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Il fenomeno delle scarpe volanti

Creato il 07 aprile 2016 da Abattoir

Se in questi giorni mi vedrete con il naso all’insù non fateci caso. Da poco, infatti, ho scoperto che anche nella mia di-medie-dimensioni città si è diffuso il fenomeno delle scarpe sui fili. Sì, insomma, quello lì che leghi i lacci di due scarpe e poi lanci il tutto in modo che si allaccino ai fili del telefono, tipo bolas spagnole.
Ho visto penzolare scarpe che voi adoratori del tacco 12 non potete neanche immaginare…
Mi sono documentata (cioè, insomma, ho aperto la pagina di Wikipedia): il fenomeno viene chiamato “shoefiti” da “shoe” (scarpa) e “graffiti” e – sempre secondo Wikipedia – nasce nelle zone rurali e urbane degli Stati Uniti come manifestazione del folklore adolescenziale.
Ovviamente la domanda che sorge spontanea come un brufolo dopo il panino col salame è: perché?
Perché lanciare scarpe sui fili del telefono?


Ed in effetti (e questa è la cosa interessante che mi ha spinto a parlarne a voi, cari lettori di Abattoir) ho spulciato un po’ il web e ho trovato tantissime versioni differenti sul motivo della diffusione di questo fenomeno. C’è chi lo addita come moda del momento, c’è chi, invece, gli conferisce significati in codice (di tipo violento o illegale). Fatto sta che, in realtà, il fenomeno non ha una vera e propria spiegazione né significato intrinseco e diverse leggende metropolitane sono nate attorno a questa pratica.
L’americano Ed Khoeler, esperto in comunicazione, è colui che nel 2005 ribattezzò il fenomeno e che aprì un sito dedicato a questa particolare pratica (www.shoefiti.com).

Secondo Focus.it, le ipotesi sono diverse e vanno dall’imitazione di un rito in voga presso alcuni corpi militari (per festeggiare la fine della naia e il ritorno alla vita civile) alla possibilità che si tratti di un “segnale in codice” lasciato da spacciatori di droga per comunicare la loro presenza in zona (quindi da “dio c’è” al lancio delle Converse). Sempre sul sito di Focus si ipotizza che l’ispirazione potrebbe essere venuta dal cinema, dato che esemplari di scarpe volanti si sono visti nelle scene di alcuni film, come Big Fish di Tim Burton o, prima ancora, in Stanno tutti bene di Giuseppe Tornatore. Si afferma, infine, che qualsiasi sia l’origine dello shoefiti, oggi chi lo “pratica” lo fa per celebrare una sorta di “rito di passaggio”. Secondo il sociologo Marco Valesi: «Potrebbe trattarsi di persone spinte dalla volontà di creare interazione tra cittadino e città, di lasciare una traccia del proprio passaggio in una zona, con la stessa logica dei graffiti e degli stencil».

Mah, sarà… anche se, secondo me, chi pratica lo shoefiti non pensa di certo all’interazione tra spazi urbani e cittadini…
A quanto pare in Nuova Zelanda ne hanno fatto uno sport, e in Campania esiste un movimento (Maas: Movimento attivisti artisti scalzi) che ha lo scopo di lanciare il maggior numero di scarpe sui fili di tutto il mondo in anonimato. Del tipo “artisti scalzi di tutto il mondo, unitevi!”.
Mi piacerebbe pensare che questa pratica sia un vaffanchiù al capitalismo, ma poi tanto lo sappiamo che chi ha lanciato le snikers sui fili se ne va a comprare un paio nuovo fiammante.
E se invece fosse tutta una trovata pubblicitaria? La Nike, negli anni ’80-’90, permetteva ai ragazzini disagiati dei quartieri scafazzati (tipo nelle periferie di New York e Detroit) di rubare cappellini col famosissimo “swoosh” (il logo Nike) per far diffondere la moda del logo tra i ragazzi “cool” (moda che ogni figlio di papà volle emulare). E se anche le scarpe volanti non fossero altro che un’alternativa pubblicitaria – finita male, però?
Non si sa. Con questo dubbio, vi lascio, sempre col naso all’insù. Sperando di non sbattere contro il palo dei fili della luce.


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