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Il comunismo dei poteri forti

Creato il 31 gennaio 2017 da Conflittiestrategie

Cosa fosse il comunismo lo hanno capito in pochi perché pochissimi hanno davvero letto Marx. Chi, invece, lo ha letto, senza peraltro studiarlo approfonditamente, lo ha, ovviamente, travisato, facendo ancora più danni. Per questo oggi ne sentiamo di tutti i colori, soprattutto, da certuni filosofi che chiacchierano di ciò che non conoscono e suggeriscono soluzioni per l’avvenire, tentando di resuscitare il morto, che fanno venire i brividi. Il libro di prossima pubblicazione intitolato “L’illusione perduta”, scritto da La Grassa, da Tozzato e dal sottoscritto, dice qualcosa di definitivo sul pensiero di Marx e sull’impossibilità del comunismo, derivato dalla sua ipotesi scientifica rivelatasi errata. Certo, lo sosteniamo col senno di poi, con tutta l’acqua passata da sotto i ponti della storia (del capitalismo e dei movimenti di massa tra l’800 ed il ‘900), ma far finta di nulla non rende giustizia al grande studioso tedesco. Per Marx il comunismo doveva essere il parto ormai maturo nelle viscere del capitale, qualcosa di quasi predestinato, in virtù dell’affermazione di differenti rapporti sociali e di un nuovo modo di produrre, di cui sarebbe stato portatore il lavoratore collettivo cooperativo, formatosi spontaneamente nella fabbrica grazie alla stessa dinamica capitalistica. La socializzazione crescente dei processi produttivi, sospinta dalle logiche sistemiche, avrebbe facilitato la riappropriazione da parte di un corpo lavorativo alleato (mente+braccio) dell’intelligenza produttiva (di cui, invece, erano stati deprivati gli artigiani nel passaggio dal feudalesimo al capitalismo, con il loro intruppamento nelle manifatture e la successiva parcellizzazione e meccanizzazione delle abilità personali, costituenti, rispettivamente, la sussunzione formale e reale del lavoro ai rapporti specificatamente capitalistici, così come definita da Marx), con progressiva espulsione dei capitalisti dalla sua organizzazione concreta. Quest’ultimi, ridotti a rentier, non avrebbero più avuto il controllo della base materiale della società, sulla quale avrebbero però continuato a dominare ricorrendo agli apparati di coercizione statale, ancora saldamente nelle loro mani. Inoltre, a causa della centralizzazione dei capitali, per il perpetuarsi della loro lotta a livello ormai solo finanziario, si sarebbero ridotti anche di numero, legandosi a pochi grandi trust, determinando un ulteriore ingrossamento delle fila della classe dominata, con gli ultimi espulsi da questa acerrima concorrenza per le cedole, facendo conseguentemente incrementare, con tali elementi dirigenziali, ex appartenenti ai ceti proprietari, il “cervello” dei subordinati. A questo punto. la rivoluzione per la conquista dello Stato sarebbe stata quasi un pranzo di gala in seguito alla sproporzione tra gli eserciti in campo e alla loro capacità di “procurarsi” le risorse per confliggere e affermarsi. Questo è il comunismo, già in fieri nella società capitalistica, per Marx. Non vi è nulla di utopico e nulla per cui si sarebbe dovuto ancora attendere dei secoli.
Ora, al contrario, sentiamo cosa affermano i nostri filosofastri in proposito. Roberto Finelli, per esempio, ed il suo comunismo del sentire: “Oggi sono necessari nuovi esperimenti con un’antropologia fondata sulla pienezza e sull’intreccio di due assi relazionali: quello orizzontale della relazione con gli altri e quello verticale della relazione con il proprio sé. Una ripresa dell’utopia concreta potrebbe permettere di concepire e praticare istituti della socializzazione che siano contemporaneamente istituti del riconoscimento…Potrebbero essere luoghi di produzione di beni materiali e culturali a doppia matrice: processi produttivi che, mentre lavorano l’oggetto e il mondo esterno, contemporaneamente lavorano il soggetto. Ossia, in altri termini, luoghi di produzione con una duplice valenza ecologica: produzione di beni che non entrino in contraddizione con il genere umano e contemporaneamente secondo modalità produttive che non entrino in contraddizione con la realizzazione emozionale e psichica del proprio sé…Penso che un nuovo umanesimo si possa coniugare solo a partire da un nuovo materialismo che per me significa partire dal corpo rispetto a una mente che freudianamente segue sempre il corpo e che viene sempre dopo il corpo. Perché è nel corpo emozionale di ciascuno di noi che si iscrive la nostra individualità e la sua irripetibilità rispetto a tutti gli altri: in un corpo che è deposito genetico della storia familiare, sociale, culturale che ci ha generato e che è in pari tempo il fondo del nostro futuro, in quanto il luogo emozionale-biologico che con il suo sentire dirige la nostra vita, anche quella logico-mentale e linguistico-comunicativa. Senza riconoscere nel corpo biologico ed emozionale di ognuno la fonte materialistica del senso e di ogni etica dei valori, come ben aveva inteso Spinoza, non c’è rinascita possibile né di materialismo né di comunismo”.
Non vi è una briciola di comunismo in questo straparlare di utopie, emozioni, psicologie, processi produttivi che trasfigurano soggetti ed oggetti, con contorcimenti psichici che sono tutti del filosofo e non della realtà o delle vite di ciascuno di noi. Questi sono soltanto cattivi maestri che allevano (con scarsa buona fede) quei mostri e quei criminali, al servizio dei gruppi preminenti, che vediamo all’opera nei disordini di strada e nelle risse di piazza. Sono le squadracce che appestano il nostro tempo, coloro che ci impediscono di ripensare il presente e di proporre cambiamenti non più procrastinabili, per non essere sopraffatti dagli eventi. Il loro comunismo è il sepolcro imbiancato delle forze dominanti, la loro rivoluzione è il paravento della reazione dei poteri forti.


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