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Il giardino di Elizabeth - E. von Arnim

Creato il 10 gennaio 2018 da Athenae Noctua @AthenaeNoctua

Nell'indagine della condizione femminile e delle sue trasformazioni la narrativa ha talvolta un'utilità maggiore dell'analisi statistica, perché per secoli e secoli le donne non hanno fatto sentire la loro voce, se non in contesti molto elitari o letterari. L'espressione femminile, estrosa e ironica, era assecondata laddove poteva essere classificata come comunicazione di intrattenimento e tendeva ad essere, quindi, un prodotto di serie B; tuttavia, se non altro, in queste forme è sopravvissuta.

Il giardino di Elizabeth - E. von Arnim

Il giardino di Elizabeth, opera d'esordio della scrittrice Elizabeth von Arnim (1966-1941) appena ripubblicata da Fazi editore, offre molti spunti per riflettere sulla condizione della donna, sui rapporti fra i sessi e anche sull'importanza di quello spazio di cui Virginia Woolf avrebbe parlato nel suo intervento Una stanza tutta per sé.

La casa, semisepolta dalla neve, era l'espressione della pace più pura. Ho attraversato di corsa tutte le stanze, ansiosa di riprendere possesso di quei luoghi, e mi sentivo come se fossi stata lontana per un'eternità. Quando sono arrivata alla biblioteca mi sono fermata... Ah, la mia stanza preferita, il luogo dove ho trascorso tanti momenti felici rovistando tra i libri, facendo progetti per il giardino, costruendo castelli in aria, scrivendo, sognando, in ozio!

Elizabeth Beauchamp nacque in Australia da una famiglia britannica; era cugina di Kathleene Beauchamp, meglio nota come Katherine Mansfield. Nel 1891 sposò in prime nozze Henning August von Arnim-Schlagenthin, un conte tedesco che la lasciò vedova nel 1910, ma con il quale non fu mai felice, nonostante i cinque figli nati da quell'unione. La sua vita privata fu segnata da una relazione con lo scrittore Hebert George Wells, da un secondo matrimonio terminato con una separazione e dalla morte di una delle figlie, in seguito alla quale lasciò l'Europa per gli Stati Uniti.
Scritto nel 1898 ma pubblicato inizialmente in forma anonima, Il giardino di Elizabeth è un testo in cui le sezioni descrittive e riflessive prevalgono nettamente su quelle narrative: definirlo un romanzo non è immediato, ma uno sviluppo di eventi esiste, sebbene sia finalizzato soltanto all'inserimento di splendide digressioni non solo sul ricco giardino cui la protagonista dedica tutto il suo amore e tutta l'attenzione di cui è capace ma anche ai paesaggi che circondano la sua casa in Pomerania, sui ricordi di un'infanzia felice e sulla condizione subordinata della donna.
Elizabeth è una donna tedesca dell'alta borghesia che, dopo cinque anni trascorsi in un appartamento cittadino a sprecare la propria vita, è riuscita a convincere il marito, noto solo come Uomo della Collera (un'espressione che l'autrice usava anche per indicare il primo marito), a trasferirsi nella villa di famiglia nei pressi del Mar Baltico. Qui Elizabeth trova quella che definisce il suo paradiso: un luogo tranquillo, immerso nella natura, lontano dal chiacchiericcio e dal falso perbenismo cui era obbligata dalla società tedesca: la protagonista, che è al contempo la narratrice, si ricrea in questo luogo, che riempie di fiori e che la nutre con colori, profumi e con i libri che abbondantemente raccoglie nella libreria affacciata sul giardino stesso. A Elizabeth basta potersi rilassare in compagnia di un libro, di un tè e della visione del giardino per potersi dire felice, in uno stato di amenità in cui la maggior parte delle persone che conosce si annoierebbe.

Le tre figlie di Elizabeth, chiamate solo la bambina di aprile, la bambina di maggio e la bambina di giugno, sono come delle comparse, mentre l'Uomo della collera viene attratto nel racconto solo per farne emergere la meschinità. È infatti significativo che le uniche figure dotate di nomi propri siano, oltre all'istitutrice delle bambine, le due ospiti di Elizabeth, l'amica storica Irais e Minora, una donna inglese che si documenta freneticamente su ogni aspetto della vita quotidiana dei Tedeschi. Le conversazioni fra Elizabeth e le sue ospiti offrono proprio l'occasione per riflettere sul bisogno di libertà delle donne, che si traduce in una emozionante gita in slitta sulla costa baltica battuta dal gelo, sulla possibilità di staccarsi dagli obblighi familiari, come ha fatto Irais, che, nel far visita ad Elizabeth, ha lasciato la direzione della casa per molto tempo e, soprattutto sulla disparità fra i sessi. L'attaccamento della von Arnim al tema è evidente dallo spazio decisamente ampio che dedica a due passaggi cruciali. Il primo è la visita, in novembre, alla casa d'infanzia di proprietà del padre; alla morte di lui, essendo presente una sola figlia femmina che non la poteva ereditare, è passata a dei cugini estranei: Elizabeth lascia il suo amatissimo giardino per il bisogno di rivedere i luoghi in cui è stata tanto felice, ma non riesce ad annunciare la propria presenza ai nuovi abitanti, così rimane ad osservare e ad abbracciare gli alberi e a inorridire per il modo in cui i cugini hanno deturpato le aiuole, per poi ritornare a casa con tanta amarezza.

Quando è arrivato il grigiore di novembre, sospendendo basse nuvole scure e soffici sui solchi bruni dei campi arati e sul verde smeraldo del grano invernale, quella pesante immobilità ha riportato il mio cuore a una sconsolata nostalgia delle cose piacevoli dell'infanzia, alla fede nella saggezza infallibile delle persone grandi, una fede che ti coccola, ti dà conforto, ti scalda. È un gran bisogno di qualcosa a cui appoggiarsi, una stanchezza profonda dell'anima di fronte al dover essere indipendenti e responsabili. Guardandomi intorno in cerca di sostegno e conforto mentre mi trovavo in questo stato d'animo transitorio, il vuoto del presente e la vacuità del futuro mi hanno riportato al passato e ai suoi fantasmi.
[...] Quasi mi veniva da piangere per la gioia di essere tornata nella casa dei miei avi, la casa che sarebbe stata mia se fossi stata un maschio, che adesso era mia in virtù di mille ricordi teneri, felici, orribili, che i proprietari non potevano nemmeno sognarsi di avere. Loro erano inquilini di casa mia. Ho abbracciato il tronco di un albero che grondava umidità: ne ricordo ogni ramo, per ognuna delle centinaia di volte che mi si cono arrampicata e sono caduta riempiendomi di lividi e tagli. L'ho baciato con un trasporto tale che mi sono macchiata di verde il naso e il mento senza che peraltro me ne importasse nulla.

Il secondo momento in cui emerge la volontà dell'autrice di spezzare la catena di discriminazioni è il lungo colloquio fra l'Uomo della collera e Irais, cui Elizabeth assiste quasi muta, ormai avvezza alle opinioni retrograde del marito. Ne risulta uno sconcertante dibattito fra il padrone di casa, che sostiene l'inferiorità della donna, paragonabile a un bambino o ad un folle per la sua frivolezza e per le illusioni romantiche di cui si nutre e del tutto incapace di opinioni razionali, di un pensiero critico, di capire alcunché di questioni pratiche e politiche. Sono le pagine più indisponenti del romanzo, ma anche quelle in cui il lettore si sente più vicino a Elizabeth e comprende a trecentosessanta gradi i motivi per cui ella si rifugia nella bellezza della natura, rifiuta le compagnie del mondo esterno (estensione di quello rappresentato dal marito), si sente disorientata quando è costretta ad allontanarsi da casa e si dedica anima e corpo ai suoi fiori, espressione dell'unica forma di vita che le permette di essere se stessa e di coltivare un talento, mettendosi alla prova e sentendosi protagonista di qualcosa di importante.
Non c'è da stupirsi della prolificità letteraria di Elizabeth von Arnim, che scrisse per tutta la vita romanzi di forte ispirazione autobiografica ed ebbe fra i suoi lettori più ammirati, Elizabeth Jane Howard, anch'ella protagonista e autrice di storie decisamente anticonvenzionali se rapportate alle aspettative sociali del Novecento.

Se letto con superficialità, Il giardino di Elizabeth può sembrare un romanzo disimpegnato, una rassegna botanica anche molto particolareggiata, un memoriale di piccole amarezze e piccole gioie quotidiane. Ma, se affrontato in un'ottica diversa, con un'attenzione particolare al pensiero di una donna che cercava di ritagliarsi un proprio spazio e di cercare se stessa al di là del ruolo sociale che le era stato assegnato, possiamo davvero guardare a questo libro come a un importante documento, peraltro estremamente gradevole e suggestivo per tutti gli amanti della natura e della tranquillità, sulla condizione della donna.

Che donna felice sono! Vivo in un giardino, con libri, bambine, uccelli, fiori e un sacco di tempo a disposizione per godermeli. Tuttavia, i miei conoscenti che vivono in città mi vedono prigioniera, sepolta in campagna e chissà cos'altro, tanto che, se toccasse loro una vita come la mia, si sentirebbero condannati e urlerebbero a squarciagola da mattina a sera. A volte mi sembra di essere più fortunata dei miei pari, perché so trovare la felicità così facilmente.

C.M.


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