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Il lavoro, quello che c'è, quello che si racconta, quello che dovrebbe essere

Creato il 01 maggio 2018 da Funicelli

Primo maggio, festa del lavoro. Il lavoro, cardine fondante della Repubblica: ma il lavoro quale? Oggi quando si parla di lavoro si intendono tante cose. Ognuno vede il lavoro secondo una propria visione di comodo, così oggi possiamo parlare del lavoro che c'è in Italia, di come viene raccontato e poi, di come dovrebbe essere.

Per cominciare un esempio: a Mantova il museo comunale è rimasto chiuso nella giornata di Pasquetta, perché non si sono trovati volontari disposti a lavorare quel giorno per tenere aperta la struttura. Nelle polemiche del giorno dopo (come vogliamo accogliere i turisti in questo modo?) si è poi scoperto che bastava organizzarsi per tempo e che, il problema vero, era la scarsità del personale. Oggi il museo è aperto, i volontari sono stati trovati: significa che se si investisse in questo settore si potrebbe creare occupazione di buon livello che ha anche un ritorno economico. Ma forse fa più comodo tenere i musei chiusi, fare le solite polemiche strumentali (contro sindacati? Contro il pubblico?). Il lavoro oggi è anche quello dei riders, i dannati della gig economy, con paghe basse e l'algoritmoche detta loro orari e percorsi. Sono lavoratori autonomi ma sotto padrone. Costretti al cottimo. Con quale futuro? Il lavoro oggi è quello dei lavoratori della logistica, un far west di cooperative, di facciata, con cui si livellano al ribasso salari e diritti. Lavoratori che portano le merci a casa delle persone per i grandi store, Zara o Amazon. Il lavoro è oggi anche quello dei lavoratori dei call center: sono passati almeno dieci anni dal film di Paolo Virzì “Tutta la vita davanti”, basato sul libro di Michela Murgia. Oggi le cose sono pure peggiorate, per la concorrenza al ribasso (si chiama dumping sociale dentro l'Europa) dovuta alla delocalizzazione. Oggi il lavoro è quello dei lavoratori alla spina, come li ha definiti il servizio di Presa diretta andatoin onda a febbraio: alla spina perché usa e getta, perché senza alcuna visione di futuro. Negli outlet, nei centri commerciali, nella gig economy, negli studi di ingegneria o in studi legali. Oggi il lavoro proprio non lo si vuole pagare, anche in settori delicati come quello della giustizia, coi giudici onorari pagati a sentenza. Lavoratori che muoiono per lavoro, subiscono incidenti: sono numeri in crescita quelli degli incidenti, sono 47 le morti solo in Lombardia (212 in Italia, +11%) quest'anno, l'ultimo quello dei tre operai alla Lamina. Colpa della bassa formazione, dell'uso di contratti come quello da florovivaista per lavorare nei cantieri, o lavoratori delle pulizie, con contratto multiservizi, che posano i cavi della fibra a Genova. Servirebbero norme certe, servirebbero controlli. Eppure i controllori non ci sono e nemmeno la volontà politica di farli, di punire le aziende che non rispettano le regole. Ma se una persona segue i commenti di giornalisti, opinionisti, politici su questo Primo Maggio, si sentirà parlare di altro. Del milione di posti di lavoro. Delle riforme sui temi dei diritti civili, tra cui la legge contro il caporalato, contro le dimissioni in bianco. Ma ci sono anche gli insofferenti alla festa del lavoro: basta con questa inutile liturgia – li senti dire – il paese ha bisogno di lavoro, le aziende devono fare profitto altrimenti chiudono, i sindacati non rappresentano più nessuno.. Sono i fautori della deregolamentazione, della disintermediazione tra impresa e dipendenti, delle aperture domenicali. Sono coloro per cui il lavoro va bene, qualunque sia. Eppure le aperture domenicale, volute dal governo Monti, non hanno creato nuova occupazione e non hanno spostato il PIL di percentuali significative. Si sono creati lavoratori poveri, sotto ricatto (perché non possono rifiutare le chiamate all'ultimo minuto), senza futuro.

E la legge sul caporalato non ha impedito che questo continuasse nei campi del sud, dove gli sfruttati della raccolta del pomodoro continuano a vivere nei ghetti, in condizioni di schiavitù. Infine, il lavoro come dovrebbe essere: sta tutto scritto nella Costituzione. Il lavoro che rende la persona una parte di un tutto, di una società in cui ha una vera dignità, un ruolo, la possibilità di realizzarsi e di ricevere un giusto salario. Con dei doveri e dei diritti ben definiti, per cui esiste un giudice in grado di farli valere, non per gentile concessione del principe. Siamo nell'epoca della flessibilità, dell'insicurezza, dell'economia che oggi c'è e domani chissà? Ecco, allora non scarichiamo questi problemi sugli ultimi. Frasi come quelle sentite dall'ex ministro Sacconi “meglio seicento euro che niente” non si possono più sentire. Sbaglia Sacconi e sbagliano i talebani della flessibilità: impoverendo il lavoro si impoverisce la società, la classe media in particolare. Si inceppa l'economia, perché la gente non può spendere. Si sta creando un enorme problema sociale che o viene governato dalla politica, oppure è destinato ad esplodere. Primo Maggio, festa del lavoro, non si può non ricordare i primi martiri del lavoro di questa Repubblica: le persone uccise a Portella della Ginestra nel primo atto di terrorismo politico mafioso, nel 1 maggio 1947.

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