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Il riparo, in Emanuele Severino, Il mio ricordo degli eterni, Rizzoli, pp.134-135

Creato il 14 febbraio 2020 da Paolo Ferrario @PFerrario

Qualche giorno fa parlavo con Anna di questa autobiografia, e del titolo da darle. Mi sarebbe piaciuto “Sotto il tavolo”. Si riferisce al mio primo ricordo, narrato all’inizio di queste pagine. Ma gli amici della Rizzoli, Manuela e Carlo, sono rimasti perplessi.
Quel titolo era una metafora, ci indica il rimedio, il sotto in cui ogni “uomo” cerca di rifugiarsi sin dal momento in cui si sente un mortale, cioè sente che ogni momento e ogni stato della sua esistenza se ne va via e non ritorna. Questo fuggirsene via della propria vita lo può sentire anche un bambino, e anche molto più piccolo di quel bambino che ero io sotto il tavolo.
Si cerca un riparo, quando si crede di essere un luogo in cui le cose si intrattengono un poco e subito diventano altro, si trasformano e la trasformazione è l’andarsene via delle vecchie cose che, appunto, se ne vanno via e non tornano più, per lasciare il posto alle nuove, che a loro volta subiranno la stessa sorte. Quel titolo alludeva quindi, in sostanza, a ciò che nei miei scritti è chiamato “la terra isolata dal destino”.
Certo, all’interno della volontà di stare al riparo si manifestano temperamenti diversi, più o meno intensamente bisognosi di ripararsi. Gli amici della Rizzoli di cui ho parlato sopra mi hanno fatto notare che non sembra che la mia preoccupazione maggiore sia stata quella di stare al coperto. Rifletto, e mi dico che, sì, mi sono messo in tensione con forze che condizionavano e condizionano la mia esistenza: mettendo in questione non solo il mondo cattolico e in genere religioso, la società capitalistica, la democrazia, la tecnica, ma anche l’ateismo, il comunismo, il totalitarismo, la stessa critica rivolta dalla “nostra” cultura alla tecnica.
Ma che immensa differenza tra questo stare allo scoperto e quello degli eroi, cioè di coloro che hanno patito e si sono sacrificati per le loro idee! Infatti ho provato sempre sconcerto quando – per fortuna poche volte; ed è ovvio che poche fossero – ho corso l’atroce rischio di passare per una vittima, perché, ad esempio, mi son trovato in urto con la Chiesa. L’urto ha sollecitato il mio interesse filosofico: una specie di letizia, una galoppata della mente. Quello, invece, dei miei “giudici” del Sant’Uffizio che lasciò l’abito talare perché si era convinto del contenuto dei miei scritti, quello sì, credo, soffrì e fu una vittima che dovette sostenere anche le conseguenze economiche del suo gesto! E credo che anche Cornelio Fabro abbia sofferto in quell”occasione; anche Lazzati (a quel tempo rettore della Cattolica) e altri. D’altra parte Nietzsche afferma da qualche parte, credo con molte ragioni, che il filosofo non si sacrifica per la verità, perché ne è l”amante.
(Emanuele Severino, Il mio ricordo degli eterni, Rizzoli, pp.134-135).


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