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Il lieto fine che finì: le scrittrici tra romanzi e realtà

Creato il 25 ottobre 2018 da Michelap

Il lieto fine che finì: le scrittrici tra romanzi e realtà

Nell'inserto domenicale "La Lettura" lo scorso due settembre, è apparso un articolo di un'intervista fatta all'attrice e regista inglese Kristin Scott Thomas riguardante l'amica scrittrice Elizabeth Jane Howard (1923-2014), in occasione della pubblicazione, per la prima volta in Italia, del romanzo "Cambio di Rotta".
Nell'intervista rilasciata la Thomas ha ritratto il profilo di una Howard ingabbiata in diversi stereotipi della sua epoca: di scrittrice talentuosa, eppure, da giornalisti e critici tenuta lontana dal panorama letterario (esclusivamente di sesso maschile), i cui romanzi etichettati ancora con la dicitura di"letteratura femminile" e quindi rivolti ad un pubblico di sole donne un po' annoiate della classe media inglese e perseguitata da editori che volevano per le loro lettrici finali romantici e accomodanti.
Sono rimasta un poco attonita sotto quest'ultimo punto perché se è vero che nel corso dell'evoluzione femminile, la donna ha trovato difficoltà nel prendere una posizione libera ed indipendente, di esprimersi come "professionista" nei vari campi della cultura e non essere più sottomessa al semplice ruolo di musa o dilettante, è anche vero che i contenuti da questa esposti erano risultati più preoccupanti (e quindi malvisti) della sua stessa autonomia.
Nella storia della letteratura fatta dalle donne, così mirabilmente descritta con tutte le sue precarietà e conquiste nel saggio di Virginia Woolf (1882-1941) "Una Stanza tutta per Sé" (1929), dove l'indipendenza andava di pari passo con la penna; alcuni motivi del modo di fare romanzo erano, per così dire, consigliati caldamente per le giovani scrittrici, tra cui il lieto fine. Se ci pensiamo bene il mito del lieto fine, al quale fin da piccoli ci aggrappiamo con cieca fiducia, è stato, a volte, per le donne scrittrici una limitazione nel loro lavoro, una sfumatura di non adesione alla realtà e alla loro soprattutto.
Il lieto fine ristabiliva l'ordine naturale delle cose, dove, magari, dopo una trama ingarbugliata, con ruoli maschili e femminili che si confondevano, dove anche una protagonista poteva fregiarsi di occupazioni o pensieri non adatti al suo sesso, il lieto fine rimetteva ognuno al proprio posto competente e anche il personaggio femminile ritornava all'antico dovere di figlia e sposa devota. Per questo il lieto fine ha rappresentato per secoli la forma più sottile e indolore di adattamento alla società.
Una forma di imprinting ci è stata data dalle favole innanzitutto. Come Elena Gianini Belotti in "Dalla Parte delle Bambine" ha scritto "Cappuccetto Rosso mandata in giro da una madre irresponsabile per cupi boschi infestati da lupi trova la salvezza nel coraggioso cacciatore; Biancaneve che accetta la prima mela che le viene offerta, per quanto sia stata severamente ammonita di non fidarsi di nessuno, torna alla vita grazie al giovane principe accorso; Cenerentola accetta il salvataggio che le viene da un uomo come unica risorsa, ma non è poi certo che costui la tratterà meglio di quanto sia stata trattata fino allora".
Tutto questo ha generato quegli incrollabili valori, passati di generazione in generazione, che hanno imbastito l'esistenza femminile, tra cui l'individualismo (non esisteva amicizia tra donne), il culto della bellezza, il matrimonio e l'elevazione di ceto da questo.
Molte autrici, anche le più geniali e talentuose, hanno riservato ai loro romanzi una conclusione felice ma l'allietamento delle masse non è stato il motivo ragionevole delle loro scelte.
L'hanno fatto per convenienza o soldi e certo non dobbiamo oggi biasimarle per quel compromesso che al tempo trovarono per scrivere e farsi strada in una condivisione che gli uomini, a priori, non volevano.
Ma la vita descritta nei loro romanzi non sempre rispecchiava quella realmente vissuta. Allora? Questo contrasto tra finzione romanzesca e verità storica, che doveva pur risolversi verso un finale romantico, poteva altrimenti lasciare tracce di ribellioni implicite fra le pagine di un libro.
Si pensi a Jane Austen (1775-1817). Innumerevoli generazioni di lettori hanno sognato leggendone i romanzi; idealizzato l'amore a modello dei suoi personaggi. E " a una prima lettura, sono storie d'amore, matrimoni con un lieto fine convenzionale ed eterosessuale"¹, il sacramento del matrimonio non risulta essere minacciato.
Eppure analizzando in profondità, nei rapporti uomo-donna che intercorrono tra i protagonisti, si scopreElinor e Marianne, (benché sposate a due gentlemen), superare per spirito i loro compagni (Marianne nemmeno ama il colonnello Brandon), l'innamoramento tra Lizzy Bennet e Mr Darcy viene inizialmente inasprito da differenze di ceto e l'amore tra Emma Woodhouse e Mr Knightley non ha nulla di stupefacente rispetto a tanti altri.

"Solo a una seconda lettura si insinua il dubbio, a suggerire che forse il matrimonio non è proprio quanto di meglio potrebbe accadere a queste donne. È stato suggerito che utilizzando questi strati diversi di significato, Jane forse era perfino più sovversiva di quanto immaginiamo. [...] Forniva il lieto fine che la società si aspettava, ma più che altro perché era costretta a farlo. Non dovete credere al lieto fine di Jane se non volete"

Anche Louisa May Alcott (1832-1888) arrivò, poco più di mezzo secolo dopo, a scontrarsi con il falso perbenismo e la moralità del suo tempo. Quasi minacciata dai suoi stessi lettori che, dopo l'inatteso successo di "Piccole Donne" (1868), desideravano vedere l'eroina più intraprendente della letteratura, Jo March, felicemente sposata e soddisfatta.
La Alcott accolse la richiesta come dovuta ma quasi con cipiglio e stizza, unì il suo celebre personaggio al poco virile (anzi paterno), spento e fin troppo vecchio professor Baher. Questa innocua punizione che la scrittrice impose agli occhi dei suoi lettori, verrà invece risparmiata al personaggio indipendente e nubile della dottoressa Nan ("I Ragazzi di Jo", 1886) qualche anno dopo, quando la Alcott, ormai signora matura, raggiunse una certa stabilità.
Romanziere come la Austen e la Alcott ed altre hanno da sempre cercato, nei loro limiti, di sovvertire ai dettami di un mondo già preconfezionato, rischiando in quanto lavoratrici e in quanto donne di essere escluse dal lor ambiente o non capite se la loro arte non andava sulla stessa falsariga del circondario. Negli anni le loro opere sono rientrate nel genere inappropriato di letteratura femminile mentre loro snobbate a vantaggio del pensiero maschile o dei "valori maschili" come scrive la Woolf.
Perché dietro l'happy ending, il suo intrinseco significato, si è nascosto la predominazione delle esigenze del mondo patriarcale: "questo è un libro importante, suppone il critico, perché tratta di guerra; questo è un libro insignificante, perché tratta dei sentimenti delle donne in salotto".³
Con la fine dell'Ottocento e gli inizi del Novecento le donne riuscirono ad avere l'animo e la penna più libera di accostare la loro realtà alla scrittura, i loro veri sentimenti alla pagina bianca con meno intralci e influenze dall'esterno.
Il lieto fine non era più un'avvedutezza moralmente raccomandata e le autrici iniziarono a guadagnare, a viaggiare, a partecipare nei dibattiti, alla vita sociale in quanto intellettuali.
Oggi, nella maggior parte dei casi, queste problematiche sono state superate e le donne scrittrici hanno apportato al lieto fine un differente significato che si caratterizzava nella realizzazione, meno, delle loro aspettative ed aspirazioni, mentre il contatto con la realtà si è resa per certi versi ancora più pericolosa per le donne, soprattutto quando la loro voce si alza più in fretta della loro penna.

¹ "A Casa di Jane Austen", Lucy Worsley, Neri Pozza
² Ibidem
³ "Una Stanza tutta per Sè", Virginia Woolf, Newton Compton

"A Casa di Jane Austen", Lucy Worsley, Neri Pozza
"Una Stanza tutta per Sè", Virginia Woolf, Newton Compton
Introduzione ai"Quattro Libri delle Piccole Donne" di Daniela Daniele, Einaudi


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