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Il #protezionismo non paga mai

Creato il 02 febbraio 2017 da Libera E Forte @liberaeforte

IL #PROTEZIONISMO NON PAGA MAI

Non è una notizia né una novità che il mondo vada male, abituato com’è l’uomo a vivere in un pianeta pieno di problemi e di conflitti. Sono stati rari i periodi pacifici, fra i quali la PAX ROMANA ai tempi di Gesù e la PAX AMERICANA nel mondo occidentale, “scoppiata” dopo la fine della guerra più disastrosa a memoria d’uomo per numero di vittime e di città distrutte. La pace si conquista in un clima di unione fra i popoli e si perde in un clima conflittuale. Dopo la guerra civile vinta da Abramo Lincoln, non è immaginabile un’altra guerra in America tra gli stati del Nord e del Sud, anche se preoccupa il desiderio della California di uscire dagli Stati Uniti. Dopo la nascita della CECA nel 1950 e del MEC nel 1957 non è più immaginabile una guerra tra Francia e Germania, anche se preoccupa l’eventuale vittoria dei partiti populisti di estrema destra alle prossime elezioni. È evidente che il clima di pace si rompe sempre per cause economiche. Trump urla “AMERICA FIRST” per motivi economici e le soluzioni da lui proposte minacciano di danneggiare altri paesi, creando un clima conflittuale di cui il mondo non sente affatto il bisogno. La “scintilla” della globalizzazione è stata accesa verso la fine degli anni 50 con la nascita delle imprese multinazionali Usa ed è “esplosa” con l’apertura della Cina agli investimenti americani ed europei. Il problema è che questa positiva “rivoluzione” non è stata ben gestita dai paesi “invasori” e dai paesi “invasi”, poi cresciuti anche loro nel ruolo di “invasori”. Ora gli allievi ambiscono a diventare maestri, ma sono ostacolati dai vecchi maestri e innanzitutto dallo zio Sam, che dovrebbe invece essere lieto (e ringraziato) per avere contributo a popolare il mondo con un numero maggiore di maestri. È un problema che va affrontato a mente fredda e non riscaldata da egoismi nazionalistici e protezionistici. Né con l’accusa alla Germania di sfruttare la debolezza dell’euro, quando gli Stati Uniti hanno sfruttato per anni la sovranità del dollaro (ora debole, ora forte) per invadere il mondo con le proprie imprese e accumulare un enorme disavanzo nella propria bilancia commerciale. È evidente che se le imprese Usa producono tanto all’estero, non possono esportare molto, mentre gran parte del proprio import è costituito da beni prodotti all’estero da imprese Usa. Alla lunga il protezionismo non paga mai. E non bisogna mai dimenticare che lo straordinario rigore virtuoso della Germania moderna affonda le sue radici nel tragico ricordo della iperinflazione vissuta con la Repubblica di Weimar: nel 1914 il rapporto di cambio del marco con il dollaro era di 4 a 1; nel 1924 esplose a 4.470.000.000 a 1. Con l’arrivo di Adenauer nel 1949 iniziò il vero e duraturo risanamento economico e monetario della Germania, sino a portare il Paese al primo posto come esportatore mondiale per avere mantenuto la maggior parte delle sue imprese sul proprio territorio. Conquista avvenuta sia con il marco forte che con l’euro debole.

Giovanni  Palladino


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