Il parto e la Redemption Song

Da Sgangerata

Il parto oltre ad essere il momento più doloroso della mia vita é anche, al tempo stesso, stato l’addio definitivo a ogni senso del pudore.
Al di là si tutte le sbobbate melense che ruotano attorno alla nascita di un bambino; ve ne state sdraiate con la vagina all’aria e decine di sconosciuti guardano li, come se al suo interno andasse in onda la finale di xfactor.
Riprendendo da dove ero rimasta…. (ndr Lo strappo e la rottura delle acque) una volta arrivati all’ ospedale la ginecologa, dopo aver dato un’ occhiatina, ha emesso il suo verdetto:”Ti ricoveriamo!” in quel momento la mia mente é andata alla valigia e nel frammento di un secondo ho guardato Andrea e balbettando ho iniziato il mio monologo: “Mi servono carica-cellulare, occhiali, cambio intimo, libro di Freak Antoni…”
Lui ignorandomi e rivolgendosi alla dottoressa: “Io resto”
“Eh che siamo in hotel?” risponde lei con spiccato accento siciliano
“Ma é mezzanotte, ora che torno a casa é mattino” cercò di insistere lui.
Il “No” siculo terminò immediatamente il battibecco.
Cosi sdraiata su un letto mobile, mi allontanarono da Andrea creando la scena più struggente della mia vita: immaginate come colonna sonora My Way , io che allungo la mano verso Andrea mentre le infermiere mi allontanano e con le lacrime agli occhi urlo “Ricordati il libro di Freak Antoniiiiiiii”.
Una volta in stanza, al buio,  cercai di fare meno casino possibile per non disturbare la ragazza accanto a me che stava dormendo; ovviamente dopo appena 2 minuti feci cadere la sponda del letto.

“Cazzo però sto dormendo!!” così ebbi il piacere di conoscere la mia inquilina di stanza.
“Ehmm scusa” implorai, con il presentimento che la convivenza sarebbe stata molto più traumatica del parto.
Dopo appena mezz’ora un’ ostetrica si avvicinò e mi spiegò: “Ti inserisco una flebo di ossitocina per indurti al parto, tra qualche ora dovrebbero iniziare le contrazioni”.
Quel tra qualche ora lo udii come una speranza: dormo tutta la notte e domani ciao Panza!
Ma chi visse sperando sapete già come morì... in meno di 15 minuti iniziai il travaglio.

Era la prima di 25 ORE DI TRAVAGLIO.
L’indomani, dopo aver suonato il campanello a ripetizione implorando le infermiere la possibilità di fare una doccia calda (per placare le contrazioni), forse per sfinimento, decisero di portarmi in sala parto.
Era bella, finalmente fresca e silenziosa.
Iniziai la mia straziante odissea, sicura che da li a poco saremmo usciti in 2.
Invece, dopo appena un’ora, un dottore con la calma con cui si sposta un pacco di tarallucci tra gli scaffali della coop mi disse:” Signora torna in stanza”.
“Che facciamo lo tengo dentro?” chiesi, sospettando una politica aziendale atta a ridurre gli sprechi della sanità pubblica, della serie: hai 2 ore per partorire, se non rispetti i tempi, non partorisci proprio.
No, c’é una signora che deve partorire prima di lei, ci serve la sala”.
Nell’uscire gelai con lo sguardo la signora, come se mi avessero tolto le caramelle di bocca per darle a lei.
“Auguri e fai presto” gli dissi.

“Ma vattene affanculo” rispose lei: sì, doveva essere molto vicina al parto.
Dopo un paio d’ore arrivò nuovamente il mio turno: entrai a mezzogiorno, non lo sapevo ancora, ma sarei uscita da li all’una di notte.
In quelle 11 ore ho: morsicato ripetutamente il braccio di Andrea e urlato un’escalation di ordini:
Lasciatelo dentro
Basta muoio
Aiuto mi uccidono ( ogni volta che sentivo passare qualcuno dal corridoio)
Fatemi il cesareo

Andrea oltre a donarmi le sue braccia come valvola di sfogo mi aggiornava sul mondo fuori (se mai l’avrei rivisto):

” Fuori ci sono tutti, c’é anche Fede(mio fratello)” e giù a piangere.
Il mio tormento a quel punto era cercare di uscire di lì più presto possibile per non fare aspettare troppo i miei famigliari, sicura che avessero impegni più importanti, così ogni mezz’ora chiedevo: “Ci sono ancora tutti?”.

In realtà il primo e unico famigliare che vidi, alle 2 di notte fu mio suocero, con gli occhi sgranati: sembrava fatto di crack. Era lì da 2 giorni in attesa, tutti gli altri erano stati costretti a lasciare l’ospedale durante la notte.

Dopo appena 4 ore tra scene splatter, urla e rimpianti verso la pillola non presa 9 mesi prima;  le ostetriche invitarono Andrea ad andare a mangiare qualcosa.

Il suo braccio era blu, la sua faccia bianca.

In quell’istante la sala venne invasa da una musichetta celestiale (che potete scegliere voi), vidi i passerotti colorati di Cenerentola cantare attorno a me ….stava entrando lei.

Tacco 15, perfettamente truccata, profumata, tubino blu, collane Swarovski coordinate con il colore del vestito.

Pensai di essere morta: un’allucinazione; dopo ore di scene splatter e secrezioni di ogni tipo .

Si avvicinò per tenermi la mano e mi chiamò “Piccola”.

Mia madre, colei che mi tirava i ceffoni quando piangevo, colei che non mi bacia a meno che non sia in punto di morte.

Realizzai cosi di non essere morta, ma sicuramente in punto di morte.

Rimase pochi minuti, quasi come un piccolo break e ricominciammo il nostro cammino dantesco.

La dinamica delle 6 ore successive potete certamente immaginarla, avevo iniziato a spingere ed eravamo a buon punto “Sento la testa” mi urlò sfinita anch’essa l’ostetrica.

Iniziai a spingere a più non posso, ritrovai le ultime forze da non so dove, ma in testa avevo un solo obiettivo: finire quello strazio il più presto possibile! Finchè una macchinetta a fianco a me iniziò a emettere un suono stridulo e fastidioso.

Dì lì un turbinio di eventi velocissimi: urla dell’ostetrica, arrivo di 5 medici, Andrea che chiedeva inutilmente cosa stesse accadendo, nervosismo generale e concitazione.

Mi girai in cerca di uno sguardo rassicurante di Andrea e mi accorsi che stava pinagendo.

In 4 anni non l’avevo mai visto piangere per nulla. “Merda” pensai.

Il battito cardiaco di Luca era significatamene rallentato.

“Tampone, svelti” udii.

Il tampone no, pensai. Strinsi le gambe più che potevo per evitare che quel congegno diabolico entrasse a far danni al mio bimbo e venni letteralmente bloccata.Come i pazzi. Sì.

Prova 1. nulla

Prova 2. Al secondo tentativo ci fu un’esplosione di sangue. Il dottore di fronte a me aveva sangue persino sul naso.

Quell’esplosione distrusse anche le mie ultime speranze, mi lasciai andare del tutto, sicura che il bimbo non sarebbe mai sopravvissuto, da lì non ho più alcun ricordo, un po’ come se la mia mente volesse ricordare ESCLUSIVAMENTE quanto sono stata forte. Ma non è così.

Mi portarono d’urgenza in sala parto, mi anestetizzarono e il pensiero dell’anestesia mi sollevò almeno un poco.

Desideravo addormentarmi il più presto possibile, tornare a casa e fingere che nulla fosse successo.

Fortunatamente Morfeo tardò ad avvolgermi tra le sue braccia: dopo pochissimi minuti udii un pianto.

Il pianto più bello della mia vita.

Quando senti piangere un bambino, indipendentemente dal fatto che sia tuo figlio o uno sconosciuto speri che smetta il più presto possibile…invece io quel pianto, in quel momento lì, lo avrei ascoltato per ore.

Un’ostetrica si avvicinò con un fagottino avvolto in un telo verde, “Ecco il tuo bimbo campionessa”.

This is the first day of my life – Bright Eyes

Volevo concludere così il post…

MA.

Luca venne immediatamente portato al papà, dato che dovevo essere ricucita. Per far sì che papà e bimbo famigliarizzassero, dissero ad Andrea di parlargli e di fare il pelle a pelle.

Ancora in stato confusionale a causa dell’anestesia il dottore mi si avvicinò e mi disse “Dovresti riposare, ma è meglio se ti portiamo da tuo figlio: tuo marito lo sta stordendo”.

Spinsero così il mio letto sino ad una stanza dalle pareti color giallo e li vidi: Andrea su una poltrona con in braccio Luca.

Fra tutto il repertorio internazionale conosciuto, gli stava cantando “Redemption song” mentre un’ostetrica li fissava allibita.

“Auch…questa è la mia famiglia”.

Redemption Song – Bob Marley