Il mistero di Puma Punku

Creato il 04 novembre 2012 da Rosebudgiornalismo @RosebudGiornali

di Rina Brundu. La mia passione per l’archeologia, e la cosiddetta archeologia misteriosa, è parecchio datata. Da piccola divoravo qualsiasi notizia avesse a che vedere con la civiltà egizia e poi con qualunque attimo-inspiegabile-nell’universo riuscisse a curare la mia inestinguibile sete di novità: così, dal triangolo delle Bermuda alle figure della piana di Nazca, non vi è mai stata situazione poco-chiara che non abbia tentato di studiare, investigare e conoscere meglio. Crescendo, il mio hobby non è mai venuto meno e dal mitico testo “Chariots of the Gods” (1968) di Erick Von Daniken, esclusi i libri di Peter Kolosimo (di cui ho saputo solo alcuni anni fa), credo di avere fagocitato e virtualmente fatto mio tutto lo scibile sulle faccende e mille leggende di cui si nutre questo tipo di nuova-interpretazione degli avvenimenti della nostra Storia. Vi includo anche le infinite, e qualche volta noiose, puntate del Voyager del dottor Giacobbo (i.e. il Kazzenger di Crozza, per intenderci!) e tutti i post online worth-seeing rispetto all’argomento considerato.

Di buono c’è che mano mano che andavo avanti con questa sorta di passione-proibita, cresceva il mio amore per la Scienza, quella ufficiale, per la Fisica quantistica in particolare, nonché cresceva la maggiore comprensione di quanto la necessità di applicare un metodo scientifico rigoroso fosse una conditio imprescindibile per tutte le attività miranti ad aumentare la conoscenza umana, e dunque anche per quelle legate alla materia archeologica. Un poco come se la mia idea che occorra sempre aprire la mente, metaforicamente la scatola cranica, ad ogni obiezione sensata, qualunque essa sia, fosse comunque prudentemente  controbilanciata dalla ferma convinzione che non bisogna mai aprirla “troppo” e dunque permettere al cervello di cadere a terra e sfracellarsi sul pavimento.

Mercé la mia esperienza di lungo corso credo infatti di poter affermare (rispetto a quelle che sono state le mie personalissime conclusioni), che la maggior parte di tutte quelle situazioni spacciate come “inspiegabili”, talvolta al mero scopo di vendere questo o quel libro, lanciare questa o quella trasmissione televisiva, o questo o quell’altro blockbuster hollywoodiano, sono invero spiegabilissime e di “misterioso” hanno soltanto il fascino sempiterno che sovente le accompagna. Questo vale appunto per tutti quei misteri. O quasi. L’eccezione - laddove non si voglia correre il rischio di chiudere la metaforica scatola cranica di cui sopra del tutto, e quindi passare per possessori di menti ottuse o alla stregua di talpe obnubilate - è data, a mio modo di vedere, dallo straordinario spettacolo fornito da Puma Punku, in Bolivia.

Cos’è Puma Punku? Puma Punku (il cui nome in lingua Aymara significa “la porta del puma”), è il sito archeologico più straordinario, indecifrabile, incompensibile, imperscrutabile, inesplicabile di cui si sia mai saputo, l’unico luogo al mondo dove si vorrebbe stare che non sia quello in cui si sta camminando nel dato istante. Per i non addetti, il sito si trova sull’altopiano andino boliviano ad un’altezza di 4000 metri. La sua scoperta è legata ai lavori di scavo che fece, all’inizio del XX secolo, l’ingegnere tedesco Arthur Posnasky (1873-1946) in quel di Tiahuanacu, altro celebre sito archeologico boliviano. L’età che viene attribuita alla particolarissima struttura di Puma Punku è di 14000 anni circa, ma c’è chi sostiene che sia sito molto, molto più datato e, considerata la diversa fattura, nonché la diversa storia evolutiva (fino al presente stato di rovina, si intende!), che sia quasi certamente molto più antico della stessa Tianhuanacu.

Ma perché Puma Punku è tanto speciale? È tanto speciale perché la tecnica ingegneristica as-a-whole del particolare manufatto (che oggidì si presenta in forma di rovine prodotte da quella che sembrerebbe essere stata una poderosa esplosione prima (o terremoto) e una successiva ed altrettanto formidabile alluvione poi), è unica al mondo (vedere foto allegate). Soprattutto, si fa davvero grande fatica mentale a pensare che possa essere stata farina del sacco di popolazioni neolitiche primitive che non conoscevano il metallo né facevano uso della ruota. Caratteristica della prassi costruttiva impiegata è la precisione millimetrica con cui sono state scolpite ed intarsiate le enormi (alcune arrivano a pesare fino a 1000 tonnellate) lastre di diorite (un granito così duro da scalfirsi solamente con i trapani a punta di diamante), fissate da cambrette di metallo e modellate in maniera da poter essere unite le une alle altre come in una sorta di sistema modulare.

Tuttavia, a parte l’evidente capacità tecnica dei costruttori di Puma Punku, il mistero è ancora totale sulla vera ragione d’essere di questo “oggetto” unico, sul suo scopo ultimo, finanche sulle reali motivazioni che hanno portato un tale poderoso apparato a frantumarsi in minuscoli brandelli. Alcuni mesi fa è  circolata la notizia che un gruppo di archeologi avrebbe scoperto una camera sotterranea in quella stessa piana ma, ad oggi, nulla di sostanziale è stato aggiunto all’antichissima storia. Se tanto mi da tanto “la porta del puma” continuerà a conservare il suo affascinante segreto per molte migliaia di anni ancora. Misteri Kazzenger! A ben pensarci nulla a confronto dell’arcano diabolico che tuttora circonda la strage di Ustica e le altre infinite stragi dell’Italia repubblicana. So much for Puma Punku!

Featured images manufatti a Puma Punku (fonte la Rete e History Channel).


Potrebbero interessarti anche :

Possono interessarti anche questi articoli :