione sbagliata. Sballottato tra due estremi: da un lato la soddisfazione di poter girovagare per un pomeriggio intero in una città bellissima, dall’altro la fretta di arrivare alla mia meta reale, l’ansia di dare un peso e una ragione ad ogni passo.

Il settembre spagnolo è carezzevole e malinconico. Un flamenco lento, estenuato, si muove nella mente. Un ritornello immutabile orchestra i pensieri e mi porta, contro la mia stessa volontà, a mischiare presente e passato, desideri e ricordi.

Rivedo ora, nitida, una sequenza di immagini e suoni. Tre settembre 1973. Un televisore in bianco e nero, la voce cristallina di Adriano De Zan. L’essenza sonora del ciclismo, colta e popolare, impastata del fango della Parigi-Roubaix ma anche eterea, vibrante dell’ossigeno rarefatto delle vette dolomitiche. Tre settembre 1973, prova in linea del Campionato del Mondo. La sigla dell’Eurovisione mi attira come una calamita. Ho nove anni ma so già alla perfezione che quelle note hanno il potere di evocare magie, vittorie e sconfitte, il Messico, la Germania, il Brasile, Benvenuti, i pugni presi e dati, le braccia alzate al cielo e l’asciugamano gettato sul ring in segno di resa. Vittorie e sconfitte in grado di generare nuovi sogni.

Accanto a me, nel salotto della mia infanzia, è seduto mio padre. Giovane, forte, denti saldi e volto abbronzato. Sorride. Mi guarda e sorride, già pronto a un’immancabile sfida.

Partono i corridori. Inizio incerto, la confusione causata come sempre dalle nazioni meno esperte. Ma a Barcellona, nel Campionato Mondiale dell’anno 1973, il copione è scritto da un regista geniale e per nulla paziente. Dopo pochissimi giri, contro ogni pratica consolidata, contro ogni tattica studiata a tavolino, l’esito della gara è già deciso. I campioni delle squadre più forti sono da soli in fuga. Gli altri, dietro, non osano neppure sognare di abbozzare un inseguimento. Il mondiale dopo pochi chilometri è divenuto una lunga, lenta, torturante partita a scacchi. La scacchiera è circolare ed immensa, i giocatori sono quattro: Mercks, il cannibale, favorito sempre e comunque, il prototipo del vincente; Gimondi, bergamasco silenzioso capace di sorridere, abile a celare dentro di sé la fonte della sua voce e della sua forza; Maertens, il meno atteso, temibilissimo outsider, velenoso in caso di arrivo allo sprint; Ocaña, idolo del pubblico locale, spagnolo dalla schiena curva come un tornante dei Pirenei, costantemente a testa bassa come un toro sulla sabbia infuocata di un’arena.

Si studiano, i battistrada. Si conoscono a memoria ma non si perdono di vista un istante, cercano ognuno negli occhi degli altri una crepa, un’esitazione, un’incertezza. Una stilla in più che possa amplificare, facendo da specchio, la propria potenza, la sete di trionfo.

Sul divano del salotto, intanto, altri occhi si incrociano. Mi scruta mio padre, si gusta la mia agitazione. Lascia scorrere ancora qualche minuto, permette al silenzio di acquisire metri di vantaggio. Lo annulla immediatamente poi, in un sol colpo, facendo scattare fulminee le sue prime parole. Prevedibili, e tuttavia dirette allo stomaco, come un pugno, come una carezza.

– Sentiamo, chi vince secondo te? Lo guardo anch’io. Esito a rispondere. So che è un gioco, ma, come tutti i giochi autentici, estremamente serio. Vorrei dargli la risposta che si attende, quella che desidera. Alla fine però, ancora una volta, l’orgoglio prevale. So bene chi è il favorito, so che è bello vincere, qualsiasi cosa, e questo, nella mia mente di bambino, supera ogni barriera, cancella tutto il resto. Vorrei dire Gimondi, perché è italiano, perché è vicino a noi, parla la nostra lingua, ha la nostra espressione, la faccia simile a quelle che vedo nelle strade e nei bar del mio paese. Vorrei dire Gimondi ma dico Mercks, il belga che non perdona, che divora ogni traguardo, ogni avversario. Dico Mercks, anche se so che è il nemico da battere, l’uomo che non riesce a sopportare neppure mia madre, lei che di sport sa poco o nulla, abbastanza tuttavia per affermare che questo tipo che vince sempre le sta sullo stomaco. Ci penso, sento gli occhi di tutti su di me, la ruota dei secondi e dei minuti gira lenta.

– Mercks! Vince Mercks di sicuro! Alla fine la voce che mi esce dalla gola è quasi un grido. Urlo di battaglia che attraversa il terreno di un’infanzia che sta per sconfinare nell’adolescenza e cerca qualche metro di terreno solido su cui poggiare un fragile orgoglio. Mercks. Modello odiato ma vincente. Come mi sentivo io, in qualche modo. Contro tutto e tutti. Mercks, perché alla fine, ne ero certo, avrebbe vinto lui. Solo quello sarebbe rimasto. Mi sarei alzato con un sorriso ironico, quasi altrettanto bianco e saldo di quello di mio padre, avrei allargato le braccia con trionfale nonchalance, e mi sarei chiuso alle spalle la porta di camera mia. Avrei atteso la fine della sigla dell’Eurovisione, mi sarei infilato le cuffie e mi sarei gustato la rabbia ritmata di un po’ di rock acquistato clandestinamente, duro e graffiante come le pedalate del cannibale.

Il bianco e nero del televisore sfuma l’azione, pare quasi rallentarla. Sembra di assistere alla passeggiata di Armstrong sul suolo lunare. Si tratta invece del procedere cadenzato delle gambe, l’interminabile roteare. Si avvicinano al traguardo con la lentezza di una navicella che approccia metro dopo metro la meta di un satellite agognato per anni. Gimondi si piazza alla ruota di Mercks. Forse per provare a innervosirlo, forse per antica abitudine. Sorrido. La mia certezza sull’esito della gara è assoluta.

Commenta l’andamento della corsa, mio padre. Come un pugile mi lavora ai fianchi. Osserva i primi piani degli atleti. Sostiene che Ocaña è troppo teso, messo fuori combattimento dalla responsabilità di correre in casa. Maertens è forte, prosegue, ma non ha personalità a sufficienza per vincere una gara di questa importanza. Restano Mercks e Gimondi, conclude. Dopo la consueta pausa piazza l’affondo finale. Esclama, con un riso nasale, che sta meglio Gimondi. È più in forma secondo lui. Ne è certo. Pronto a scommetterci.

Provo a rispondere al riso con un contrattacco. Cerco di ghignare anch’io, ma la tensione accumulata fa sì che mi esca dalla gola un suono che vibra quasi di pianto. Rabbia, frustrazione, non ne ho idea. So solo che accetto la sfida. La accetto e rilancio: mi dichiaro sicuro che il belga vincerà per distacco.

– Quando vuole resta da solo. Per ora gioca come il gatto con il topo. Tra poco però vedrai che scatta e non lo prendono più. È il più forte di tutti.

Un sibilo, un sussurro. Non so neppure se queste parole le ho pronunciate realmente o le ho solo pensate, se ho lasciato che il loro senso e il loro suono percorresse senza tregua la mente.

De Zan inizia a riassumere l’andamento generale della gara e propone scenari possibili per il finale. Il traguardo, chilometro dopo chilometro, si avvicina, è ipotesi concreta ora, miraggio che, nella nebbia luminosa del televisore, assume consistenza. La telecamera indugia sui volti dei fuggitivi, li va a cercare uno per uno, spietatamente innocente, scava nelle speranze, nelle paure, nelle espressioni strette nella morsa di fatica e grinta, volontà e rassegnazione, agonismo e fatalismo. Ocaña è spento: un soldato pronto al sacrificio ma ignaro di vittoria. Maertens possiede il brio di chi non ha nulla da perdere, danza sui pedali come un ragazzo che torna a casa dopo ore di scuola. Mercks è una maschera impenetrabile. Serio, apparentemente sereno. Solo una goccia di sudore in più percorre la fronte liscia e bianca di squalo. Gimondi sorride ancora. L’angolo della bocca si allarga in un’ironia densa, concentrata. Scivola liscio sull’asfalto, leggero, compatto. Non molla un istante la scia del pescecane. La groppa del quieto cavallo dei Monti Orobici è diventata schiena guizzante di delfino.

La campana che annuncia l’inizio dell’ultimo giro sveglia me e i corridori da un torpore ipnotico. Inizia il valzer conclusivo. Ogni pedalata da questo momento in poi, ogni gesto, ogni pensiero, stabiliranno l’esatta distanza tra sogno e realtà. Il gruppo alle spalle è lontano, fuori portata, nessun pericolo di riaggancio in extremis. Il titolo andrà a uno degli uomini in fuga, a chi saprà staccarsi magari con uno scatto da finisseur. Chi saprà infilarsi nell’esile fessura lasciata aperta per un attimo dagli avversari e dal tempo. Provare l’assolo tuttavia è un azzardo. Ogni energia è preziosa in caso di arrivo in volata. Un tentativo solitario espone al vento e al ritorno rabbioso degli altri. È preferibile restare a ruota, giocare a difendersi, rintuzzare gli attacchi eventuali di chiunque osi uscire di traiettoria alzandosi sui pedali.

Danzano, i battistrada. Disegnano ampie volute sul grigio dell’asfalto. Dopo aver percorso decine di chilometri in linea retta, paiono divertirsi ora a dipingere arabeschi. Ogni giro soffice di manubrio è un’esca, un invito all’avversario che segue a tentare la fuga, a bruciarsi nel vento. Troppo esperti però, troppo consci ciascuno del valore degli altri. Solo qualche abbozzo, qualche breve scatto simulato per saggiare la qualità e l’intensità delle reazioni. Niente di più. Sarà la volata a decidere.

Mi giro di lato facendo attenzione a nascondere un sorriso compiaciuto. Pregusto la zampata finale. Non ricordo di avere mai visto Mercks lasciare un traguardo agli altri compagni di fuga. Neppure nelle gare di contorno, neanche nelle competizioni minori. Figuriamoci in un campionato del mondo. La volata di un gruppetto, meno di una manciata di corridori, è l’ideale per lui. Regolerà tutti anche stavolta. Mio padre tace. Il suo sguardo ora è più teso, meno strafottente. Prepara la volata anche lui. La sua bocca si serra, assume la forma arcuata della schiena di Gimondi, ne segue l’oscillare, le scosse, le contrazioni. Avvicino la poltrona al televisore quasi a voler sopravanzare anche in questo il mio avversario. Scatto verso il traguardo, come, tra breve, farà anche il cannibale.

Rettilineo finale. Largo, sconfinato. Entrano in azione le telecamere fisse. Dalla cucina, con incredibile tempismo, appare mia madre. Si piazza alle spalle di mio padre, una mano sul bracciolo e una sulla sua spalla. Mio padre si volta un istante verso di lei, con frasi concise le riassume la gara e la prepara alla conclusione imminente. Istanti di silenzio totale. Non un suono in casa né in strada. Non una macchina, una moto, un viandante che fischietta una canzone. Tacciono i gatti nel giardino di fronte. È muto perfino il vecchio frigorifero.

Parte Ocaña, la mossa della disperazione. Tentativo suicida di chi attende la pugnalata per poter giacere sereno con la malinconia della sconfitta. Controscatto di Maertens. Alla sua ruota il suo connazionale, Mercks, proprio lui. Maertens conferma di non avere timori reverenziali. Prosegue furioso lo scatto. Si stacca. Si stacca. Resta indietro, il cannibale. Inghiottito dall’asfalto, dalla fatica, dalla mancanza di ritmo, di potenza. Viene risucchiato, per forza di inerzia, perfino da Ocaña. Solo Gimondi tiene il passo di Maertens. Risponde ai guizzi con una progressione fluida, inesorabile. Sorride Gimondi, denti bianchi e saldi, nell’istante in cui supera il belga di slancio e taglia il traguardo per primo. Quietamente, immensamente trionfante.

Salta sulla poltrona mio padre. Un abbraccio caldo e fulmineo a mia madre, poi, di scatto, la testa rivolta verso di me. Inghiottito dalla poltrona, dalla sorpresa, dall’umiliazione, sento lacrime calde come sudore che mi scendono sulla faccia. Ride. Ride fragorosamente. Mia madre è sorpresa in un primo momento, poi, una volta scoperto il motivo del pianto, sorride ironica anche lei.

Sparisco rapido all’interno della mia camera. A ripercorrere i metri finali, a rimuginare il mistero di un colpo di pedale mancato, un verdetto che non ammette repliche.

Ora, scosso dalle ondate del ricordo, cammino da solo lungo questo viale. Lo immagino limitato da transenne, colmo, ai lati, di una folla festante. È qui che, oltre trent’anni fa, si è svolta la memorabile volata. Su questo asfalto, sulle rughe coperte adesso da un manto liscio, nuovo. Provo a visualizzare la direzione, le distanze. Cerco di stabilire in quale punto esatto fosse posto il traguardo. Impresa ardua.

Tutto è cambiato. Mancano punti di riferimento fondamentali. Tutto è cambiato. Il tempo, passista inesorabile, ci ha raggiunti e superati. Mio padre non è più robusto e abbronzato. Sorride, ora, con occhi quasi timidi che ammiccano alla fine, al traguardo cupo, senza abbracci di sole. È cambiata ogni cosa. Anche in me. Oggi so apprezzare la schiena salda e il passo regolare. So esaltare la capacità di Gimondi di essere campione nell’epoca di un mostro, gigante nell’era di un gigante. So apprezzare l’arte di restare alle spalle, eterno secondo, per poi, in un pomeriggio di settembre, trasformare le attese e le delusioni in un orizzonte iridato. So apprezzare il sorriso tenace del corridore, e il sorriso di affetto dell’uomo seduto a fianco a me sul divano. La forza del gioco, la sfida che invita a crescere, a lottare.

Forse non è troppo tardi. Se ci mettiamo d’accordo, se sappiamo parlarci, se ci diamo cambi regolari, possiamo riprenderlo. Possiamo riagganciare il tempo andato in fuga con un ghigno di sfida. Possiamo percorrere assieme ancora molti chilometri, sentire lo stesso vento sulla faccia, vedere insieme, con la coda dell’occhio, panorami illuminati da un riflesso di luce. Procedere ruota a ruota, spalla a spalla, senza rabbia, senza lacrime mute e sorrisi di acciaio tagliente. Riprendere il fuggitivo. Superarlo, guardarlo in faccia e sorridergli assieme mostrandogli di non temerlo più, di avere energia e volontà per reggere il passo.

Pedalare appaiati, io e lui, senza chiederci più chi sia Gimondi e chi Mercks, chi abbia torto e chi ragione, chi sia il primo e chi il secondo. Assieme, salite e discese, aria e respiro. Arrivando gradualmente ognuno al proprio traguardo, braccia alzate in segno di saluto. Senza prevaricazione, guardando la strada di fronte e, per qualche attimo, il cielo.

Verso il traguardo. La linea finale che, anche adesso, non trovo. Non riesco a individuarla, e, a ben pensare, è bello che sia così. Non c’è. Non c’è, su questo viale di Barcellona come sul rettilineo ideale della vita, alcun segno tangibile in grado di porre un limite al ricordo, all’affetto, alla memoria. Si può ripercorrere all’infinito il circuito del tempo, assaporando la malinconia, il dolore, la gioia, la volontà di cambiare, mutare il ritmo della pedalata. La sorpresa di una vicinanza riscoperta, rivissuta, ripartita di slancio con un sorriso placido, formidabile. Felice Gimondi che, contro ogni logica, contro ogni attesa, supera tutti e vince in volata.

 
 
Felice Gimondi le grand tacticien toujours à l ' affût du bon moment pour attaquer

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