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Il sentimento del sacro

Creato il 18 novembre 2019 da Gaetano63

Il sentimento del sacroFoto che documentano la religiosità attraverso la pietà popolare
di Gaetano ValliniIl sacro è da sempre uno dei temi forti della fotografia. In Italia in particolare a cavallo tra gli anni 50 e 60 molti artisti hanno percorso le strade di decine di paesi, soprattutto del centro sud, per raccontare gli aspetti peculiari di un popolo fortemente legato ad antiche tradizioni religiose, tramandate di generazione in generazione. Alcuni di loro, come Scianna, Berengo Gardin, Giacomelli, Merisio, De Biasi, Branzi, Patellani, solo per citare i più noti, hanno catturatocon sensibilità e rispetto la profonda religiosità manifestata attraverso la pietà popolare. La loro, oltre che una preziosa opera di documentazione storica, si presenta anche come un’appassionata ricerca sociologica e antropologica delle radici della fede. Non a caso in questo straordinario laboratorio culturale si trovarono a lavorare fianco a fianco noti scrittori e studiosi, tra cui Leonardo Sciascia e Ernesto de Martino. Si tratta di una ricerca in realtà mai interrotta, nonostante l’affievolirsi del sentimento religioso, alla quale hanno offerto più di recente un originale contributo anche Sergio Cutini, Daniele Papa e Vincenzo Marzocchini, fotografi che nella loro carriera non hanno mancato di rapportarsi e di raccontare il sentimento del sacro, ben consapevoli della sua importanza anche sociale.Alcune delle loro opere la scorsa primavera sono confluite nella mostra Incanto e sacrificio allestita negli spazi delle Cantine del Bramante del Palazzo apostolico di Loreto, prima di una serie di esposizioni su temi religiosi che la Delegazione pontificia del santuario della Santa Casa ha intenzione di proporre al pubblico in futuro.La mostra è stata accompagnata da un catalogo (Loreto, Edizioni Tecnostampa, 2019, pagine 117) a cura di Vito Punzi, con un testo critico di Diego Mormorio, che testimonia il lavoro di studio compiuto in tempi e luoghi diversi dai tre fotografi, due dei quali — Cutini e Papa — si sono concentrati su un particolare periodo dell’anno liturgico, la Settimana Santa, mentreMarzocchini ha scelto di raccontare l’iconografia del Cristo attraverso le statue che si incontrano sui sentieri e nelle chiesette di montagna.Nello specifico Sergio Cutini ha puntato l’obiettivo sulla processione del Venerdì Santo ad Assisi.E più che assolvere a una funzione documentativa le immagini, scattate nel 1972, sembrano voler interpretare quanto accade sotto lo sguardo del fotografo. L’uso del mosso sottolinea il flusso inarrestabile delle emozioni che attraversa i partecipanti al rito, mentre il forte contrasto tra le luci e le ombre, accentuato da un sapiente uso del bianco e nero, fissa il tempo in uno spazio quasi indefinito. Il tempo sospeso dell’attesa di ciò che dovrà accadere il terzo giorno, colto nei volti assorti e partecipi dei fedeli. Un lavoro di grande suggestione, che non si piega al mero gusto estetico, ma entra nel vivo della rappresentazione per coglierne l’essenza più profonda.Daniele Papa sceglie invece di raccontare la processione dei “Vattienti” che si svolge a Nocera Terinese, in provincia di Catanzaro. Le foto, anche queste in bianco e nero, risalgono al 1982, ma potrebbero essere state scattate in un tempo precedente, dando conto di un rito assai antico, durante il quale alcuni fedeli percorrono le strade del paese flagellandosi le gambe. Qui le immagini sembrano avere più una funzione documentaristica, senza rinunciare però all’intento di cogliere nei gesti la profondità del sentimento religioso, al di là di ogni possibile suggestione o atavica superstizione.Diverso, come accennato, il lavoro di Vincenzo Marzocchini, che si è concentrato su immagini scultoree del Cristo, per lo più crocifissi, ritratti durante escursioni tra boschi e monti del Friuli tra il 1998 e il 2004.Le istantanee danno conto di tecniche e materiali diversi — anche se è il legno il principale — ma nel loro classico bianco e nero vogliono raccontare soprattutto il particolare rapporto tra materiale e spirituale, o meglio, tra materialità e spiritualità, che si cela dietro la realizzazione di un’opera sacra, tra l’artista e ciò che realizza. Del resto «non potrebbe essere diversamente, perché già il volto di Cristo ci ricorda lo spirito fattosi materia, rimandandoci alla spiritualità che permea tutte le cose», sottolinea Diego Mormorio presentando l’opera di tre autori che «considerano il loro esercizio fotografico come parte di un affinamento spirituale».Più che le puntuali note critiche alle immagini, colpisce l’esperienza personale raccontata da Mormorio, che riporta all’importanza anche pedagogica — o meglio, catechetica — delle rappresentazioni della religiosità popolare. Nel suo scritto confida infatti di «essere stato salvato — vale a dire, consegnato definitivamente all’esperienza religiosa — dai riti popolari della Passione», nella Sicilia degli inizi degli anni Sessanta dello scorso secolo, quando aveva una decina d’anni. «Le processioni della Settimana Santa — ricorda — fecero di me quello che sono. Mi lasciarono sentire vivo dentro il destino e le speranze del mondo, nella sofferenza di Maria per il sacrificio del Figlio. Inizialmente fu una cosa del tutto inconsapevole. Solo dopo cominciai a capire l’autentica natura psichica del mio incontro col Cristo morto… Ognuno avverte la dolorosa coscienza della morte e dell’inevitabilità della sofferenza, il ricordo di tutte le perdite patite e il pensiero di quelle che verranno. Dal buio della morte umana del Cristo, anche il più cinico vede giungere una luce. Vede la necessità dell’amore».(©L'Osservatore Romano, 18-19 novembre 2019)

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