Il giallo che va in bianco. Riflessioni dalla Nova Èra Oscurantista

Creato il 25 aprile 2012 da Iannozzigiuseppe @iannozzi

Riflessioni dalla Nova Èra Oscurantista

di Iannozzi Giuseppe aka King Lear

Dr. Jekyll and Mr. Hyde

1. Non ho letto niente di Stieg Larsson, né penso che lo farò nell’immediato. Da quel che so è stato un giallista. Per leggere un altro giallista, tanto vale che legga Giorgio Faletti, che perlomeno mi diverte e che ha venduto di più e che sicuramente venderà ancora di più. Larsson è intorno alle 500.000 copie con “Uomini che odiano le donne” e “La ragazza che giocava con il fuoco”. Bene. Faletti ha venduto con il solo romanzo “Io uccido” ben oltre 1.000.000 di copie. I Wu Ming, con “Q”, “54” e “Manituana” forse arrivano a 200.000 copie, e sono cinque teste a scrivere. Su La Repubblica del 24 agosto si parlava dei Wu Ming, di quanto e come vendono grazie al copyleft, grazie anche al fatto che sarebbero faceless, e altre baggianate così. Faceless? Oramai chiunque abbia sentito nominare i Wu Ming conosce bene le loro facce: si può dire che sono le loro facce più famose dei loro libri in copyleft. Quale copyleft? I romanzi fiume dei Wu Ming a leggerli a video ci perdi la vista, a stamparli con una comune stampante ci butti via una pila di fogli e una cartuccia come minimo (il costo medio per stampare un libro comodamente a casa propria si aggira intorno ai 50 Euro); a questo punto, se uno proprio deve, tanto vale che si compri il libro in libreria. Vendono? 50.000 copie o giù di lì per un singolo titolo scritto da cinque teste non mi sembra un risultato. Andrea Camilleri vende e vende bene: non mi pare abbia mai detto d’essere faceless né a favore del copyleft – che è una cagata pazzesca, in una declinazione fantozziana.
Dunque, per fare il punto: vendono bene Faletti e Camilleri, sono loro i due giallisti italiani più venduti in Italia e all’estero. Morta lì.

Ho letto James Ellroy, Michael Connelly, George Pelecanos (che consiglio vivamente, essendo a mio avviso dentro ‘le cose’ di tutti i giorni, dentro la vitaccia)… Ho citato tre nomi, giusto per. Non vedo perché dovrei leggere un altro giallista, Stieg Larsson, che gli editori mi promettono essere uno che ti rivela ciò che non si potrebbe dire. Probabile che sia anche divertente, ma non vedo perché dovrei impegnarmi a leggere Stieg. Siamo invasi dai giallisti, sommersi, nel bisogno di conoscere la Verità, sperando ingenuamente che un romanzetto possa dirci la Verità. Ma quale Verità? Tutti la cercano la Verità, tutti pensano di poterla fornire la Verità. Briciole: in ogni giallo, anche nel più scadente, c’è una briciola di verità – con la “v” minuscola -, ma questo ai miei occhi non fa d’un giallo un capolavoro né altro.

E’ comunque specchio dei tempi: in una società globalizzata anche nel pensiero, sempre più abituata a nascondere il marcio sotto lo zerbino, le masse cercano conforto nei gialli. Un secolo fa o giù di lì si cercava conforto/verità nel romanzo vittoriano.

2. Non penso che più alta è la tiratura d’un libro più bello dev’essere per ovvietà il romanzo. Se lo penso lo penso a mero titolo di provocazione. Intendo piuttosto dire che la Verità – o le Verità, perché oggi tutti cercano risposte agli accadimenti tragici che la società produce, complice la politica – spesse volte è sotto i nostro piedi, ma noi la scansiamo, la nascondiamo noi stessi sotto lo zerbino. C’è voluto, ad esempio, l’Economist per illuminarci su Berlusconi, mentre noi che ce l’abbiamo in casa manco lo conosciamo il Premier se non per buffonate pubbliche che finiscono, puntata dopo puntata come in una soap-opera studiata a tavolino, con il riempire i rotocalchi e i quotidiani. Questo per dire: gli italiani leggono Berlusconi solo per le storielle buffonesche, ma quando si tratta di guardare al Berlusconi politico, allora “Che palle e che noia!” ed allora, al limite i più indicano Berlusconi vittima della magistratura.

Ieri il romanzo vittoriano, non poi troppo diverso dalla moda dei gialli di oggi, cercava d’indagare intorno a quegli efferati crimini che insanguinavano la società; oggi i “gialli avrebbero la presunzione di evidenziare il marcio della società, passando dal mostro di Firenze fino ad arrivare alla loggia P1 alla P2 alla P3, toccando Pier Paolo Pasolini (oramai diventato un cliché onomastico in ogni giallo italiano, perché se non si cita Pasolini allora par quasi che uno non sappia manco di che sta parlando), per arrivare a Montecitorio, finire nei sotterranei del Vaticano e riemergere a Milano; poi una volta riemersi si passa in Europa e in America con grande agilità. Ma porca la miseriaccia! Sono storie, anche divertenti alcune, ma non sono la Verità. Nutro tema che oggidì troppi credono, forse anche in buona fede, che nei gialli sia contenuta la Verità sui mali che condannano la società ad essere sé stessa, ovvero marcia fino al midollo. E’ comunque la stessa presunzione che il romanzo vittoriano recava in seno un secolo e mezzo fa.

3. Il lettore medio ignora la narrativa e la Letteratura, quella degli ultimi cinquanta anni?
Magari la falla fosse così tanto piccola. Il problema è semmai che il lettore medio ignora la Letteratura, punto e basta: siamo arrivati a un punto ridicolo, le nuove generazioni manco sanno chi è stato Emilio Salgari! Ti sanno dire tutto, minuto per minuto, sugli ultimi acquisti delle loro squadre di calcio; ti sanno spiegare tutti i trucchi per arrivare alla fine dell’ultimo videogame del momento; sanno poi tutto circa le ultime tendenze, se in disco è più cool l’ecstasy o il supercocktail superalcolico; conoscono anche tutti i misteri per downloadare mp3 e programmi, conoscono i segreti dell’iPod e dell’iPhone…; ma non sanno altro. Sono le nuove generazioni il frutto dei tempi, di noi padri che li abbiamo rabbuffati di cognizioni usa e getta alimentando il mercato del superfluo a tutto discapito della cultura. Non sorprende dunque che i pochi lettori che oggi ci sono si tuffino nei gialli, questi costano difatti assai poco in termini di ‘spremersi le meningi’: un Tal dei Tali racconta una storia, dove mancano solo gli alieni di contorno (ma a volte ci sono anche gli ET), e quella storia nell’immaginario popolare finisce con l’essere la risposta a tutti i misteri della società, che intanto produce a ritmo serrato scandali e marciume in prima pagina, senza che nessuno quasi se ne accorga.

4. Il vero scandalo è: se oggi andate in libreria e chiedete “L’ultima tentazione di Cristo” di Nikos Kazantzakis, mi spiace per voi, ma il romanzo è irreperibile. L’unica stampa di questo Capolavoro della Letteratura mondiale in Italia risale agli anni Ottanta, e per la precisione: L’ultima tentazione di Cristo, Frassinelli, 1987; Milano: CDE, stampa, 1988. Martin Scorsese ne trasse un film che all’epoca suscitò non poco scandalo, tanto da mobilitare la Chiesa americana verso la censura. Chissà come mai “L’ultima tentazione di Cristo” non è mai più stato ristampato: un libro scomodo, come l’Autore del resto, che in vita non l’ebbe affatto facile con la Chiesa ortodossa che sempre si impegnò a screditarlo e a far sì che la sua voce tacesse. Scrive Haris Papoulis: «Nel 1954 il Pontefice della Chiesa Cattolica mise “L’ultima tentazione” nell’Index Dei Libri Vietati. In risposta soltanto una frase telegrafata da Kazantzakis, ripresa dall’apologetico Tertulliano: “Ad tuum, Domine, tribunal appello”. Come dice Luciano Canfora, “la storia del libro è soprattutto la storia della sua distruzione”. In questo senso si possono leggere i divieti o i rifiuti di pubblicazione dei suoi scritti, il fatto che per due voti non entrò nell’Accademia Greca, la perdita del premio Nobel nel ‘56 e il gesto, sintomo di odio o di stupidità, della chiesa ortodossa, che non ha permesso l’esposizione della sua salma ad Atene.»

5. Se ho fatto un minimo di politica – e sì, l’ho fatta deliberatamente – è perché i gialli vengono presentati, soprattutto da una intellighenzia sinistra (cioè ‘di cattivo auspicio’), come se fossero dispense di verità, però di 400-500 pagine come minimo.

Ma c’è da spezzare una lancia: ad esempio Peter Høeg (“Il senso di Smilla per la neve”), Patrick Süskind (“Il profumo”), Orhan Pamuk (“Il mio nome è rosso”, “Neve”), pur usando alcuni cliché del romanzo di genere, del giallo, hanno fatto Letteratura. Il giallista di professione invece si illude che i suoi gialli siano intrisi di scomode, anzi di scomodissime verità: ecco così spuntare Giancarlo De Cataldo, Girolamo De Michele, Beppe Sebaste, che si ergono a Pasolini, che vengono tradotti da una spudorata subumana intelligenza nel ruolo di Pasolini a tutti i costi e che per giunta non sanno scrivere se non in maniera abborracciata. Di gran lunga superiori i classici giallisti, Arthur Conan Doyle ed Agatha Christie. O l’ottimo contemporaneo Boris Akunin (pseudonimo di Grigori Tchkhartichvili), che con i suoi romanzi prende per i fondelli in maniera arguta sapiente e divertente i generi letterari tutti, il giallo compreso attraverso le armi del giallo. Quelli di Boris Akunin sono romanzi d’evasione, senza pretese, ma scritti con piglio encomiabile.

Chi di voi è disposto a credere che i giallisti sono i Giustizieri delle Patrie Lettere tiri pure fuori la penna dalla fondina e cominci a scrivere come un forsennato!

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