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“Il discorso del re”, la storia di un re balbuziente

Creato il 27 marzo 2019 da Valeria Vite @Valivi92

Con la nascita della radio, la voce dei politici viene trasmessa nelle case e l’intera popolazione può udirla, ne consegue che tali personaggi diventano attori e devono imparare ad incantare il pubblico con carisma e recitazione, anziché con la semplice retorica. Ma come può un re balbuziente adempiere ai propri doveri, parlando alla radio o di fronte ad uno stadio? Il discorso del re (2010) di Tom Hooper racconta le fatiche di Bertie, il futuro Giorgio VI figlio di Giorgio V d’Inghilterra, principe balbuziente che non riesce a sostenere un discorso in pubblico e dell’aiuto che ha ricevuto dal logopedista australiano Lionel Logue, che adotta dei metodi anticonvenzionali ma efficaci per curare i propri pazienti.

Il film si apre con dei primi piani che ritraggono un microfono da tutte le angolazioni. Si tratta di un montaggio vistoso, che sottolinea la presenza della telecamera anziché mimetizzarla come sono soliti fare i registi di Hollywood; lo scopo è enfatizzare il ruolo della radio e della voce nella trama focalizzando l’attenzione sullo strumento che serve per diffondere i discorsi del re. Seguono gli esercizi preparatori dello speacker radiofonico, altro espediente volto ad enfatizzare il ruolo cruciale della voce nella riuscita di un comizio. Il contrasto con il deludente risultato di Bertie serve per presentare la deludente situazione iniziale: un principe che non può parlare in pubblico, un politico che non ha voce.

Dopo aver tentato invano con i medici più ortodossi, la moglie di Bertie, una Helena Bonham Carter sobria e composta nel suo ruolo di futura regina consorte, convince il marito a chiedere aiuto a Lionel Logue, un terapista australiano che propone al principe una terapia alquanto bizzarra: medico e paziente devono chiamarsi per nome o soprannome, i due dialogano molto alla ricerca delle cause scatenanti del difetto di linguaggio e gli esercizi prevedono attività che l’etichetta non consentirebbe ad un re, come rotolarsi per terra, cantare a squarciagola, dire parolacce o dondolarsi sul posto. Il montaggio svolge ancora un ruolo predominante proprio nell’illustrare tali tecniche, infatti le scene degli esercizi nello studio del dottore si alternano ai primi risultati soddisfacenti di Bertie, che consistono nel pronunciare un discorso in pubblico in modo decoroso.

Colin Firth è stato eccellente nell’interpretare un balbuziente, infatti ha prestato particolare cura alla mimica facciale e all’intonazione della voce; il ruolo di Bertie gli ha permesso di conquistare l’Oscar come migliore attore protagonista. Ma non è il solo Oscar vinto dal film, che si è guadagnato l’ambita statuetta anche come miglior film, miglior regia e migliore sceneggiatura originale. Bertie è un personaggio tormentato, timido e insicuro, che riesce a parlare perfettamente con i propri cari ma non riesce a fare altrettanto nelle situazioni di tensione emotiva. Il logopedista australiano lo aiuterà a trovare la propria forza interiore, schiacciata da un’infanzia difficile e dal peso del sangue blu.

E’ difficile trovare una morale per questo film. Sicuramente vuole parlarci di un brandello di storia della corona d’Inghilterra e di una delle vicende più curiose del mondo della logoterapia, ma Il discorso del re è molto di più, infatti è il racconto di un’amicizia tra medico e paziente destinata a durare nel tempo. Svolge un ruolo primario il teatro, infatti Lionel è un ex attore che recita più volte alcuni monologhi di Shakespeare, tra cui il prologo del Riccardo III e il ruolo di Calibano. Dopotutto, come ha detto re Giorgio V, i politici sono costretti a recitare, dunque perché non portare sullo schermo il mestiere dell’attore? Dato che la vicenda è ambientata in Inghilterra, perché non recitare proprio Shakespeare, il più grande drammaturgo di tutti i tempi?

Nel film compare anche la Regina Elisabetta, ma una regina ancora bambina, inconsapevole dell’importante ruolo che dovrà rivestire da adulta e dedita solo a giocare con i cavalli a dondolo con la sorella. La famiglia reale appare ritratta nella propria intimità, senza rivestire ruoli istituzionali in quanto vengono risaltate prevalentemente le relazioni tra persone comuni. Entrerà in scena come personaggio secondario anche Churchill, di cui viene raccontata più la personalità che il ruolo politico; in una scena addirittura il primo ministro si abbandona in una confidenza personale nei confronti del protagonista, raccontando di aver avuto da bambino un difetto al frenulo. Soltanto al termine dell’opera, quando re Giorgio VI sarà finalmente riuscito a pronunciare in pubblico il proprio discorso, la famiglia reale salirà sul famoso palco e saluterà la folla, apparendo in uno dei ruoli in cui il pubblico è abituato ad osservarla.

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