Il commissario Ponzetti indaga nella Roma di Gadda Intervista a Giovanni Ricciardi

Creato il 04 febbraio 2015 da Tiziana Zita @Cletterarie

Giovanni Ricciardi, romano, scrittore di gialli, insegnante, è autore delle inchieste del commissario Ponzetti, che si svolgono a Roma in un Esquilino post-gaddiano. L’ultimo libro della serie è Il dono delle lacrime. Ecco la sua intervista fatta da due suoi amici scrittori.

Saverio Simoncelli
La prima volta che Giovanni mi disse: “Ho scritto un giallo”, mi è preso un colpo perché erano anni che partecipavo a festival noir e francamente non ne potevo più di leggere gialli. Poi ho cominciato a leggere I gatti lo sapranno e mi sono detto: “Be’, però!” Una cosa che vorrei chiederti è: qual è stata la prima volta che ti è comparso il commissario Ponzetti e ti aspettavi che sarebbe diventato un eroe seriale?

Ricciardi
Ne I gatti lo sapranno, il commissario Ponzetti indaga su una gattara che viene investita e poi resta fra la vita e la morte. Questa cosa in realtà è successa a me. Io vivevo all’Esquilino e avevo letto da poco Il pasticciaccio di Gadda. Ero rimasto affascinato da questo straordinario scrittore che raccontava la Roma degli anni Venti, sotto il ventennio fascista, e in particolare quel quartiere, quelle strade, quelle piazze in cui io vivevo e che erano totalmente trasformate.

Poi è successo che dovevo andare a cena da uno zio abbastanza ricco che mi aveva invitato perché voleva regalarmi un quadro. Quindi avevo pensato di mettermi la giacca e la cravatta, quando vengo investito, sul marciapiede, da uno che voleva parcheggiare. A un certo punto arriva l’ambulanza e l’infermiere mi fa: “Ahó, c’avrai pure due sordi, ma vivi proprio in un quartiere de merda!” Non avevo niente di rotto ma mi dettero quindici giorni di riposo forzato per la gamba e cominciai a pensare che quello poteva essere un ottimo inizio per una storia. Anche se io non amavo molto i gialli…

Riccardo D’Anna
E non li ami tuttora.

Ricciardi
No, non molto. Allora mi sono detto: “Potrei provare a scrivere un giallo, però non so come si fa”. E quindi cominciai a leggere un sacco di Simenon. Avevo l’idea di raccontare l’Esquilino post-gaddiano, facendo percorrere a un nuovo commissario le stesse strade che aveva percorso il mitologico Ciccio Ingravallo di Gadda. Poi esce I gatti lo sapranno e tre mesi dopo Marco Lodoli mi dedica “un’isola” con un elogio fin troppo sperticato e allora Elido Fazi mi chiama e mi dice: “Ma perché non continui?” Così questo personaggio è diventato seriale, grazie all’invito a continuare del mio editore.

Saverio Simoncelli
Ora hai scelto di raccontare un periodo in cui molte cose erano sospese, quello prima della nomina di Papa Bergoglio.

Ricciardi
Quello è un momento di sospensione, come del resto ne Il silenzio degli occhi, il mio terzo libro, c’è l’attesa che il Tevere straripi. Vi ricordate quando c’è stata la piena del Tevere? Sono quei momenti in cui è accaduto qualcosa di grosso, ma ancora tutto può succedere. Mi sembrano i più poetici, i più belli e allo stesso tempo a me piace inserire la vicenda fantastica di Ponzetti all’interno di un cronaca che qualunque lettore possa riconoscere facilmente. Quindi l’occasione delle dimissioni di un Papa, dopo settecento anni dall’ultimo Papa dimesso, mi sembrava che fosse un’ottima occasione per raccontare una storia.

Simoncelli
Quello che mi colpisce nelle storie che scrivi, è che non c’è quasi mai il senso della paura. Si avverte che sono al lavoro delle forze provvidenziali, come una sorta di aura, di serenità, anche nei momenti più efferati. Si è detto che i gialli riescono ad intercettare quella parte oscura del nostro tempo, nei tuoi gialli c’è sempre l’idea che alla fine le cose un po’ si aggiusteranno. Mi sbaglio?

Ricciardi
Diciamo che io non amo molto le storie in cui il sangue viene versato a fiumi, dove c’è un assassinio ogni tre pagine, poi forse non sono nemmeno capace di creare tensione e paura. Sono uno che cerca da tutta la vita di rassicurare se stesso sul fatto che tutto va bene. In fondo quello che scriviamo rispecchia il nostro modo profondo di essere e la mia lettura delle cose è che non tutto è affidato al caso e che il male non ha l’ultima parola. I miei gialli partono anche da episodi minimi, da episodi da trafiletto della cronaca di Roma, dietro ai quali poi magari si scoprono delle storie, delle anime, dei tormenti interiori. Forse conta anche il fatto che vengono raccontati in prima persona e allora finiscono per essere un po’ gialli dell’anima, nei quali valgono più il ragionamento e la riflessione che non i fatti che accadono. Provo una sensazione di ritorno a casa quando finisce la storia, anche perché quando esco per portare Pozzetti in giro non so bene dove arriverò. Questa non so se è una caratteristica o un difetto.

D’Anna
Confesso di avere il privilegio di leggere i libri di Giovanni in prima stesura e di porgli dei problemi rispetto al testo che sta scrivendo. Una volta mi aveva colpito una sua frase bellissima, molto lirica, e poi lui l’ha tagliata. Quando gli ho chiesto perché, mi ha detto che era troppo lirica e stonava col resto del libro. Penso all’approccio scarnificato di Simenon che non avrebbe mai usato la parola “crepuscolo”: “tramonto” o “pomeriggio”, ma mai “crepuscolo”.

Ricciardi
Quando scrivi è un conto, ma quando poi rileggi ad alta voce, ti accorgi che una frase di cui ti sei innamorato non funziona nel contesto di quello che hai scritto. E’ piuttosto complesso riflettere su come si scrive ma capisco che il grande scrittore ha come obiettivo quello di non esibirsi. Pensiamo a un romanzo straordinario come Stoner, in cui è rarissimo che ci siano delle vere esposizioni poetiche dell’autore eppure il libro è poeticissimo. O pensiamo al modo di scrivere di Sciascia che è così denso e asciutto. Quando faccio le revisioni tolgo moltissimi aggettivi perché penso che l’immagine dovrebbe emergere dalla cose che accadono, dalla storia che racconti, piuttosto che dalla scrittura. E’ un processo di eliminazione.

D’Anna
Graham Greene diceva che gli aggettivi sono nemici della scrittura. Ma visto che hai citato Sciascia e hai citato Stoner, dicci quali sono altri scrittori a cui ti ispiri e che si riflettono nei tuoi romanzi.

Ricciardi
Io faccio l’insegnante di latino e greco e sono stato trasferito al triennio. Perciò ho ricominciato, dopo tantissimi anni di grammatichetta del ginnasio, a prendere in mano i classici e devo dire che in certi testi c’è una grande potenza della parola. Nel XXIII libro dell’Odissea, quando si rincontrano Ulisse e Penelope, ci sono delle cose straordinarie. Per esempio arriva la serva Euriclea e le dice: “E’ tornato Ulisse, ha ucciso i pretendenti, scendi e riabbraccialo” e Penelope le risponde: “Perché mi hai svegliato, perché prendi in giro me e tutto il dolore che ho vissuto? Sei diventata pazza? Forse sono gli dei che ti hanno resa pazza”. E poi dice una cosa: “E non dovevi svegliarmi perché questo è il sonno più dolce che ho dormito da quando sono nata”. C’è qualcosa di straordinario perché Penelope nella sua coscienza non crede al ritorno di Ulisse, però quella notte ha dormito il sonno più dolce e più sereno perché era come se dentro di sé sapesse che c’era qualcuno che ormai vegliava su di lei. Ecco, io questa cosa, in molta letteratura contemporanea non la trovo. Oppure mi viene in mente un verso di Medea quando dice: “Non c’è giustizia negli occhi degli uomini”. Questo riferimento agli occhi degli uomini, cioè al loro modo di valutare le apparenze, noi lo diremmo con tanti termini astratti. Mi stanno affascinando queste letture straordinariamente potenti ed essenziali.

D’Anna
Nei frammenti di Novalis, che io tengo da anni sul comodino come se fosse un breviario, l’altro giorno ho letto una delle sue frasi meravigliose: “I romanzi nascono dall’insufficienza della storia”. Quando uno scrittore scrive le sue piccole storie come si intersecano con la grande storia? Ad esempio tu hai parlato dei papi e delle loro dimissioni. In inglese ci sono due termini history e story.

Ricciardi
Rispondo per quello che succede a me. Avviene qualcosa a Roma e mi viene da pensare: questa sì che sarebbe una bella cornice. Quindi me ne innamoro. In Portami a ballare c’è un agosto vuoto. Ve li ricordate gli agosti vuoti, quelli degli anni Settanta quando chiudeva tutto? Ecco mi viene in mente la cornice. Poi la storia, per esempio nel caso de Il silenzio degli occhi era un trafiletto del Messaggero: un bambino si era perso sulla spiaggia e i genitori erano stati chiamati con l’altoparlante. Nessuno aveva risposto, avevano chiamato la polizia che aveva interrogato il bambino che avrà avuto sei, sette anni, ma parlava una lingua assolutamente ignota. Poi si è scoperto che era dell’Azerbaijan. La polizia non riusciva neanche a capire che lingua fosse. C’era voluto moltissimo tempo per decifrare la nazionalità del bambino. Questo è il filo da cui parte la vicenda, il resto non so dire come viene. Se mi invitassero a tenere un corso di scrittura creativa direi di no.


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