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Il nuovo che avanza: la recensione della terza stagione di Gomorra

Creato il 23 dicembre 2017 da Taxi Drivers @TaxiDriversRoma
Il nuovo che avanza: la recensione della terza stagione di Gomorra

Se le prime due stagioni raffigurano un continuum di colpi di scena e di sconvolgimenti narrativi, la terza sembra essere il periodo di assestamento dell'intera storia, in vista di un quarto capitolo dove tutto non sarà più come prima.

Gomorra è una delle serie più discusse negli ultimi tempi in Italia. Politici, intellettuali, persino magistrati attaccano il prodotto di Sky Atlantic accusandolo di elogiare gli atti criminali dei suoi protagonisti. La Camorra è una delle organizzazioni più influenti in Italia e nel mondo, grazie ai suoi affari che vanno dalle attività illecite (narcotraffico, prostituzione, traffico di armi) fino a toccare purtroppo quelle legali, grazie al riciclaggio del denaro sporco e agli investimenti in grossi appalti, dall'edilizia alle infrastrutture. Non manca di certo il passaggio più importante, che anche in questa terza stagione viene sottolineata in alcune sequenze della storia: il contatto con la routine di tutti i giorni. Non c'è solo la droga, uno dei pilastri del guadagno dei cartelli; quello che conta è l'effetto che il potere mafioso provoca nella percezione della comunità. Non essendoci lo Stato a proteggere gli indifesi (anche qui, se non in rare eccezioni, le forze dell'ordine non vengono nemmeno inquadrate), allora ci pensano loro, con favori in cambio della salvaguardia della propria incolumità. E allora ecco le scene in cui medici, chirurghi plastici, gestori di bar e ristoranti, supportano e contribuiscono all'ascesa (o alla caduta) di alcuni esponenti camorristici, nella gestione del territorio o semplicemente nascondendo stupefacenti all'interno di protesi mammarie.

Questo è il contesto entro cui ruotano le vicende dei personaggi del racconto. Può piacere o meno, si può criticare, tuonare contro gli autori e alla loro glorificazione del male, ma la realtà spesso è molto più cruenta e spietata rispetto alla finzione. Infatti una delle criticità delle dispute sui giornali è proprio questa: l'incapacità di distinzione tra fiction e non fiction. Gomorra - la serie, seppur basata su fatti tangibili, rappresenta un ibrido tra questi due insiemi, con l'asticella che punta più verso il primo, come è percettibile per tutto l'arco della narrazione. L'elemento interessante della storia, scritta da Stefano Bises, Leonardo Fasoli, Ludovica Rampoldi, Filippo Gravino e Maddalena Ravagli, è l'intreccio dei particolati dei testi letterari dello scrittore Roberto Saviano in modo che questi assumano una propria unicità nella serie. Così come nei precedenti episodi, anche qui molti degli stilemi dei racconti dell'autore napoletano compaiono ma con una natura completamente diversa rispetto alle pagine sfogliate. C'è un piccolo rimando a Zero Zero Zero, con l'arrivo a Napoli di Joaquin, un narcotrafficante honduregno che deve concludere un importante accordo con la 'ndrangheta, ma più di ogni altra cosa nella serie compare in maniera preponderante uno dei suoi ultimi testi, La paranza dei bambini. Al centro infatti c'è il quartiere Forcella, descritto nel racconto con al centro i paranzini con il desiderio di potere a tutti i costi, del denaro facile e della gloria.

L'entrata in scena di Sangue Blu si vede in una delle puntate più potenti di Gomorra, proiettata insieme alla prima durante l'evento speciale al cinema. La terza, intitolata Inferno e diretta da Claudio Cupellini, potrebbe perfino essere staccata da tutto il resto e considerarlo un piccolo lungometraggio. L'ambiente, anche se molto simile nel colore (cupo, freddo, e orientato al grigio) e nel paesaggio circostante, non è la Campania, ma è la Bulgaria, il luogo dell'esilio forzato di Ciro di Marzio. Non vuole saperne più del proprio passato, tanto da dire esplicitamente ai capi della malavita del posto di non essere interpellato quando si tratta di interlocutori del suo Paese. Vorrebbe in pratica che i propri ricordi, le proprie azioni, il proprio soprannome, l'Immortale, rimanessero lì, a Napoli, lontano da sé. Le grandi storie insegnano che questo processo non solo è impossibile, ma comporta anche delle conseguenze irreversibili. L'incontro tra Ciro ed Enzo è determinante per la scelta del personaggio interpretato da Marco D'Amore di tornare verso i suoi passi, e tentare di rimediare agli errori commessi a causa della sua incontentabile avidità, ma possiede un significato implicito rilevante in termini culturali e sociali. Il nuovo avanza e, senza che nessuno se ne accorge, conquista il terreno un tempo di proprietà delle vecchie generazioni.

Se le prime due stagioni raffigurano un continuum di colpi di scena e di sconvolgimenti narrativi, la terza sembra essere il periodo di assestamento dell'intera storia, in vista di un quarto capitolo dove tutto non sarà più come prima.

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