Il “Grande canale del Nicaragua” e la longa manus di Pechino

Creato il 24 giugno 2013 da Jackfide

L’opera da 40 miliardi di dollari potrebbe portare nell’America Centrale il più grande progetto di sempre. Oltre ai dubbi sull’identità dei finanziatori, emergono i rischi legati all’impatto ambientale.

Già nella seconda metà del XIX secolo, alla vigilia delle prime occupazioni militari a stelle e strisce nell’area centroamericana,  numerosi uomini d’affari e politici statunitensi sognavano la creazione di un canale che, passando attraverso il territorio del Nicaragua, collegasse il Pacifico all’Atlantico. Tra i capifila del progetto avveniristico spiccavano illustri membri della potente famiglia Vanderbilt, come il “commodoro” Cornelius, che tuttavia non riuscì ad attirare un numero sufficiente di investitori per il concretamento dell’iniziativa. Successivamente, l’aggressivo interventismo del presidente Theodore Roosevelt, ferreo paladino degli interessi statunitensi in America latina, portò alla costruzione del Canale di Panama, spostando così il baricentro degli investimenti “yankee” direttamente sull’istmo.
Oggi, secondo i funzionari del Nicaragua, il sogno dei pionieri statunitensi dell’800 potrebbe essere realizzato da un un consorzio imprenditoriale cinese.

Due settimane fa, l’Assemblea nazionale del Nicaragua ha ratificato una legge che prevede una sensazionale concessione di cinquant’anni ad una sconosciuta impresa cinese per la progettazione, lo sviluppo, la gestione e l’amministrazione di un megaprogetto battezzato come “Grande canale Nicaraguense”. Il costo stimato dell’opera si stanzia sui 40 miliardi dollari e include la costruzione di un canale interoceanico, un oleodotto, una ferrovia per il trasporto, due porti, due aeroporti internazionali e una serie di zone di libero di scambio lungo il percorso del canale. Il corso d’acqua  dovrebbe essere almeno due volte più lungo del Canale di Panama e potrà ospitare la “nuova generazione” di navi superpetroliere. Secondo gli stessi soci dell’impresa, si tratterà del più grande progetto nella storia dell’America latina.

Di converso, nessuna informazione è stata resa pubblica in merito alla diramazione idrogeologica del canale, nemmeno per quanto riguarda la tempistica per la costruzione, il potenziale impatto ambientale che avrà sul delicato ecosistema tropicale del paese, né tanto meno sui soggetti che finanzieranno l’iniziativa. Il governo sandinista di Ortega insiste sul fatto che il progetto sarà un punto di svolta per il paese e per la regione. Paul Oquist, consigliere privato di Ortega per le politiche nazionali di sviluppo, afferma che la costruzione del canale permetterà al Nicaragua di raddoppiare la sua crescita economica, producendo un effetto decisamente positivo sull’occupazione del paese entro i prossimi quattro anni. Il governo sostiene che lo scopo del progetto è quello di sradicare la povertà nel secondo paese più indigente dell’emisfero e ciò rappresenterà una “rivoluzione sociale ed economica“, secondo Oquist.

Il disegno di legge che autorizza la concessione dell’opera è stato presentato al Congresso del Nicaragua all’inizio di giugno, proprio in vista dell’incontro in California tra il presidente Barack Obama e il suo omologo cinese, Xi Jinping. Prima di raggiungere gli Stati Uniti, Xi Jinping si è fermato in tre paesi dell’America Latina, tra cui il Messico, scandagliando la disponibilità dei governi del “Regno di Mezzo” per quanto concerne il proponimento di nuovi contratti di costruzione, le offerte di energia e i patti commerciali. La Cina si sta rapidamente affermando come il principale investitore in America Latina, con le sue aziende statali che finanziano progetti di miliardi di dollari in quella parte del mondo che Washington ha sempre visto come il suo cortile di casa. La crescente ingerenza nell’emisfero occidentale della Cina ha recentemente spinto l’Amministrazione Obama ad intraprendere diverse azioni diplomatiche. “Dai recenti sviluppi, emerge un profondo cambiamento nell’ambiente delle Americhe”, afferma Carl Meacham, direttore del programma Americhe presso il Centro di studi strategici e internazionali di Washington. “Gli Stati Uniti devono assolutamente restare in competizione.” Detto in altri termini, l’America Centrale ha tutte le carte in regola per diventare un possibile scenario di competizione geopolitica e geostrategica tra Cina e Usa.

Il Nicaragua pertanto potrebbe rivestire il ruolo di testa di ponte per l’ipotetica espansione dell’influenza geopolitica di Pechino. La Nazione centroamericana si trova in mezzo ad un gruppo di Stati che mantengono relazioni diplomatiche con Taiwan, ancora considerata da Pechino come una provincia ribelle. La company cinese a cui è stata conferita la generosa concessione risponde al nome dell’HK Nicaragua Canal Development Investment (HKND-Group) – un’ambigua società recentemente registrata nelle Isole Cayman e presumibilmente con sede a Hong Kong. L’impresa di capitali non sembra avere legami diretti con il governo cinese, né alcuna esperienza in progetti internazionali infrastrutturali. Tuttavia, in Nicaragua non emergono segnali di rottura nei rapporti commerciali con Taipei, a differenza di quello che si è registrato in Costa Rica nel 2007, quando l’allora presidente Oscar Arias decise di rompere i legami sessantennali con Taiwan per avvicinarsi alle sirene di Pechino.

Il CEO della società, Wang Jing, è un magnate cinese delle telecomunicazioni. Sul sito web della sua principale società, la compagnia di telefoni cellulari “Xinwei”, Wang dice che la sua azienda è destinata a contribuire al “progresso della civiltà mondiale” e che “diventerà una leggenda. Ma a parte la biografia ufficiale, ben poco si sa sul suo conto. L’unico outing che lo riguarda rimanda alla sola visita effettuata in Nicaragua, lo scorso settembre, quando era ospite del presidente Ortega.
Wang ha sicuramente delle relazioni con il governo cinese, ma finora non vi è alcuna indicazione che coinvolga direttamente Pechino nel progetto.

Allo stato attuale, non è chiaro da chi arriveranno 40 miliardi di dollari per l’investimento – un importo superiore a quattro volte il PIL del Nicaragua. Ma il denaro non rappresenta né il primo né l’ultimo dei problemi. Difatti, gli ambientalisti avvertono che il progetto potrebbe avere conseguenze disastrose per l’approvvigionamento idrico del paese. La prima risorsa naturale ad essere minacciata sarebbe proprio l’imponente lago Nicaragua, da sempre considerato da tutte le popolazioni autoctone come la principale fonte di acqua potabile per l’America Centrale. Nel frattempo, José Adan Aguerri, presidente della più grande camera di commercio del Nicaragua, annuncia che i proprietari dei terreni che si trovano nell’area interessata al megaprogetto saranno indifesi contro le espropriazioni. Ne consegue che possedere una proprietà nel perimetro in cui è circoscritta la realizzazione dell’opera pone i proprietari sotto il rischio dell’incertezza giuridica.

Inoltre, numerosi esponenti della società civile nicaraguense sono preoccupati che il partito sandinista di Ortega e i loro nuovi partners commerciali cinesi intendano creare un’enclave privatizzata nel mezzo del Nicaragua, che verosimilmente potrebbe essere governata per i prossimi cinquant’anni da una commissione costituita ad hoc, indipendentemente dalle decisioni del governo che si ritroverà al potere a Managua. “Il Nicaragua non è in vendita. Il Nicaragua appartiene a tutti i nicaraguensi e non è proprietà privata di Ortega e della sua famiglia “, si legge in una dichiarazione firmata da 21 organizzazioni che si sono unite per contestare il progetto.

Come se non bastasse, sul quotidiano costaricano Ticotimes, si legge che le due comunità indigene rappresentate dalle popolazioni Rama e Kirol si lamentato per il fatto di non essere state sufficientemente informate sul progetto e sull’impatto che potrebbe avere sulla loro terra.

Ora che il legislatore ha approvato la mega opera, il governo ha tempo fino a maggio 2014 per condurre uno studio di fattibilità, oltre ad un’analisi sull’impatto ambientale; nello stesso periodo, a Panama sarà completato il programma di riassestamente del Canale ononimo, che prevede l’ampliamento e l’estensione dei corsi di navigazione esistenti nel lago Gatùn.



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