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Il grande Alessandro, Capitolo Primo

Creato il 13 gennaio 2018 da Marvigar4

Il grande Alessandro, Capitolo Primo

CAPITOLO PRIMO 

   «Ebbene, Sisohpromatem, cuore di tenebra, discese nell’Ade della sua mente, visitò una a una le pene, le gravi parole del vecchio, e vecchia sentì la sua esistenza. Così era.

   La strada che lo menava al luogo dove lui nacque fu percorsa quasi a occhi chiusi: uno spioncino palpebrale gli era sufficiente, sembrava pensare, e anche quella fessura gli faceva male. Non guardare sarebbe stato il suo agio. Non guardare le cose. Lenire il dolore con l’oscurità, la nera cortina che fa scomparire il mondo. Il suo mondo, il mondo in cui era cresciuto, lo atterrava.

   La passeggiata terribile si arrese di fronte a un loggiato: muri scrostati, impalcature da montare, Comune non particolarmente sollecito a dare il permesso per i lavori di ristrutturazione.

   “Arrivo e colgo la rovina. Niente di che. Qui vidi la luce quarant’anni fa. Si chiamava ‘Clinica S. Teodoro’ questo sfacelo. Ci siamo disfatti in parallelo, eh? Ma mi hanno detto di venire…”, parlottò Sisohpromatem e fu investito da una ventata gelida che gli tappò la bocca.

   “Sta’ zitto, che è meglio!”, l’anziano raggrinzito aggredì lo spaesato visitatore, gli puntava un dito ritorto sulla faccia, una minaccia?, e soffiava furibondo. Tremava, non per il Parkinson, ma per una corsa a cui non era abituato.

   “Ti tengo d’occhio, sai? Sì, non lo nego, ti ho inseguito, e se tu avessi marciato più piano sarei venuto quaggiù meno imbestialito. Dove fuggi, si può sapere che cosa t’è saltato per il cervello di fare?”

   “Sono nato qui e qui sono venuto. Ho rispettato il tuo volere. Che t’importa se passeggio o se corro?”

   “A chi ho parlato io? Tu credi di sbrigare una pratica qualsiasi, ti lasci prendere per il naso dalla tua infingardaggine e vaghi sonnambulo. Non sei arrivato affatto! Hai pure sbagliato posto. Questo non è arrivare, questo si chiama fare il compitino perché il maestro te l’ha ordinato con la bacchetta. Sei sempre stato così. E non vuoi cambiare.”

   Sisohpromatem agguantò il povero vecchio per il collo: ne aveva abbastanza del viaggio, della paura, dei rimproveri, del fallimento che si riaffermava. Ora l’avrebbe ucciso. Si sarebbe ucciso! Disgraziato, teneva per le mani la sua esistenza, la sua smunta buccia, e non ci sarebbe stato un altro appello… C’era quello sguardo fermo a inibirlo, lo sguardo del vecchio che stava per strozzare. Non concluse l’opera, la memoria di un altro sguardo, uguale a quest’ultimo, si intromise tra la vita e la morte.

   Sisohpromatem s’abbatté singhiozzando dopo aver mollato la vittima della sua scema brutalità.

   “A tavola, durante il pranzo, tu, diciannovenne insolente, avesti una violenta discussione con tuo padre: alzasti la voce, ti sentivi forte e gagliardo e la frenesia di mostrare la tua potenza ti portò a commettere un’azione che non ti sei mai perdonato. Afferrasti la bottiglia del vino lì davanti con la fasulla determinazione di fracassarla in testa a tuo padre. Tuo padre allora ti guardò come ti ho guardato io quando stringevi le mani sul mio collo. Non è vero?”

   “Non pensare che avessi intenzione di compiere sul serio un’azione ignobile.”

   “Difatti io non l’ho pensato.”

   “Mi ritirai, alzandomi dalla tavola, dopo che mio padre ebbe fermato il mio gesto con un semplice sguardo… Ero in un angolo della stessa stanza a rabbrividire, sfiancato dal mio raptus dissennato. Non sopportavo l’autorità, in ogni sua forma, e fui tanto ebete da credere che fossi in lotta con chi mi stava aiutando… Quante doti in me non sfruttate! Che spreco di emozioni, neuroni, ormoni, fai un po’ tu. Ho scialacquato ciò che lui amava. E non ne posso più d’aver paura di averlo deluso.”

   “Lui ti amava. Ricorda come ti raggiunse immediatamente, mentre te ne stavi rattrappito, scosso dalla tua adrenalina, e fu un abbraccio il suo che ti rivestì di panni asciutti, caldi, solidali. ‘Calma, ragazzo, non ti agitare. Perché dai in escandescenze? Hai voglia di spaccare tutto, lo so, ma non sono io l’obiettivo da infrangere’. Ti parlava non rivolgendoti la parola, lui lottava insieme a te ammutolito. La tua gioventù, la tua bella gioventù che tu non provavi a frequentare, lui se l’assunse. Questo lo immalinconiva. Una guerra contro la crudeltà, contro la mischia assurda creata dagli uomini, contro l’insensatezza della storia: era la vostra alleanza. Davi rilievo ai suoi modi bruschi, li confondesti perfino con la sua personalità, malgrado ciò non ti sentivi trascurato se c’era lui. Tuo padre conosceva il tuo tumulto, avrebbe desiderato tanto che tu lo capissi. In solitudine rifletteva sui motivi della tua insicurezza abissale, soffriva appartato, infilandosi per te la maschera dell’impassibilità…”

   “E io giudicavo l’espressione del suo volto, mi dicevo che era la stessa espressione di quelli che mi umiliavano. A diciannove anni, ignorante da far schifo, umiliai me stesso negando a lui la possibilità di soccorrermi.”

   “Ti soccorse, lo sai, suggerendoti la poesia che ti ostinavi a non vivere. Riflettendoci, potevi aver imparato una cosa: meglio non viverla la poesia che non è alla nostra altezza, meglio non illudersi e perdersi in un baccanale d’ebbrezze immaginarie. Tuo padre, invisibile, ti scortava e faceva cadere per terra le parole che taceva affinché tu le raccogliessi. A te la penna, a lui la nebbia in cui s’avvolgeva per non turbarti. Si celava dietro la tua incomprensione, pronto a regalarti minuto per minuto un piccolo spicchio di sole che illuminasse i luoghi spenti dove ti rintanavi.”

   “Comunque, io il suo sforzo l’ho riconosciuto. In ritardo, ma l’ho riconosciuto. Se avessi avuto più anni per gratificarlo!”

   “Basta con i rimpianti! Non è ciò che lui desiderava per te. Odierebbe vederti piegato a ammettere i tuoi torti, rodendoti dentro, chiedendo perdono, almanaccando rincrescimenti posteriori. No. Ricorda. La vostra alleanza è viva, va oltre i limiti che imponi a te stesso. La lotta non cessa, la conducete insieme, tu e tuo padre, e nemmeno la Morte può arrestarla! Cos’è questo scappare continuo, questo voltarsi indietro e seminare bombe per far saltare in aria i ponti? Vuoi quell’abbraccio? Ebbene, non scappare! Ricorda i suoi versi che tu hai tradotto:

Come eravamo,

perle nate da lacrime,

impurità forse,

così ci siamo riscattati,

inferociti delle loro sporcizie,

una cattedrale senza piagnistei…

Li riconosci?”

“Li ho scritti io, molti anni fa…”

“Li hai scritti ieri.”

“No, ti dico che sono passati almeno venti anni…”

“E non era ieri?”

Una barella con una donna sopra, l’infermiere che la spingeva avvisando ‘Attenzione, fate largo, sta per partorire!’, una lieve spinta all’imbambolato Sisohpromatem, ostacolo per l’entrata dell’omaccione in bianco e del suo carico prezioso. Altre figure ansimanti dietro, i parenti stretti della donna gravida, chiesero scusa per l’altro cozzo dato alla persona impalata davanti all’ingresso della ‘Clinica S. Teodoro’.

   “Pare che tu ti intrometta! Sei malaccorto, caro mio: hanno fretta, un po’ per colpa loro, d’altronde non si aspetta l’ultimo istante se c’è in ballo il parto di una madre del genere; ma sei malaccorto ugualmente, novello Minosse, a piantarti lì in mezzo stile portiere di calcio che difende il risultato di zero a zero al novantesimo minuto! Eh, eh, eh, a dirla tutta, non hai nemmeno piazzato bene la barriera!”

   “Che succede? Da dove spuntano questi qua? Ma prima, oddio, non c’erano, e noi stavamo parlando… fammi sedere che mi gira la testa… sono confuso… non ci capisco niente … ”

   “Non lo si può negare. Vorrei che ciò che vedi, o credi d’aver visto, tu non lo giudicassi una burla di cattivo gusto per intimorirti. Se non sbaglio, tua madre ripeteva e ripeteva mille volte l’episodio a cui hai assistito or ora. Certo, all’epoca eri al buio, vicino a perdere il calore nero del feto, e sentivi un gran strepito fuori…”

   “Fuori? Per favore, non giocare agli indovinelli, tanto non sono in grado di raccapezzarmi… Si può sapere che cosa è successo?”

   “È molto semplice. Stai per nascere. Sulla barella hai appena visto tua madre con le doglie, poi tuo padre, i nonni, e non mancava quel figuro detestabile che si era fermato sulla porta della clinica a intralciare il passaggio. Sì, ti è stato riferito, con dovizia di particolari.”

   “Perché mi fai questo?”

   L’ingratitudine, riflesso delle miserie di uno spirito avvilito, era uno sconosciuto nella domanda del povero stordito Sisohpromatem. In condizioni di minor contrasto avrebbe potuto degustare la visione esattamente riprodotta degli attimi precedenti la sua venuta al mondo, privo di questa oppressione sterminata si sarebbe magari accomodato a osservare la scena trasmessagli, con un entusiasmo primitivo, ridente. Ora non possedeva le energie per ringraziare un uomo che lo innalzava facendogli apparire immagini inedite del suo passato. Sisohpromatem non svenne.

   “Sono costernato. Avrei dovuto affrontarti con più dolcezza, spiegarti i miei disegni risparmiandoti provocazioni inutili e dannose per il tuo benessere. Se io perdo la trasparenza e l’amore che nutro per te, tu mi travolgi con la tua dissoluzione. Non sono crudele, ma ho usato una crudeltà vana. Ti chiedo perdono.”

   Il rincrescimento aprì la sua mano serrata, si ritrassero le cortine di un incubo sconsiderato, incauto. La bestialità non è cattiva perché immorale, ma perché essendo di natura zotica non insegna nulla, e grazie a questa considerazione il vecchio “fustigatore” di Sisohpromatem si ridimensionò, con umiltà:

   “I miei anni sono cataste di legna marcia, non mi instillano la saggezza se insistono a ispirare in me la presunzione di possedere il diritto di controllarti dispoticamente. Ho scelto la strada peggiore: supponendo di fare il tuo bene ti ho soltanto terrorizzato. Ma bisogna recuperare l’infanzia e rammentarsi degli istanti in cui da piccoli eravamo indifesi, se l’adulto si avvicinava a noi con l’aria di infliggerci una punizione. Essere sottomessi alla volontà altrui è il misfatto sommo.”

   Si propagò nell’aria un odore di cartella scolastica, con dentro la merenda preparata dalla mamma… quel panino che pativa la sua fame di libertà in mezzo ai libri, all’astuccio, ai quaderni.  Sisohpromatem annusò e pianse il fato di tutti i panini stivati, della merenda universale, prigioniera quanto lui.

   “Beato chi ha provato un’attrazione uguale alla tua. Ti amo: tu sei la mia esistenza, io sono la tua esistenza. Non abbandoniamoci, il viaggio è lungo e i nostri ieri rischiarano la via verso la vita che dobbiamo spolverare.”

   “Era ieri che mio padre mi dettava quei versi; era ieri che mia madre entrava in clinica per partorirmi; era ieri che le mie spalle sopportavano il peso della cartella, e il suo profumo di cella penitenziaria. Grazie. Mi hai pulito con l’amore che terrifica. Sì, la strada è questa. Non lo so appieno, oggi. Domani lo saprò. Perché ho fede in te. È vero, sono delicato, ho la pelle di un neonato, ma la colpa è mia se mi sono strofinato maniacalmente per togliermi di dosso lo sporco che non mi offende. Io puzzo d’uomo. Non devo vergognarmi. Aiutami, ti prego. Ti amo: tu sei la mia esistenza, io sono la tua esistenza.”

   Ai piedi dell’edificio malandato, i resti dell’antica clinica, Sisohpromatem e la sua esistenza in persona stettero uniti a lungo in un abbraccio ardente, l’effetto della loro congiunzione avvenuta. I passanti incuriositi dalla stretta dei due uomini fermarono le loro attività, con stupori varianti: chi percepiva ammirandolo l’incontro commosso tra un padre e un figlio, la meraviglia della nostra specie che il fato incoerente produce a suo piacimento; chi gettava al vento un’ipotesi mirabile ed estendeva la morbosità dei propri sospetti d’indecenza, segnando quella fusione con il marchio dell’ignominioso frutto di un rapporto ripugnante, un appuntamento impudico che un vecchio sporcaccione dà al suo giovane amante gerontofilo; chi guatava il fiume della perplessità neutra, non sporgendosi né ritirandosi, ma attratto da uno spettacolo non comune.

   Ci fu una donna che parlò, l’unica, e contemplava con la sua voce cristallina sgorgata liberamente:

   “Dio dovrebbe esserci! È Dio che attendiamo qui a momenti? Non me lo sono mai chiesto prima, sin dal mio primo respiro… Ma cosa mi ha attirato esattamente? E mi sentivo al riparo dalle tentazioni nei miei sogni consolatori, compensatori? Probabilmente… Non l’ho indovinato. Pazienza. Non pagherei nessuno per indovinarlo al posto mio. Oggi ho chiuso con i quesiti. Sì, mi basta guardare e vorrei che la loro pace fosse semplicemente riconosciuta. Non desidero che questo: diffondere l’armonia dei loro sensi. Poi, non m’interessa se è il culmine di una lotta o di un’intesa.”

   Sisohpromatem udì le parole, si sciolse dall’abbraccio, ma non era in imbarazzo, non interruppe ciò che faceva sentendosi osservato  .

   “Chi è quella donna?”

   “Oh, hai di sicuro incrociato quella donna, sebbene non fosse una persona reale. Il nostro adagio sostiene che l’hai conosciuta ieri, dentro una poesia di André Breton, dal titolo Allo sguardo delle divinità:

Se una donna scapigliata ti insegue non preoccuparti.

È l’azzurro. Non hai nulla da temere dall’azzurro.

   Sei stato molto fortunato. È un buon segno rincontrare l’azzurro.”

   La donna era comparsa la sera in cui Sisohpromatem conobbe Sara, la scarmigliata ragazza che sarebbe stata sua moglie e lo convinse di essersi imbattuto nell’azzurro dello “sguardo delle divinità”. Le recitò i versi, la corteggiò appassionatamente, era il femmineo che andava cercando in ogni dove. Per lui la ricerca si esaurì quella sera. Ci poteva giurare. Sara, l’altra metà del suo corpo. Lei, lei, lei il completamento di un maschio dimezzato.

   E un nuovo azzurro? Che voleva da lui?

   “Non esiste un nuovo azzurro che ti insegue, al contrario delle apparenze. Risparmiati le domande, lascia che questo avvenimento sia una premonizione destinata a successive fasi. Coraggio, rimuovi serenamente l’apparizione della donna.”

   “Vuoi dire che dobbiamo considerarla un fenomeno da analizzare in seguito per non crearci delle turbative premature.”

   “L’hai detto. Andiamo per ordine. Più che turbative quella donna potrebbe determinare un lieve ostacolo al nostro procedimento, roba da perderci un’oretta in aggiunta. Diciamo che non è giunto il suo turno.”

   “Un imprevisto?”

   “No, un intermezzo. Non dartene cura.”

   “Meno male.”

   “Su, muoviamoci. Qui non abbiamo che fare.”

   “Dove si va?”

   “La tua prima casa è la nostra prossima meta, seguendo il copione.”

   “Potrei dare un’estrema occhiata a questo rudere? Io non credo d’avere molte altre occasioni per ispezionarlo, mi aspetto che presto o tardi lo destineranno a dei lavori di ‘straordinaria manutenzione’, o lo butteranno giù con delle cariche di tritolo.”

   “Take your time, baby.”

   “Time is waste of money, you mean…”

   “Or, better, money is waste of time! But We had once an Oscar Wilde, only one, no need to recreate another.”

   “I agree. Things or people are what they are, what they have been. We call change the mere reception of that truth. 1”

   (“Prenditela comoda, bambino.”

   “Vuoi dire che il tempo è uno spreco di denaro…»

   “O, meglio, il denaro è uno spreco di tempo! Ma abbiamo avuto una volta un Oscar Wilde, solo uno, non c’è bisogno di ricrearne un altro.”

   “Sono d’accordo. Le cose o le persone sono ciò che sono, ciò che sono state. Chiamiamo cambiamento la mera accettazione di quella verità.”)

   Si aggirava rapido e accorto in un terreno accidentato, in un campionario di disfacimenti immobiliari, Sisohpromatem provò quasi il pentimento d’aver voluto indugiare dentro la sua clinica distrutta, adattata a ospizio dei topi e delle ragnatele. I locali che furono il reparto maternità erano sostenuti da puntelli solidi; per terra tracce di pavimento, due materassi sforacchiati, siringhe di tossici e preservativi usati, abusati; un muro decorato da scritte, graffiti, disegnacci…

   “Non lo sopporto questo, è offensivo.”

   “Se tu non fossi nato qui ti offenderebbe meno contemplare la devastazione della struttura.”

   “Vengono a bucarsi, a gettare lo sperma, a sfregiare le pareti, e in cuor loro sono pure convinti d’essere i paladini di una libera espressione. Sarà. Ma non me la devo prendere con chi ha ridotto il luogo in simili condizioni… È che, a pensarci, sono responsabile anch’io del crollo… ”

   “Bravo. Siamo assolutamente complici. Non lo scordare. Chi ha perorato la salvaguardia della ‘Clinica S. Teodoro’ battendosi contro l’istanza che annunciava la sua chiusura? Tu? Spiacente, dalla vicenda non emergono tuoi interventi politici, diretti o indiretti. Te ne sei lavato le mani in concorso con la cittadinanza ‘distratta’. Droga, sperma e luridume sono le concessioni della tua, della vostra negligenza. Recriminare ora aggiunge squallore allo squallore. Per piacere, leviamo le tende e vediamo di riparare i nostri danni. La carità comincia a casa. La tua casa.”

   “La mia prima casa…”

   Una passeggiata, lenta, innaffiata da una pioggerellina tonificante, acquietò i recenti sdegni di Sisohpromatem. L’anziano custode dell’esistenza aveva imparato a non incitare un temperamento influenzabile, a maneggiare con cura quella fragilità scoperta. La gita fu gradevole, sotto tutela, preservata da qualsiasi ingombro: una tappa di due chilometri verso il traguardo ambìto percorsa a andatura costante, priva di strappi e volate.

   I due viaggiatori conversavano attraversando le strade, fendendo il traffico, sordi all’irrequietezza della città che dormiva male e si destava peggio, distanti dal tormento della comunità disunita, in subbuglio nella sua insaziabile competizione, inappagata. Conversavano in una lingua gentile conforme ai loro toni distesi, sorretta da frasi aggraziate che non blandivano.

   “Cinque anni fa, in una notte di settembre, mi hanno visitato in sogno immagini stupende, cariche di voluttuosa pienezza. Non c’era una sensazione guida che ne trasportava altre, ma mille sensazioni continue: affetto, passione, delicatezza, senso dell’avventura, concupiscenza carnale, amore per le cose. Tutto ciò io l’ho vissuto dormendo, e per giorni ho verificato su di me un influsso benefico. Al termine di quel sogno c’era il rientro nella casa dove ho passato la mia infanzia: la casa era trasfigurata, divenuta ostello abbandonato per chi vuole passare una notte al coperto. Mia sorella, bambina, mi aspettava là… Le stanze non erano illuminate, la mia visita avveniva di notte, però io non mi persi a tastare per la paura di fare un ruzzolo. Ci vedevo perfettamente, circondato da una luce blu oltremarina, e mia sorella con la sua voce sottile mi disse qualcosa, che non afferrai subito. Nel sogno sapevo cosa significava. Ero a casa!”

   “Io conosco l’altro tuo sogno segreto, quello che fai a occhi aperti: comprare la casa della tua infanzia. È un chiodo che hai conficcato nella mente… Però la vorresti comprare per abitarci da solo, dico bene? Essenzialmente tu non desideri conviverci con tua moglie e i tuoi figli, là dentro li riterresti degli estranei.”

   “Sì, non sono la mia famiglia.”

   “Li vuoi escludere? No, di fatto li hai esclusi. Altrimenti non ci saremmo incrociati presso il Parco della Rimembranza.”

   “Rispondimi se vuoi, ma non sei tenuto a farlo. Sei stato mandato da qualcuno per salvare la mia famiglia? Siccome siamo a un passo dal punto di non ritorno, potrei considerarti un inviato molto speciale che ha l’obiettivo di aggiustare una crisi matrimoniale…”

   “Salvare chi? Salvare cosa? Tu stavi varcando la linea invisibile della dispersione, quello che hai chiamato punto di non ritorno; tu, indipendentemente dalla tua famiglia. Lo specchio stamani ti ha occultato il volto: sei fuggito alla ricerca di un ulteriore specchio, di un ulteriore volto. Non li hai trovati, ma tu ti giustifichi con il pretesto della brevità della sorte a tua disposizione. Hai trovato me, e io non sono il tuo doppio, non sono l’alternativa, non sono la salvezza sotto forma di divina provvidenza. Tu e la tua esistenza, cioè tu e io, siamo entità da reinventare in vista di una collaborazione che in passato non ha funzionato. Finora abbiamo seguito due strade diverse, nessuno di noi ha coinciso con l’altro, siamo vissuti sotto lo stesso tetto ignorandoci, separati in casa…

   Giova voltarsi indietro e riaffermare che Io sono la probabile risoluzione dei tuoi problemi, se solo tu lo volessi! Abbiamo perciò una coppia di aperture di senso: il ‘probabile’ non si affaccia sul balcone della certezza, neppure sul terrazzino della necessità; la ‘volontà’, nel paese dei significati, confinante con il ‘paese dei campanelli fessi’, può essere buona o cattiva, e a ognuno spetterebbe l’opzione che si suppone di poter determinare… Chi decide cosa? La ‘volontà’ da chi è mossa? Gli uomini si spaccano il cervello da secoli con questi interrogativi, ma, rifletti, è indispensabile porsi questi interrogativi per spaccarsi il cervello o spaccarsi il cervello per porsi questi interrogativi? L’economia dello spirito ha risposto sporadicamente con un ‘no’ indefinito, o con un ‘sì’ imperioso, però in genere s’è barricata sulla sua torre d’avorio per non rispondere a nessuno.

   Tocca a te credere, scommettere, replicare. Io farò altrettanto, ho solamente un’organizzazione maggiore, un metodo al posto della tua nebbia cerebrale. Io sono la tua esistenza essendo la memoria della tua esistenza. La cosa ti sembra difficile, farraginosa, ti si confondono le cause con gli effetti, e non è certo che da una causa segua fatalmente un effetto. Non è affatto certo.

   Ti dissi che il tuo fottuto stordimento ti faceva parlare in un dato modo, ti consigliava ambiguamente di ghermire una cappio perché, non si sa mai, avrebbe potuto costituire un utile strumento in un futuro prossimo o remoto. Impiccarsi. Farla finita. E l’avresti fatta finita? Veramente?

   In sintesi, io sono qui con te, noi siamo insieme, e possiamo provarci. Non ti ho mai assicurato un successo, con ciò mi rendo conto d’aver forse ingenerato un equivoco. Ammetto di averti detto testualmente: ‘Tu, se vuoi, potrai darmi retta, da bravo bambino, e alla fine di questo nostro viaggio sarai una persona nuova, irripetibile, indipendente e libero dagli altri e dalla tua disperata concezione’. Tu sei libero di leggere nella mia dichiarazione la promessa persino di una felicità. Perdona la noia che seguirà, la pedanteria da docente universitario, ma per me quella promessa trova posto nel riferimento a un’altra intuizione del mondo, la famosa ripresa estetica di Stendhal che Friedrich Nietzsche, in contrapposizione alla definizione del bello data da Kant, fa nel suo Zur Genealogie der Moral – Eine Streitschrift .”    

   “Se tu avessi la bontà di spiegarmi in parole povere la parte conclusiva del discorso capirei anch’io…”

   “Giusto. Rischio di confonderti, e ti chiedo nuovamente di perdonare questo intervallo filosofico che potrebbe produrre sbadigli. Pazienza.

   In Genealogia della Morale 2 – Uno scritto polemico, 3. Che significano gli ideali ascetici?, 6 Friedrich Nietzsche mette a confronto una definizione del bello estetico fornitaci dal filosofo Immanuel Kant 3, secondo cui ‘Il gusto è la facoltà di giudicare un oggetto o un tipo di rappresentazione mediante un piacere, o un dispiacere, senza alcun interesse. L’oggetto di un piacere simile si dice bello’, con l’altra definizione di Stendhal, nel suo Rome, Naples et Florence: ‘La beauté n’est jamais, ce me semble, qu’une promesse de bonheur’…”

   “Tradurre, s’il vous plaît!

   “Stendhal in Roma, Napoli e Firenze sostiene che ‘La bellezza, mi sembra, non è nient’altro che una promessa di felicità’.”

   “Forse sto afferrando il concetto. Non mi è chiara una cosa: se tu sei la mia esistenza dov’è che ho appreso queste cognizioni? Io non ho mai studiato la filosofia così approfonditamente, la mia istruzione si ferma alle lezioni del liceo, ai manuali scolastici che riassumevano le linee fondamentali del pensiero dei filosofi. Mi sono dedicato di più alla letteratura… Modestamente, ho una laurea in Lettere.”

   “Essere la tua esistenza ed essere la tua persona sono due fatti distinti, da qui la mia speciale conoscenza della filosofia autonoma dal tuo livello culturale acquisito. Perché so cose che tu non sai? Perché ho molto disappreso. Seguendo due strade diverse abbiamo avuto la fortuna di ‘venire a sapere’ diversamente, con la differenza che io per essere qui ho dovuto prepararmi con un immenso lavoro di superamento della tua istruzione, della tua attuale cultura. Ecco il mio grande disapprendere…”

   “…e la mia schizofrenia!”

   “Per carità, non usare quel termine che mi fa venire il vomito. Più avanti ne vedrai di belle e troverai mille occasioni, mille esistenze per battezzarti ‘schizofrenico’. E con ciò? Take it easy! Rilassati! Non cercare di esaurire tutta la tua curiosità in una domanda, ma attendi; non immedesimarti negli avvenimenti; impara l’arte dello stupore infinito, dello sfrenamento, e gioca, gioca, gioca! Non scherzare, gioca! Lo scherzo lascialo alla malinconia degli ottusi. Il gioco non ama la coerenza degli intransigenti, il terrore dei conservatori, la seriosità degli ipocriti.”

   “Io ho escluso Sara, mia figlia Vèra, mio figlio Lanfranco, per seguirti, eppure tu non c’entri con la mia ‘dissociazione’, né sembri venuto apposta per ricongiungere il mio nucleo familiare. Il tuo soccorso non concilia, affronta; non mi tira le orecchie, mi invita; non mi tortura, mi mostra. Spetta a me stabilire.”

   “Il problema della tua famiglia non l’ho eluso per scaricare su di te il peso, credimi, e non me lo sono nemmeno addossato per sbrogliarlo a modo mio infischiandomene del tuo consenso, semmai vorrei che tu fossi in grado di vagliarlo in piena autonomia. Non ti assicuro che fra un giorno, o una settimana, o un mese, o un anno, dopo la conclusione del nostro tragitto insomma, tu ti sia deciso a riannodare i fili con tua moglie e i tuoi figli. Spetta a te la responsabilità del gesto. Io ne prenderò atto puramente. Domani e domani e domani vedremo che ne farai di te… e di me.”

   Sisohpromatem e la sua esistenza arrestarono il loro passo sotto il portone ligneo di una vecchissima abitazione a quattro piani: la facciata non intonacata con antichi mattoni rossi e conglomerato cementizio scoperti, opus incertum (si narrava che la casa fosse stata ristrutturata sommamente e rimasta pressappoco la medesima dal I secolo d.C. ), le bifore di gusto altomedievale aggiunte più tardi.

   “Ma questa… O mio Dio, che emozione!”

   “È la tua prima casa, quella dove hai risieduto per sei anni.”

   “Non è cambiata per niente, a parte alcune modifiche di poco conto. Giuro che credevo d’essere immune da una palpitazione come quella che sto provando. Guarda le mie gambe tremolanti!”

   “In effetti hai avuto un’impressione gigantesca, veemente, vera, e mi è piaciuta la tua sincerità nel comunicarmela. Non vorrei essermi montato la testa, ma ho il vago sentore che tu abbia cominciato a fidarti di me.”

   Durante l’approccio alla destinazione programmata Sisohpromatem s’era disteso e la sua diffidenza originaria venne meno progressivamente, scarni residui di soggezione rimanevano, ma l’ascolto degli argomenti della sua esistenza ora lo accalorava. L’abbraccio davanti alla ‘Clinica S. Teodoro’ aveva avuto il suo dolce frutto.

NOTE

1  Traduzione: “Prenditela comoda, bambino.”

   “Vuoi dire che il tempo è uno spreco di denaro…»

   “O, meglio, il denaro è uno spreco di tempo! Ma abbiamo avuto una volta un Oscar Wilde, solo uno, non c’è bisogno di ricrearne un altro.”

   “Sono d’accordo. Le cose o le persone sono ciò che sono, ciò che sono state. Chiamiamo cambiamento la mera accettazione di quella verità.”

2 Friedrich Nietzsche, Genealogia della Morale – Uno scritto polemico, 3. Che significano gli ideali ascetici?, 6.

3 Immanuel Kant, Critica del Giudizio, Sezione Prima, Analitica del Giudizio Estetico, Libro Primo, Analitica del Bello, Primo momento del Giudizio di Gusto, secondo la qualità, Definizione del bello desunta dal primo momento.


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