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Il racconto dell’ancella, Margaret Atwood

Creato il 08 settembre 2017 da Ceenderella @iltempodivivere

Mi piacerebbe credere che sto raccontando una storia. Ho bisogno di crederci. Devo crederci. Coloro che possono crederlo hanno migliori possibilità.
Se è una storia che sto raccontando, posso scegliere il finale. Ci sarà un finale, alla storia, e poi seguirà la vita vera. Posso continuare da dove ho smesso.
Non è una storia che sto raccontando.
È anche una storia che ripeto nella mia testa.
Non la scrivo perché non ho nulla con cui scrivere e lo scrivere è comunque proibito. Ma se è una storia, anche solo nella mia testa, dovrò pur raccontarla. Non racconti una storia a te stesso. C’è sempre qualcun altro.
Anche quando non c’è nessuno.

Il racconto dell’ancella, Margaret Atwood

Il racconto dell’ancella, Margaret Atwood, Ponte alle Grazie
cartaceo e e-book

Leggere una distopia è sempre affascinante. Se scritta bene, ha quel sapore strano delle cose che senti vicine eppure non afferrabili, quella dimensione di ipotesi che nella realtà non ha ancora avuto la sua conferma ma che percepisci, senti sotto pelle, come plausibile. Che per la durata della narrazione – e nei casi migliori anche dopo – spinge a guardare la realtà circostante con uno sguardo differente, soffermandosi su dettagli che prima forse non venivano notati, non con quella medesima meticolosità. Il racconto dell’ancella è uno di quei testi lì, di quelli che vivi col corpo, con la mente, partecipando persino a ogni piccolo, insignificante tassello della sua storia, seguendo la voce di Difred. Una voce pacata e al tempo stesso sofferente: ciò che narra è straziante eppure ha quel sapore di segretezza, di un’intimità condivisa e struggente che non si vorrebbe avere ma di cui non si riesce a fare a meno. Al centro di tutto la condizione della donna. È ieri (la fine del secolo scorso), e tuttavia è oggi, potrebbe essere domani: si è sempre cercato di controllare la donna, le sue libertà, il diritto di decidere del suo corpo – chi legge, lo sente, questo bagno di possibilità in cui si è costretti a tuffarsi, a sperimentare, toccare con vividezza quello che non vorremmo mai veder prendere forma.
La donna, qui, non ha scelta. Ci sono le Marte, serve destinate a prendersi cura della casa, le Mogli, che non hanno diritto di scegliere il proprio marito, le NonDonne, quelle inadatte a procreare e utili solamente alla raccolta dei rifiuti tossici, le Zie, predisposte per educare (o meglio, a lavare il cervello) quelle che porteranno avanti la specie, ovvero le Ancelle, ragazze assegnate a una famiglia, costrette a sopportare rapporti col marito di una donna che non può avere figli, sotto il severo sguardo di lei, allo scopo di riuscire ad avere un figlio, seguendo un rituale affidato alle Sacre Scritture. La donna, al centro della Repubblica di Galaad, è in realtà sua schiava, derubata del proprio essere donna, del suo stesso essere una persona, categorizzata per colore degli abiti, indegna perfino di nome – Difred, in originale Offred, ovvero “di Fred”, declassata a proprietà di un uomo.
Le Ancelle, quelle come Difred, passano di casa in casa, sopportano “fecondazioni” (persino chiamarli rapporti sessuali è fuori luogo), cercano di rimanere incinte, tengono lo sguardo basso, ubbidiscono agli ordini loro impartiti, non possono scrivere né leggere mentre poco altro è loro concesso. Anche la parola è loro negata: più che altro bisbigli, sussurri rubati e veloci, segreti da non condividere che con persone fidate, ben attente a non farsi scoprire dalla famiglia, una Marta o, peggio, un Occhio. Ed ecco che quindi acquista più potere; parlare diventa un atto di rivolta, una ribellione a una condizione fragile che spaventa, così come ricordare e immaginare quello che ne è stato dei propri cari diviene l’unico passatempo, un modo per non impazzire, per cercare di trovare pace laddove non c’è, e al tempo stesso per raccontare – a chi non è importante, se si racconta, si presuppone che qualcuno ascolti la nostra storia. Per avere una speranza, forse. Ricordare la vita com’era, l’amore e gli affetti, le chiacchiere frivole e quelle serie quando non si sospettava sarebbero terminate bruscamente e che tutto sarebbe stato cancellato con un colpo di spugna sul passato, da rinnegare, ostracizzare anche. Il prima è quel posto in cui abomini come l’aborto e la pillola erano legali, in cui le donne potevano vestire scoprendo porzioni di pelle a piacimento e il sesso non era finalizzato alla procreazione, ma al piacere condiviso. Il presente, invece, è quello della Bibbia resa legge, da conoscere a memoria, prendere a modello per la propria esistenza.
Un’esistenza – e non una vita – alienante, fatta di rituali e consuetudini che si ripetono identici senza sosta. Finché qualcosa cambia. Difred conosce Diglen, viene a conoscenza di un movimento di resistenza, coltiva dentro sé quel seme di speranza che la spinge qualche istante a credere di poter aver notizie della sua bambina, del marito; e finché il Comandante interrompe la routine, le chiede di fargli compagnia in stanze della casa nelle quali la presenza delle donne non è ammessa, la vezzeggia con piccoli doni e concessioni che la stordiscono e non sa interpretare, e che, a tratti, la spingono a venir meno all’intento di non provare mai alcun sentimento e anestetizzarsi emotivamente, quasi cadendo vittima di una sorta di tenerezza mista a pietà per quell’uomo di mezza età che ama coccolarla con parole e regali e le si mostra debole, preda di desideri che non può soddisfare apertamente.
Condurre quest’esistenza, e non provare alcunché, è dura, quasi impossibile. Normale che Difred arrivi a pensare che la stanza che funge da cella sia la “sua” camera da letto, così com’è comprensibile lasciarsi abbindolare da quei piccoli e furtivi piaceri che prova in compagnia del Comandante, fino ad abbandonarsi a quella che ad occhi esterni è una follia, che però la fa sentire viva. Prova a resistere, a tenere alta la guardia, ma in fondo Difred sa che non può riuscirci, non sempre almeno. Il suo essere sottomessa arriva dunque a essere accettabile, quasi, qualcosa che si conosce e che non è poi così male, il prima sembra quasi sfumare e farsi nebbia confusa. Provare sentimenti è l’atto successivo, o forse contemporaneo, di una ribellione che, in virtù dell’imporre una forzata solitudine a chi prova a metterla in atto, ha in sé iscritto il proprio destino. 
Nolite te bastardes carborundorum
, Che i bastardi non ti schiaccino – un monito, una speranza, un modo per rivendicare la propria identità e indipendenza a dispetto di tutto. A volte le parole sono più potenti delle azioni, a volte anche una scritta goliardica in un latino maccheronico sa essere d’auspicio e spingere a tenere duro, a ribellarsi. La rivolta di Difred è silenziosa, pacata come la sua voce che ci racconta la sua sofferenza e i ricordi del passato e il suo avvalersi della parola, quella che le è negata, è probabilmente il più grande schiaffo che la società abbia preso.


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