Il Re del Gelo: una favola invernale per rinfrescare una serata estiva

Da Nonsoloturisti @viaggiatori

Sulla strada per la fonte di Acqua delle Vene, Comune di Pannarano (BN), lato est del massiccio montuoso del Partenio, un mattino d’inverno qualunque di un giorno qualunque di un anno qualunque.

Ci siamo. Il primo lunedì di sole dopo una nevicata. È tutto l’inverno che lo stavo aspettando, arrivati a metà febbraio incominciavo a temere che avrei dovuto rinunciare… e invece no: posso partire.

Lascio l’auto al bivio di Pietrastornina, nello spiazzo del ristorante – chiuso, chi vuoi che ci venga in questa stagione? – e mi incammino lungo la strada asfaltata che sale a tornanti. Il percorso è scavato in profondità nel terreno: dalle radici esposte dei castagni pendono stalattiti di ghiaccio lunghe quaranta centimetri, e una sottile lastra ghiacciata ricopre compatta la carreggiata, tra mucchi di neve ammassati sui lati. Non una traccia umana, non un rifiuto né l’impronta di un pneumatico. Altre impronte ci sono, sì: quelle dello zoccolo fesso dei cinghiali.

Freddo e silenzio sembrano gareggiare per impressionarmi. L’aria è ad un tempo densa e impalpabile, gelida, pura da non credere. Continuo a salire, con molta difficoltà. Non me l’aspettavo così complicata, prima ho perso la punta dell’alpenstock nella neve, poi sono scivolato per terra già quattro volte. E va bene che sono superimbottito, ma rompermi una gamba o un braccio qui sarebbe davvero un bel problema, non c’è anima viva per chilometri… e naturalmente non c’è campo per il cellulare: è sempre strano per me, pensare a che razza di deserto magico e infìdo possa stendersi soltanto a pochi minuti da casa!

La pendenza non accenna a diminuire, ed ora per giunta c’è un enorme tronco crollato a sbarrarmi la via: provo e riprovo ma è gigantesco, con tutto il mio impegno non riesco proprio ad arrampicarmici per superarlo. Allora decido di affrontare il costone dal lato ancora più ripido, ma non c’è niente da fare neanche lì: non riesco a procedere neppure a quattro zampe, perché la neve ed il ghiaccio mi trascinano giù ogni volta che guadagno un paio di metri. Non mi resta che tornare indietro al primo bivio, ed imboccare il percorso alternativo, dal dislivello iniziale un po’ più dolce. Che fortunatamente presto si riduce ulteriormente, per annullarsi del tutto nel momento in cui sbuco in piano in una radura. Distinguo sagome di tavoli sotto il manto nevoso: è un’area attrezzata per i picnic. Che ovviamente non vede picnic da mesi.

Mi siedo su una panca innevata e me ne resto immobile, incurante dell’effetto frigorifero alle natiche. Il sole pallido illumina delicatamente il manto nevoso sul suolo spoglio, mentre il blu del cielo tinge la scena del suo azzurro migliore. È per questo che amo tanto l’inverno: una giornata così ti inonda del suo pulito anche dentro. Difficile descrivere il freddo, impossibile immaginare questo silenzio: totale, assoluto, irreale, assurdo. Non il verso di un uccello, non il motore di un’auto in lontananza, non un soffio di vento, né il gocciolìo del disgelo che pure dovrebbe esserci. Niente. Nulla di nulla di nulla. E allora a questo punto sto bene attento a mia volta a non muovere un muscolo, non emettere un respiro. Entro anch’io nello zero di suono e nel tutto di luce che mi avvolge. E sono felice. Protagonista solitario della favola che rivive innanzi ai miei occhi, nel bosco incantato che dorme sotto la neve, tranquillo e sicuro che la primavera non tarderà a lungo a venire, per risvegliare ancora i suoi sensi nell’eterno incantesimo.

Un Re del Gelo benevolo, taciturno e silenzioso osserva il mondo attraverso di me, pronto ormai ad abbandonare il suo bianco dominio per una promessa di calore e di gioia. Sono io quel re, oggi ed adesso, sovrano solo e assoluto di una dimensione parallela a non più di una manciata di minuti d’auto da casa mia, al centro di un mondo immobile e immoto che mi saluta ed onora senza parlarmi. E ne ho viste un po’ – credetemi – di montagne, ne ho visti un po’ – credetemi – di deserti di neve e di ghiaccio, ma questa montagna, ma questo deserto – credetemi – per me sono e restano i più belli di tutti.


L’antiviaggiatore

La redazione di NST ama definirmi un “viaggiatore d’altri tempi”, e non si può dire che abbia tutti i torti: a cinquant’anni suonati, ho fatto in tempo a vedere un bel po’ di mondo com’era, appena prima che si trasformasse in quello di oggi. Questo mio prezioso bagaglio di viaggi “vintage” mi ha aiutato a costruirmi una personale filosofia di viaggio con la quale mi ostino ad interpretare i cambiamenti che sperimento in giro per il pianeta.

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