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Il mondo addomesticato – 2. casa

Creato il 02 marzo 2018 da Iyezine @iyezine
IL MONDO ADDOMESTICATO – 2. CASA

Quando sulla Terra scese un'intelligenza superiore alla nostra, l'uomo non era pronto, nonostante tutto quello che era stato scritto, girato, narrato, raccontato, avvertito...
Non era pronto per due motivi.
Il primo è che, come per Dio, ne parli, lo preghi, ma alla fine dei conti non ci credi mai veramente. E se esistesse e dovessi avere il privilegio di vederlo, te la faresti sotto.
Il secondo motivo è che non si può essere mai pronti per una cosa del genere.

Puntate precedenti: 1. Pilot

Cos'è casa?
È solo una struttura che ci ospita, il posto in cui siamo quando non siamo "fuori"?
È solo il tetto sulla testa che ci ripara dalle intemperie, o le quattro pareti che ci proteggono da chi vuole la nostra proprietà?
O è qualcosa di più intimo, addirittura concettuale?
"La mia casa è dove ci sei tu" dicono gli innamorati, in pieno slancio romantico ed esistenzialista.
È il luogo dove ci sentiamo sicuri. Dove il nostro dominio, dal latino domus, appunto, è totale, o quantomeno dovrebbe esserlo. Il posto dove comandiamo, dove le regole le facciamo noi, e se a qualcuno non vanno bene può anche andarsene.
La casa è dove siamo padroni quindi, ma in alcuni casi anche dove siamo schiavi.
Ma l'asservimento non sempre è inteso come un male.
Il cane e il gatto identificano la loro casa con il luogo dove c'è il loro padrone, una certezza per la conservazione.
Per lo sposo che si trastulla nella sua sicurezza coniugale, la sua casa sono allo stesso tempo le sue manette e quelle del suo coniuge, nel gioco morboso di essere succubi uno dell'altro.
E poi ci sono i piccoli che vivono di consuetudini e gli adolescenti ribelli e le nonne allettate che aspettano l'ultima ora... è tutto così immobile all'interno della casa che talvolta viene chiamata proprio così... immobile.
La casa è il luogo della sicurezza, dell'abitudine, e forse troppo spesso, del martirio.

Quando Federico Tanzi riaprì gli occhi sussultò.
A svegliarlo da quel sonno profondo fu il biancore che passava attraverso le sue palpebre chiuse, emanato da una di quelle sfere di luce accecante che il giorno prima avevano invaso silenziosamente tutta la zona industriale in cui lavorava.

Per un istante temette inconsciamente di trovarsi di fronte ai fari di un'automobile. Come se avesse avuto un colpo di sonno e d'improvviso stesse per fare un frontale. Poi, nel giro di qualche istante, la sua memoria lo riportò alla realtà, per quanto assurda e paradossale. Ricordò le distorsioni nello spazio tridimensionale dalle quali uscivano queste bolle di luce, la fuga a perdifiato sua, dei suoi colleghi e degli altri uomini che lavoravano intorno al suo magazzino, della gente sospesa per aria che veniva attratta verso quelle emanazioni sfolgoranti.

Quando Federico Tanzi riaprì gli occhi, una di quelle sfere di luce era davanti a lui. Sembrava galleggiare nel suo stesso splendore. E per istinto indietreggiò fino al muro ammuffito della casina diroccata nella quale aveva trovato rifugio la notte precedente.

La notte precedente, oppure giorni prima... non gli era possibile definire il tempo trascorso. Per quel che riusciva a comprendere, poteva aver dormito per giorni.

Il movimento impulsivo di farsi indietro, scalpicciando i piedi nella polvere accumulata sul pavimento, non gli fu di nessun aiuto: una volta raggiunto l'angolo, la fuga era giunta al suo termine.

Ma la sfera giaceva lì, a un metro da terra, ondeggiando leggermente, su e giù. Era molto grande, forse del diametro di un paio di metri e occupava gran parte dello spazio vuoto in quel piccolo rudere. Pulsava nella sua luce tagliente, di un bianco molesto agli occhi, e illuminava le pareti, il tavolo da lavoro, gli utensili, con una tonalità che faceva perdere loro i colori e le sfumature; era come se gli oggetti fossero stati impressi su una pellicola bruciata a causa di un'elevata esposizione.

Mentre Tanzi era ormai spalle al muro, immobilizzato dal terrore, la sfera emanò un suono.

Mhhhmhmmhhh

Un ronzio sordo, come quando il rumore di un aspirapolvere ci raggiunge dall'appartamento di fianco, come un cellulare che vibra nel taschino. Era un brusio discontinuo, ripetuto con delle piccole pause.

Mhhhmhmmhhh Mhhhmhm Mhhhhmhmmhhh

Tanzi aveva gli occhi sbarrati, iniettati di sangue, la pupilla totalmente contratta a causa della potenza di quei raggi. Ma nonostante l'aria sconvolta e l'animo in completo subbuglio, non riuscì a fermarsi dal ragionare, dal voler cercare una spiegazione plausibile a quello che stava accadendo, una soluzione per farla franca, prima che quell'enorme bolla scintillante esplodesse.

Quel rumore infatti non premoniva nulla di buono, anzi gradualmente aumentava, così come l'intensità della luce bianca, finché Tanzi non si coprì con un gesto violento il volto con l'avambraccio, attendendo ormai uno scoppio o qualcosa di forse ancor più distruttivo.

D'improvviso però il ronzio terminò, e la luce parve affievolirsi, così l'uomo ritrovò il coraggio di guardare di nuovo.

Ora aveva davanti a sé la stessa enorme sfera che sembrava essersi spenta. In realtà Tanzi si rese conto che emanava ancora una fievole luce, ma che il suo occhio, ormai abituato all'accecamento, gliela faceva percepire di una particolare tonalità di grigio.

Tanzi si tranquillizzò per un istante, e tornò a interrogarsi sul da farsi.

La sfera emise altri suoni, questa volta più flebili e con pause più ritmate.

Si avvicinò all'uomo, lentamente, di qualche centimetro. Tanzi questa volta non indietreggiò, e non solo perché non aveva spazio dietro di sé.

La sfera si avvicinò ancora. Ormai si trovava a pochi centimetri dal suo volto.

L'uomo sollevò la mano, senza pensarci, e toccò la sfera che vibrò e si illuminò nei punti sotto i polpastrelli a contatto con la superficie curva.

In quell'istante Tanzi capì di avere di fronte a sé un essere senziente. Non una radiazione, non una luce o un fenomeno elettromagnetico, ma una vera e propria intelligenza, per quanto aliena rispetto a quella terrestre.

Mmh mh mh mmh mhmh

E comprese anche che stava cercando di comunicare.

- Da dove vieni? - chiese l'uomo meravigliandosi di udire la sua voce roca dopo tutto quel tempo, e allo stesso tempo sentendosi uno stupido per quella domanda banale.

Al sentire quelle parole l'essere iniziò a pulsare lievemente e a muovere qualcosa all'interno della sua luminosità, come se stesse modificando il suo nucleo. In quella operazione che ricordava il movimento magmatico della lava di un vulcano, l'essere espulse delicatamente dalla sua circonferenza un minuscolo cubo di colore rosso, delle dimensioni di un dado da gioco. Il piccolo solido volò, in modo del tutto autonomo, dall'interno della luce fino a fermarsi a pochi centimetri della bocca di Tanzi.

L'uomo non capiva l'intento dell'essere e rimase immobile a fissare quello strano prodotto della sfera davanti a sé. Poi il dado sospeso in aria mosse ancora un poco, verso le labbra dell'uomo fino a toccarle, ma senza violenza, come se stesse bussando per entrare.

- Mio Dio, vuoi che io mangi questa cosa? - chiese Tanzi, e nel fare la domanda il dado gli penetrò all'interno del cavo orale.

- Ma cosa diavolo... - imprecò l'uomo, alzandosi in piedi, dimenandosi e portandosi le mani alla gola. Ma per quanto cercasse di sputare e di liberarsi di quel cubetto, ormai non c'era nulla da fare. L'aveva ingoiato intero.

La sfera indietreggiò un poco, forse spaventata dalla veemenza dei movimenti dell'uomo.

- Cosa mi hai dato, maledetta?

Ma poi, vinto dallo sfinimento, riprese la sua posizione accucciata nell'angolo di quella stanza pericolante, e provando un piacevole senso di torpore si lasciò avvolgere nuovamente dal sonno.

Al suo risveglio si sentì rigenerato, nel corpo e nella mente. Avvertiva quasi un senso di tranquillità, nonostante la piega sempre più surreale che gli avvenimenti stavano prendendo.

La sfera era ancora lì, di fronte a lui, nella sua luce attenuata. Tanzi la scrutò a lungo e in qualche maniera avvertiva che la sfera stesse facendo lo stesso. L'uomo si alzò in piedi e la sfera indietreggiò di pochi centimetri, esitante, abbagliando leggermente..

- No, aspetta - disse Tanzi rallentando improvvisamente i suoi movimenti, come fa chi non vuole spaventare un animale selvatico all'interno di un bosco. - Ecco, faccio piano, d'accordo?

Così dicendo allungò di nuovo il braccio, e la sfera gli si avvicinò fiduciosa. Al nuovo contatto, la sfera produsse un altro di quei dadini rossi che si diresse ancora una volta verso la bocca dell'uomo. Con il pieno possesso delle sue facoltà psico-motorie e molto più sereno, Tanzi afferrò il cubo delicatamente con indice e pollice e lo osservò più da vicino. Né il dado né la sfera opposero resistenza a questi gesti.

- Ok, non c'è bisogno che me la schiaffi in gola. Ho delle mani, sai? - chiese alla sfera, sentendosi molto meno rincretinito della volta precedente.

La sfera rispose con il suo solito brusio.

- Credo che mi avrebbe già ammazzato, se fosse stata velenosa - disse tra sé, e dopo aver annusato quel cibo anomalo e non aver sentito alcun odore, se lo infilò in bocca con l'intento di masticarlo.

Il dado si sbriciolò immediatamente a contatto con la saliva. Il sapore era piuttosto sgradevole, sembrava un'accozzaglia di aromi dolciastri che a tratti sfioravano il nauseabondo. Tanzi fu più volte sul punto di sputare, ma alla fine riuscì a buttare giù quella poltiglia, emettendo un verso di profonda insoddisfazione.

- Molto buono! Grazie tante! - disse ironicamente, ma non fece in tempo a terminare la frase che già la sfera aveva prodotto una dozzina di quegli affari aromatizzati.

- No, no, basta grazie! - esclamò con un sorriso sforzato. - Davvero, sono sazio... - il che non era del tutto falso. Per quanto disgustosi, quei due bocconi geometrici gli avevano fatto scomparire l'appetito.

Dopo questa reazione, i cubetti che si trovavano ormai a mezz'aria fuori dalla sfera caddero per terra, e la sfera scomparve, lasciando l'uomo in piedi a rimirare il nulla davanti a sé.


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