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» Il diritto di opporsi, Bryan Stevenson – Recensione

Creato il 18 febbraio 2020 da Marta @M_Sognatrice

» Il diritto di opporsi, Bryan Stevenson – Recensione

Il contrario della povertà non è la ricchezza, il contrario della povertà è la Giustizia.

Il diritto di opporsi è un memoir importante, di quelli che restano impressi sottopelle, che arrivano dritti sino al cuore, o meglio alla coscienza di ognuno di noi. È un resoconto di fatti, numeri, persone, veri, reali. Ma soprattutto di ingiustizie, di sentenze assurde, di giudizi non dettati da prove autentiche, bensì da soldi, dal colore della pelle, dalla povertà e dalla disabilità.

È un libro forte, vivido, necessario. Non un romanzo, ma vita vera. Quello che ci viene detto è successo e continua ad accadere realmente in America, sopratutto negli Stati Uniti del Sud, e ti scatena ancora di più un forte senso di rabbia, nausea, una voglia di gridare all’ingiustizia, ma allo stesso tempo ti fa riflettere molto su alcune idee, scelte, pensieri, sul concetto di pietà, sull’importanza di conoscere realmente i fatti e le persone prima di sputare sentenze. Tra queste pagine c’è anche speranza, commozione, coraggio, e quella voglia di non cedere anche quando ti senti distrutto, quando averti la sensazione che sia tutto inutile, e ti senti crollare, ma poi ti rialzi, perché anche solo la tua voce, o quella di pochi altri, può far la differenza, il tuo impegno può portare a salvare vite.

«La maggior parte delle cose importanti non possono essere capite da lontano, Bryan. Ti devi avvicinare» mi ripeteva sempre.
La distanza che avevo sperimentato il primo anno alla facoltà di legge mi aveva fatto sentire perso. La vicinanza ai condannati, invece, alle persone giudicate ingiustamente, fu ciò che mi ricondusse a qualcosa che per me era familiare.

Bryan Stevenson è uno degli avvocati più conosciuti e influenti al mondo. Ha fondato la Equal Justice Initiative, e ricevuto numerosi premi e riconoscimenti, tra cui il MacArthur Fellows Program.
In questo suo memoir ci racconta la sua vita, le sue esperienze, i suoi pensieri, ma anche il grande lavoro che hanno fatto per aiutare i più deboli, i più poveri e gli emarginati, i disabili, gli ultimi della società, spesso capri espiatori da accusare e condannare anche quando non hanno commesso alcun crimine, o azioni così sconsiderate da portare alla pena di morte. Esamina quindi da vicino le incarcerazioni di massa e le pene estreme in America, ma tratta anche della facilità con cui le persone vengono giudicate e dell’ingiustizia che si commette quando si permette alla paura, alla rabbia e al distacco di dare forma al modo in cui si trattano i soggetti più vulnerabili.

È il 1983 quando, all’età di 23 anni, studente della facoltà di Legge di Harvard, compie un tirocinio in Georgia presso il Comitato per la difesa dei detenuti del sud (SPDC), e per la prima volta incontra un condannato. Da lì, comprenderà presto quale sarà il suo compito nella vita: rappresentare e aiutare tutte quelle persone che sono state accusate ingiustamente, che rischiano di morire in carcere anche senza aver commesso reato, o che sono a un passo dalla pena di morte. Ragazzini vittime di abusi e abbandonati, donne povere, persone con disabilità mentali, veterani di guerra con i loro traumi, uomini incriminati per qualcosa che non hanno commesso, ma il cui problema è soprattutto il colore della pelle.

Ognuno di noi è ben di più dell’atto peggiore che possiamo aver commesso.

Gli ultimi. Tutti coloro che non hanno la possibilità di difendersi: perché poveri, soli, disturbati, abusati, e anziché aiutati ed essere compresi, buttati in carceri sovraffollati, in celle piccolissime, o addirittura in isolamento, o ancora direttamente nei bracci della morte prima ancora che sia discussa la sentenza, e sottoposti alle angherie degli agenti penitenziari, agli abusi e alle violenze, o ad avvertire quell’odore di carne bruciata ogni volta che un condannato veniva fatto sedere sulla Yellow Mama, così il nome della sedia elettrica nel carcere di Holman dove fu rinchiuso per sei anni, uno dei protagonisti di questa storia: Walter McMillian.

La vera misura del nostro carattere è data dal modo in cui trattiamo i poveri, gli svantaggiati, gli accusati, i carcerati e i condannati.

Ne Il diritto di opporsi, infatti, Bryan Stevenson focalizza la sua attenzione sul caso di Walter Mc Millian, un nero della contea di Monroe, in Alabama, luogo scelto da Harper Lee dove ambientare il suo famoso romanzo Il buio oltre la siepe, di cui i cittadini ne vanno anche fieri, pur non comprendendo davvero il messaggio di fondo di Atticus Finch.

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Walter è accusato di aver ucciso una giovane donna bianca. Seppur non ci sia nessuna prova concreta contro di lui, e sia evidente che le forze d’ordine locali, guidate dallo sceriffo Tom Tate, cerchino in ogni modo di costringere le persone a testimoniare contro di lui, anche dietro minacce, Walter è spedito direttamente nel braccio della morte, in attesa della sentenza più grave: la pena di morte tramite sedia elettrica.
Ma del resto quando non si riesce a risolvere un caso, è facile additare una persona solo perché ha la pelle scura, è povero, e ha osato intrecciare una relazione extra coniugale con una donna bianca, no? La cavia perfetta da buttare dentro e uccidere, per mettere a tacere le voci, per risolvere tutto, e tranquillizzare tutti coloro che avevano osato criticare l’operato della polizia locale.

Interessatosi al caso, Bryan insieme al suo staff, faranno di tutto per liberarlo e far cadere ogni attacco contro di lui. Anche se le prove saranno ardue, le difficoltà molte, e gli anni passano… Vivere per anni all’interno di un carcere non è facile, può minare un essere umano mentalmente e fisicamente. E anche una volta fuori la vita non sarà mai più la stessa. Come puoi tornare ad avere una vita dignitosa e serena una volta attraversato quel tunnel dell’orrore? Anni e anni passati lontani dalla famiglia, dai cambiamenti, può portare a un vero e proprio turbamento interiore. Non è facile, per nulla. Anche perché la maggior parte delle persone che vengono scarcerate dopo essere state riconosciute innocenti non ricevono né soldi né assistenza né un supporto psicologico.

L’assenza di compassione può corrompere la dignità di una comunità, di uno Stato, di una nazione. Finché tutti soffriamo della mancanza di pietà e condanniamo noi stessi tanto quanto rendiamo vittime gli altri, la paura e la rabbia possono renderci vendicativi e violenti, ingiusti e scorretti.

Accanto a questo fatto principale, poi, Bryan ne descrive moltissimi altri. Tanti esempi di casi in cui la giustizia non esiste, in cui anche i bambini vengono incarcerati senza cercare neanche un minimo di comprendere la loro storia, spesso fatta di abusi, violenze, criminalità, realtà complicate in cui vivere, in cui crescere. Ma anche casi di madri che vengono accusate ingiustamente di aver ucciso i propri figli, di non essere buone nel loro ruolo; o di reduci di guerra lasciati soli, con una mente traviata e lacerata dall’orrore, o ancor peggio soggetti con disabilità mentali che anziché essere inseriti in istituti ospedalieri ed essere seguiti e aiutati, vengono accusati di essere pericolosi criminali e condannati.

I casi sono tanti, arricchiti anche da numerose note con articoli web che portano a conoscere meglio tutto ciò che è accaduto, per chi volesse saperne di più. Sono tutti molto molto strazianti, ma ammetto che ho provato ancor più rabbia e un senso di profonda tristezza quando si parlava di bambini e disabili. Non solo sono cresciuti in zone dove la criminalità e la povertà non hanno permesso loro di affrontare un’infanzia tranquilla, ma poi sono stati condannati, buttati in carceri sovraffollate dove sono stati abusati, violentati, colpiti duramente, e tutto ciò, anche una volta fuori resterà impresso sulla loro pelle, come tante cicatrici difficili da dimenticare.

È un libro che mi ha sconvolta molto.
Parliamo dell’America, uno Stato che dovrebbe essere più avanzato, migliore, ma dove ancora oggi non c’è giustizia. Stati in cui ancora viene inflitta la pena di morte, come se un uomo possa davvero decidere della vita di un altro, senza neanche dargli la benché minima speranza di redimersi, o ancor peggio senza andare a conoscere le cause che lo hanno portato a comportarsi in un certo modo.

Ma fa anche aprire gli occhi sul comportamento di certi avvocati, diversi da Bryan, che non si impegnano minimamente nella difesa, ma anche sull’assenza di un vero aiuto dalla società. La legge è uguale per tutti? Be’, in alcune parti dell’America ancor oggi così non è. Del resto nel corso dei secoli è stato avviato un vero e proprio “processo”, partito dal massacro dei nativi e dalla schiavitù, che ha portato alla segregazione razziale, al pensiero che il colore della pelle possa fare la differenza. Un’eredità tremenda che ancora oggi fa male. In fondo anche nel resto del mondo, Italia compresa, è ancora forte questa paura per il diverso, questo attacco verso lo straniero, visto sempre male, come l’artefice dei delitti più terribili, e quindi da accusare subito a prescindere da tutto. Perché nero, povero, pazzo… equivale sempre al male.

Non è un romanzo. La scrittura è asciutta, diretta, e arricchita da numerose note e avvenimenti. Pur essendo il caso di Walter la linea principale, viene intervallata da molti altri casi, e forse si rischia un po’ di perdersi tra i vari nomi. Ma è un libro come si suole dire, necessario. Davvero. Per chi ha voglia di conoscere la verità, anche se straziante. Per chi non vuole voltarsi dall’altra parte, per chi è dotato di un profondo senso di giustizia. Ma, a mio avviso, fa riflettere anche su di noi… su come la rabbia e la vendetta possano logorare l’essere umano, e su quanto sia più importante riuscire a provare compassione e pietà, ritrovare la nostra umanità… cercando di comprendere, anziché condannare subito, senza sapere nulla.

Ho letto altri romanzi sul tema, e sono tra i miei preferiti.
Leggere un memoir che non è finzione, fa ancora più male.

Ringrazio Fazi Editore per avermi omaggiato di una copia digitale.
Al cinema – spero ci sia ancora! – potete trovare il film ispirato da questo libro. Io spero di avere l’occasione di vederlo.

Abbiamo bisogno di più speranza.
Abbiamo bisogno di più pietà.
Abbiamo bisogno di più giustizia.


» Il diritto di opporsi, Bryan Stevenson – Recensione
Il diritto di opporsi,
di Bryan Stevenson

Casa Editrice: Fazi Editore
Traduzione di: Michele Zurlo
Pagine: 446
Prezzo: 16 euro cartaceo, 7.99 euro ebook

Voto: ♥♥♥♥


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