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Il difficile secondo disco: CRYPT SERMON – The Ruins of Fading Light

Creato il 10 ottobre 2019 da Cicciorusso

Il difficile secondo disco: CRYPT SERMON – The Ruins of Fading Light

Cosa diavolo è successo ai Crypt Sermon? Il debutto Out of the Garden aveva fatto saltare tutti dalla sedia. Un gioiello doom dai forti accenti epic metal, con i migliori Candlemass come principale musa, che fu accolto con meritato clamore da critica e pubblico. Un successo inatteso della stessa band americana, che ha raccontato di aver sofferto parecchio la pressione di aspettative che erano diventate, nel frattempo, ingenti, tanto da aver scritto e archiviato un intero altro album prima di dare la luce a questo The Ruins of Fading Light, ascoltato il quale mi viene purtroppo da supporre che il disco giusto da pubblicare potesse essere stato quello poi abortito. Che la magia e l’ispirazione che mi avevano fatto innamorare dell’esordio siano sparite chissà dove salta all’orecchio già dall’iniziale The Ninth Templar. Suoni più moderni e aggressivi, un riffing stoppato che spezza la suggestione dei momenti più onirici, brani dalla struttura farraginosa che a volte paiono passare un po’ a tentoni da uno spunto all’altro sperando che, alla fine, qualcosa funzioni (alla fine degli oltre nove minuti di The Snake Handler non si arriva senza un lieve fiatone).

Altro punto dolente la prestazione vocale di Brooks Wilson, ineccepibile dal punto di vista tecnico ma deludente dal punto di vista interpretativo, in particolare sui toni acuti.

Il difficile secondo disco: CRYPT SERMON – The Ruins of Fading Light

C’è una costante ricerca del ritornello che finisce per ammazzare quell’atmosfera solenne che pure si vorrebbe imprimere ai pezzi. In un paio di frangenti mi sono venuti in mente i Ghost e, per quanto non li disprezzi affatto, non è per nulla un accostamento onorevole, giacché intenti e filosofia non dovrebbero essere più distanti. I picchi del disco finiscono per essere paradossalmente i tre interludi, contenenti elementi (archi, flauti) che, incorporati nelle canzoni, avrebbero conferito maggiore spessore a un album tutt’altro che disprezzabile ma che, personalmente, mi ha lasciato parecchio l’amaro in bocca.

Qualche episodio dove si respira la vecchia malia non manca (valgono il prezzo del biglietto Christ Is Dead e Key of Solomon, al netto di quella linea melodica che ricorda un po’ troppo Mountains dei Manowar) ma l’impressione generale è quella di un lavoro che conferma tutti gli stereotipi da recensore della domenica sul “difficile secondo disco”. All’eccesso di pressione dopo un debutto così apprezzato abbiamo già accennato. C’è inoltre la sensazione che i Crypt Sermon si siano trovati un po’ combattuti tra la spinta a mantenere la formula tradizionalista che aveva fatto guadagnare loro tante lodi e la tentazione di cercare una maggiore affermazione commerciale, il che ha portato, nel dubbio, a un risultato in parte irrisolto (ed escluderei che siano stati spinti in tale direzione dalla casa discografica, dato che sono rimasti con la trucida Dark Descent). E non è solo da questo punto di vista (ovvero, averci ragionato troppo) che la lunga gestazione non deve averli aiutati: in quattro anni cambiano tante cose, anche gusti e identità, e ciò potrebbe spiegare la presenza più consistente di influenze legate al metal classico. Ciò detto, spero che con il terzo disco il quintetto di Philadelphia possa tornare a stupirci. Del resto non nego che, se in copertina ci fosse stato un nome diverso, starei parlando di The Ruins of Fading Light in maniera più benevola. (Ciccio Russo)


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