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Il pranzo di Natale e la carestia di domani

Creato il 24 dicembre 2017 da Albertocapece

Il pranzo di Natale e la carestia di domaniLo so che siete impegnati nella preparazione del cenone della vigilia e/o del pranzo di Natale. E so anche che è una cosa sentita e sincera, molto lontana dalle furbizie e narrazioni degradanti che accompagnano la manovra preelettorale appena licenziata, ma anche dalle falsificazioni intellettuali del gusto e del buon gusto di cui si pascono a suon di milioni gli chef televisivi, ovvero i semplici cuochi di una volta a cui lo star system ha regalato un nuovo protagonismo, per far spettacolo, ma al tempo stesso abbassare l’asticella dei sogni, così che se fai il lavapiatti ti senti più gratificato e meno sfruttato e frustrato.

Ma so anche che non vi state chiedendo da dove arriva il cibo che verrà sacrificato alla festa. Non dico che non avete letto le etichette, che alcuni non si siano riforniti di prodotti cosiddetti biologici o definiti a chilometro zero: con quel da dove intendo letteralmente la madre terra, il complesso del pianeta sottoposto a un vero stress produttivo. Secondo i report dell’Onu avremo ancora 60 anni di raccolti, ma in realtà la perdita di suolo e il degrado delle stesso sta già facendo diminuire i raccolti di un 20 per cento (vedi qui ) nelle terre coltivate. Poi c’è da considerare il vincolo dell’acqua con le riserve che vanno esaurendosi rapidamente soprattutto in Cina del nord, Stati Uniti centrali, California e l’India nordoccidentale: in quest’ultimo caso l’acqua nella falda del Gange superiore, viene ritirata a 50 volte il suo tasso di ricarica il che fa immaginare una fine imminente, così come in molti luoghi dell’Asia del Sud, dell’America e persino dell’Europa. Da dove verrà presa nuova acqua, visto che nelle previsioni gli emungimenti aumenteranno dall’80 al 200 per cento?

Poi c’è il problema del riscaldamento globale: una serie di ricerche tra cui questa è la più recente e completa suggeriscono per ogni grado di aumento della temperatura la resa globale di riso scende del 3%, quella del grano del 6% e quella del mais del 7%. E si tratta comunque di una previsione rosea perché altri studi indicano che con 4 gradi aumento della temperatura media la diminuzione potrebbe anche arrivare all’ 84 per cento, anche ammesso che ci sia ancora acqua dolce per irrigare. Il fenomeno sarebbe dovuto alla progressiva scomparsa degli impollinatori sterminati dall’uso inconsulto di pesticidi il cui primo responsabile è proprio la struttura di mercato che non consente agli agricoltori di campare se non producendo il massimo possibile.  La stessa struttura che del resto tende a creare un nuovo latifondismo, meno produttivo rispetto ai piccoli appezzamenti, ma molto più favorevole per il profitto finale.

Infine c’è lo stato degli oceani saccheggiati da qualunque cosa salvo che dalla plastica: così nonostante il notevole aumento in numero e in grandezza dei pescherecci e la diffusione di nuove sofisticate tecnologie di ricerca, il livello complessivo del pescato diminuisce dell’ 1 per cento l’anno, mentre i profitti crescono del 3 per cento. La stessa cosa dicasi per gli allevamenti: bovini e ovini mangiano vegetali che non sono utilizzabili per l’alimentazione umana, ma anche in questo caso il mercato e le sue necessità di crescita rapida e super produzione di latte spingono ad utilizzare grano e mais per i bovini, in parecchi casi anche per gli ovini e per i suini che essendo onnivori potrebbero cavarsela egregiamente da soli se gli spazi fossero adeguati. Certo non peserebbero quintali in poco tempo e cos’ sarebbero meno remunerativi.

Capisco come tutto questo non aiuti la digestione, ma se chiudendo il frigorifero date uno sguardo agli adesivi magnetici che ci avete attaccato sappiate che se ne producono circa due miliardi l’anno, consumando risorse di energia e di acqua dolce comparabili più o meno a quelle necessarie per la coltivazione di 150 mila ettari. Su scala planetaria non è granché, ma a dire la verità sono anche cose di non abbiamo alcun bisogno e che costituiscono un’attività del tutto marginale di un complesso produttivo che da solo consuma circa il 60 per cento delle risorse del pianeta.

D’altronde come risparmiare risorse che sono ahimè finite? Il paradigma capitalista nella sua versione neo liberista non offre scampo e soluzioni se non quello di ridurre la maggior parte dell’umanità in povertà assoluta e la dimostrazione ulteriore viene dai conati europei verso la civiltà di facciata e la barbarie reale. Un documento apparso a fine ottobre sull’economia circolare, ovvero su quella che ricicla tutte le risorse consumate si arena ben presto sui limiti economici: riciclare va bene, ma solo a patto che questo sia in grado di generare profitti. in tutti i punti della filiera. Messa così è del tutto evidente che si può riciclare pochissimo e praticamente ci si limita agli inceneritori o alle bottiglie di acqua minerale perché riciclare costa quasi sempre di più che produrre ex novo e spesso richiede lavorazioni, sostanze e addittivi più pericolosi per l’ambiente. Naturalmente si esclude che il pubblico possa agire per supportare le tante situazioni in cui ci si trova in un vicolo cieco e questo fornisce ampia dimostrazione che saggezza, socialità e persino buon senso non possono coesistere con i paradigmi contemporanei.

Bene, quindi faccio un augurio ancora più caloroso per l’abbuffata natalizia, sperando che per i bambini di oggi la festa e l’abbondanza non costituiscano un domani soltanto un vago ricordo.

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