Il sentiero dei pugnali di Robert Jordan

Creato il 16 settembre 2011 da Martinaframmartino

La copertina dell'ebook di Il sentiero dei pugnali

Il sentiero dei pugnali è l’ottavo romanzo della Ruota del Tempo. Tradotto nel 2007, anche se il romanzo risale al 1998, è stato il primo volume di Robert Jordan giunto in Italia dopo la prematura scomparsa dello scrittore. E proprio in questo periodo io ho iniziato a scrivere una gran quantità di articoli su Jordan e sulle sue opere. Certo ero stata colpita dalla sua morte, avvenuta il giorno del mio compleanno (cioè oggi), anche se lo avevo scoperto solo il giorno dopo… il giorno del mio anniversario di nozze. E per questo avevo iniziato a leggere il suo blog, e a documentarmi sempre più su uno degli scrittori più importanti nella mia vita da lettrice. E poi era già un anno che scrivevo per FantasyMagazine, e in questo tempo ero molto cresciuta sia nella capacità di scrivere articoli che in tutto il “dietro le quinte”, dal lavoro di ricerca all’archiviazione del materiale in vista di futuri nuovi utilizzi.

Da Il sentiero dei pugnali in poi ho sempre recensito tutti i nuovi romanzi della Ruota del Tempo, quindi insieme ai commenti di Brandon Sanderson sul romanzo riporto anche quel che io avevo scritto a suo tempo.

L’immagine dell’ebook si riferisce a uno dei momenti più significativi del volume, un evento atteso già dai tempi di Il signore del Caos. Le protagoniste sono Nynaeve, riconoscibile dalla lunga treccia, Aviendha, con il lungo pugnale infilato nella cintura, ed Elayne.

In questo romanzo Sanderson dice di amare particolarmente la sezione in cui Rand si scaglia selvaggiamente contro i Seanchan. Quelle pagine mostrano contemporaneamente quando potente e pericoloso possa essere il giovane Drago, ma anche quanto sia fragile e vulnerabile.

Inoltre, questo è il primo romanzo dal quale Rand esce sconfitto, anche se i Seanchan non reputano certo di aver vinto.

Un gruppo che in passato aveva trovato noioso è quello del Popolo del Mare, che sembra costituire una spina nel fianco di tutti i personaggi principali da qui all’undicesimo romanzo.

La cosa è interessante, anche se frustrante. Più che essere noiosi in sé, i membri degli Atha’an Miere evidenziano i limiti della Torre Bianca. Soprattutto, gli mette tristezza vedere le Aes Sedai che perdono ogni controllo su questo gruppo di donne in grado d’incanalare e che appaiono molto più compatte fra loro di quanto non sia la Torre Bianca. Anche se forse quest’impressione è dovuta al fatto che quasi tutti gli episodi sono visti con gli occhi delle Aes Sedai. Forse, se fosse visto con i suoi stessi occhi, il Popolo del Mare non apparirebbe così compatto.

Inoltre c’è molto spazio per una crescita, elemento importante per la narrazione. Le Aes Sedai devono compattarsi e divenire ciò che si narra siano state in passato per fronteggiare i tempi oscuri che stanno arrivando. Semplicemente Sanderson non vorrebbe vedere così tanti dei suoi personaggi preferiti continuamente tormentati dal Popolo del Mare.

Forse la sua avversione è dovuta al fatto che gli Atha’an Miere hanno approfittato dell’intera situazione legata alla Scodella dei Venti. Se le Cercavento non avessero aiutato a utilizzarla, l’intero mondo avrebbe rischiato di finire affamato e disseccato. Malgrado ciò, invece di compiere la scelta onorevole aiutando a combattere il Tenebroso e a salvare delle vite hanno insistito per giungere a un accordo oltraggioso.

Hanno ottenuto uno dei più potenti manufatti del mondo, e una serie di privilegi nei confronti della Torre Bianca. Dovrebbero vergognarsi di loro stesse. D’altra parte, potendo ottenere quei privilegi, perché non avrebbero dovuto farlo?

Questa invece è la mia recensione:

Quando si sale in alto, tutti i sentieri sono lastricati di pugnali” recita un vecchio proverbio seanchan.

E davvero il cammino dei protagonisti di Il sentiero dei pugnali, tutti impegnati a modo loro nel tentativo di ascendere a una posizione più elevata, è irto di pericoli, proprio come se la strada da loro intrapresa fosse lastricata di pugnali.

Per certi versi l’ottavo romanzo della Ruota del Tempo è un’opera di transizione. I personaggi delineati da Robert Jordan sono vivi e continuano a mostrare nuove sfaccettature dei loro caratteri che li rendono sempre più affascinanti. Di contro, sembra che la storia stenti un po’ a decollare.

Ampio spazio è dedicato alle vicende di Elayne e Nynaeve, Perrin, Rand ed Egwene. A Mat, lasciato in una situazione estremamente complicata al termine del volume precedente, è dedicata solo una breve menzione, che non svela nulla circa il suo destino.

Si ripropone quindi una scelta già compiuta ne I fuochi del cielo, dove il ruolo dell’illustre assente era toccato a Perrin.

Con queste decisioni Jordan sembra voler sottolineare come nelle sue vicende non siano protagonisti solo alcuni personaggi eccezionali, fossero anche dei ta’veren in grado di plasmare il Disegno di un’Epoca intorno a loro, ma tutto un Mondo e le popolazioni che lo abitano.

A rimarcare ulteriormente quest’impostazione un breve ma significativo spazio è riservato a personaggi solo apparentemente marginali come Verin, Elaida, Logain e alcuni altri, fra i quali si trovano anche una manciata di Reietti e di Seanchan.

La Trama prosegue, anche grazie a fili meno importanti o luminosi ma ben decisi a ricavare per sé un proprio spazio nel Disegno finale.

Si accentua con questo romanzo la tendenza di Jordan, già iniziata alcuni volumi prima, a cambiare con minore frequenza il punto di vista da cui raccontare la storia.

La cosa è evidente soprattutto nella lunghissima serie iniziale di capitoli — ben sei, per un totale di quasi 200 pagine — dedicata alle gesta di Elayne, Nynaeve e Aviendha. E se la curiosità circa il possibile utilizzo della Scodella dei Venti non aveva fatto che crescere nei due romanzi precedenti, qui l’impressione è che ci voglia un po’ troppo tempo per arrivare a un’azione che concluda la vicenda. Anche se poi, come sempre in questa saga, una conclusione non è mai davvero tale, e ogni azione provoca delle conseguenze che danno nuovo slancio a tutta la Storia.

Inoltre, malgrado la lentezza nell’arrivare a un gesto tanto atteso, che in certi momenti può dare un’impressione di eccessiva staticità nella trama, il tempo impiegato nel cammino si rivela necessario per capire meglio le dinamiche del gruppo dei personaggi o per inserire frammenti d’informazioni che potranno essere utili in futuro.

Proprio la capacità dell’autore di pianificare la sua opera, e inserire con anni d’anticipo dettagli che il tempo avrebbe svelato sotto una nuova luce, rimane uno dei tratti distintivi della saga.

La minaccia paventata dal Tenebroso fin da L’Occhio del Mondo, quando questi diceva a Rand che Arthur Hawkwing aveva inviato per suo volere gli eserciti al di là dell’Oceano Aryth, sancendo “una condanna ancora da venire”, inizia a concretizzarsi in tutta la sua pericolosità.

Già le prime avvisaglie c’erano state ne La grande caccia, anche se il volume si era chiuso con un’apparente vittoria di Rand e dei suoi compagni. Ma il Corenne, il Ritorno, non può essere arrestato tanto facilmente, e i Seanchan si profilano minacciosi all’orizzonte.

Il Mondo, sembra volerci ricordare Jordan, è un luogo irto di pericoli, e chi si concentra su uno solo dimenticando tutti gli altri rischia di pagarne pesanti conseguenze.

Dei problemi sorti nei volumi precedenti solo uno sembra trovare la sua soluzione, anche se le cose non vanno esattamente nel modo sperato dai protagonisti. Per il resto, alcuni personaggi compiono dei piccoli passi avanti, spesso solo per trovare nuovi ostacoli sul loro cammino.

Le azioni si dilatano nel tempo, frenate dalla moltitudine di dettagli a cui prestare attenzione e da piccole vicende da narrare, finché a fine romanzo non ci si accorge che nello stesso mondo della Ruota, dopo oltre 800 pagine, è trascorso meno di un mese.

Tutto è interessante, o utile, ma allo stesso tempo è anche troppo lungo, e L’Ultima Battaglia sembra sempre più lontana, quasi nascosta dalle preoccupazioni contingenti.

Da segnalare, però, la continua evoluzione dei protagonisti. Jordan aveva dichiarato di voler narrare la storia di alcune persone comuni, e della loro progressiva perdita d’innocenza una volta entrati in contatto con una realtà più grande di quella che avevano conosciuto fino a quel momento.

In tutti questi romanzi i ragazzi di Emond’s Field sono enormemente cambiati. In modo graduale, tanto da non potersi individuare un momento preciso a cui far risalire uno stacco, perché spesso i grandi cambiamenti nella vita sono determinati da piccoli passi. Ciascuno apparentemente innocuo e insieme indispensabile, figlio di un passato che avrebbe potuto essere leggermente diverso, e non portare mai a dover compiere determinate scelte. Finché le persone, o i personaggi di un romanzo, cambiano e non sono più ciò che erano, per quanto possano rimpiangere le azioni compiute o cercare di fortificarsi per quelle ancora da compiere.

Il finale è meno forte rispetto a quello degli altri volumi. Manca un po’ di epicità, forse perché gli stessi protagonisti ne escono meno bene, senza grandi vittorie ma con nuove preoccupazioni, ma da un punto di vista umano c’è da segnalare un momento estremamente toccante. Per la resa dei conti finale c’è ancora tempo, nuovi volumi e nuovi problemi incombono sui sentieri lastricati di pugnali.