Il significato della "Lettera rubata" di E. A. Poe

Da Bruno Corino @CorinoBruno

La lettera rubata di Edgar Allan Poe, in passato, ha avuto un celebre esegeta: Jacques Lacan. Il seminario sulla “Lettera rubata” del 1956 apriva la raccolta degli Ecrits. Lo psicanalista francese, attraverso questo racconto, ha illustrato come i significati non siano che variazioni individuali il cui dispositivo è dato dall’ordine del “Significante”: lo spostamento della lettera, secondo la chiave di lettura lacaniana, determina i soggetti, i loro atti e i loro destini e nessuno è in grado di sottrarsi ad essa. Ebbene, credo che questa interpretazione sia “fuorviante”, rispetto all’intrinseco “significato” letterale. A “spostare” i rapporti di potere tra i soggetti, protagonisti del racconto, è il possesso della lettera, non la lettera in sé. Ciò che assegna le rispettive posizioni dei protagonisti è il suo possesso. Anche la modalità in cui avviene il processo di appropriazione/sottrazione della lettera segnala un altro aspetto interessante da mettere in rilievo, in quanto ciò che il racconto mette in scena è proprio il modo in cui i personaggi se ne appropriano, determinandone, appunto, i diversi rapporti di potere.

La lettera, finché resta nelle mani della regina, ha un significato “affettivo”. Soltanto quando passa nelle mani del ministro il suo significato si configura in un altro modo. Il possesso della lettera dà al ministro il potere di poter ricattare la regina. L’oggetto acquista un suo valore “pragmatico” soltanto quando circola in un ambito interazionale. Il passaggio della lettera nelle mani del ministro trasforma il valore della lettera. Nel momento in cui il possesso di un oggetto circola in un rapporto interazionale se ne valutano gli effetti: per quelli che si possono subire o per quelli che si possono provocare. Sono i significati reciproci che i soggetti attribuiscono all’oggetto a far cambiare configurazione all’oggetto. Al di fuori di qualsiasi ambito interazionale, il possesso di un oggetto può avere soltanto un valore in sé, ma non costituisce una fonte di potere finalizzato al controllo dell’altro.

Esponendo il caso a Dupin, il prefetto di polizia dice che si tratta di un fatto di “estrema semplicità”, ma nondimeno “bizzarro”. Se il caso fosse soltanto semplice, non si capirebbe per quale ragione il capo della polizia di Parigi sentirebbe il bisogno di “consigliarsi” con il famoso investigatore. La stranezza del caso dipende dal fatto che, come spiega il prefetto, per quanto il caso si presenti semplice, di essere «tuttora vittime di un totale smarrimento». Dupin, a questo punto, avanza l’ipotesi che è forse l’estrema semplicità a trarre in errore; ma a sentire questa “bizzarra” ipotesi, il prefetto scoppia in una risata irrefrenabile: «Forse il vostro mistero non è che troppo chiaro», ribadisce l’investigatore. Si comprende più avanti da cosa dipende questa “semplicità” e bizzarria” del caso.

Il prefetto, dopo questa schermaglia di battute, comincia a esporre il caso, usando due volte il termine “noto”: è nota l’identità di chi ha commesso il furto come è noto il fatto che l’oggetto sottratto sia ancora in possesso del ladro. In effetti, l’apparente semplicità del caso consiste in questa duplice evidenza: la polizia conosce non solo chi è l’autore del furto, ma sa anche ch’egli ha in mano l’oggetto rubato. Se, dunque, si trattasse di un caso comune di ladrocinio, il prefetto avrebbe già fatto arrestare il ladro e recuperato la refurtiva, ma se si trova a raccontare questi fatti all’investigatore, vuol dire che ci deve essere qualche “stranezza”. Infatti, la stranezza dipende dall’eccezionalità del ladro in questione e dall’oggetto rubato: il furto è avvenuto «in altissimo loco», spiega il funzionario di polizia, ed è stato sottratto dagli appartamenti reali «un certo documento, cui è annessa una certa importanza», e l’autore del furto è addirittura un ministro. Un altro particolare inconsueto è dovuto al fatto che il furto è stato commesso proprio sotto gli occhi del derubato.

Lasciamo al prefetto il compito di spiegare come è avvenuto il furto: «Il metodo con cui è stata condotta la ruberia fu ingegnoso del pari che ardito. Il documento in questione – una lettera, per essere più espliciti – era stato ricevuto da colui che ne fu derubato, mentre questi era solo nell’appartamento reale, ma mentre costui lo stava leggendo, fu interrotto dall’improvviso entrare dell’altro illustre personaggio al quale egli aveva ragioni tutte particolari per nasconderlo. Dopo aver tentato, invano, di gettarlo rapidamente in un cassetto, egli fu obbligato a deporlo, aperto com’era, sul tavolo. La lettera, nondimeno, era rovesciata, coll’indirizzo fuori, e, il suo contenuto rimanendo così nascosto, essa non fu notata. Sopraggiunge, nel frattempo, il ministro D. La carta sul tavolo non sfugge al suo occhio di lince, la calligrafia dell’indirizzo viene riconosciuta, notato l’imbarazzo del destinatario, in breve il suo segreto».

Per nascondere la lettera compromettente, la regina la mette in evidenza: è infatti proprio l’evidenza a ingannare il re, ma il trucco non inganna un uomo perspicace quale il ministro: l’imbarazzo che nota sulla faccia della regina gli conferma che si tratta di un documento compromettente. Nel giro di qualche frazione di secondo, il ministro mette a punto un piano «ingegnoso» e «ardito» per sottrarre la lettera sotto gli occhi della regina, senza che lei possa reagire, e pensa agli usi ricattatori che ne può fare: «Il ministro D. trae di tasca una lettera pressoché identica a quella in questione, fa l’atto di leggerla, e la depone proprio a fianco dell’altra. Quindi riprende a parlare, per un quarto d’ora all’incirca, dei pubblici affari. Prende infine congedo e pone in mano, nell’andarsene, la lettera della quale egli non ha diritto alcuno di porla. La persona derubata se ne accorge, ma naturalmente, non osa attirare, su quella circostanza, l’attenzione del terzo personaggio che gli era a lato».

Dunque, siamo di fronte a un caso di appropriazione/sottrazione: il ministro, appropriandosi del documento, lo sottrae al suo legittimo proprietario; tale atto è compiuto perché egli intuisce che con in mano un tale oggetto può ricattare la regina; entrare in possesso della lettera offre al ministro la possibilità di ricavarci dei vantaggi. Come appare evidente, l’oggetto acquista un valore all’interno delle interazioni tra i tre personaggi: prima che entrasse il re, era un semplice oggetto affettivo nelle mani della regina. Quando passa nelle mani del ministro, l’oggetto si carica di altri significati: il ministro lo valuta per gli effetti vantaggiosi che il suo possesso può offrire; la regina per gli effetti dannosi che può subire. Dunque, sono i significati che i soggetti attribuiscono all’oggetto che va assumere ad esso un valore.

Per quanto riguarda il furto, esso si presenta come una vera e propria estorsione, perché è compiuto sotto la pressione di una minaccia, cioè il re – che è a fianco della regina – viene usato, naturalmente a sua insaputa, come un’arma puntata alla tempia della regina: se lei fiata mentre sta sottraendo la lettera attira l’attenzione del re. La regina subisce la minaccia e lascia che il ministro s’appropri del documento. L’oggetto sottratto è un oggetto particolare, che non può essere commisurato con un oggetto qualsiasi: tale oggetto ha effetto retroattivo sulla vittima, perché se venisse esibito, rovinerebbe la reputazione della regina e quindi la sua immagine. Quindi il possesso del documento in mano al ministro rappresenta un’arma con la quale ora può ricattare la regina.

Nella frazione di secondi, in cui il ministro ha elaborato il suo piano e deciso a metterlo in atto, egli ha calcolato i rischi che la sua azione avrebbe comportato: in primo luogo, il momento stesso della sottrazione; in secondo luogo, come nascondere la lettera. Analizziamo il primo rischio. Noi lettori partiamo dalla idea evidente che il documento sia compromettente e che pertanto quando il ministro scambia le lettere è sicuro che la regina non fosse nelle condizioni di poter reagire. In realtà, nel momento in cui il ministro pone in atto il suo piano, egli sta giocando d’azzardo: poniamo che egli si sbagli, che abbia frainteso la calligrafia e mal interpretato l’imbarazzo della regina, cioè immaginiamo che la lettera non sia così compromettente come il ministro ha immaginato. Cosa sarebbe accaduto in tal caso? Alla regina non sarebbe sfuggito il suo gesto ignobile, l’avrebbe svergognato come un comune ladro davanti agli occhi del re. Il ministro scommette con se stesso: se la regina reagisce vuol dire che ha fatto male i suoi calcoli, se non reagisce (come effettivamente accade) vuol dire che ha calcolato giusto. Egli, prima di agire, si è dunque identificato con il punto di vista della regina riuscendo a prevederne le mosse, e quindi ad anticiparla.

Analizziamo il secondo rischio: sempre in quella frazione di secondi in cui ha deciso di sottrarre la lettera, il ministro ha calcolato che la regina gli avrebbe sguinzagliato la miglior polizia di Parigi per tentare di recuperare la lettera. Il potere della lettera, come ha ben spiegato in precedenza il prefetto a Dupin, sta nel suo possesso e non nell’uso, con l’uso, infatti, il potere scompare. Finché il documento rimane in possesso del ministro, egli potrà continuare a minacciare la regina, ma se la lettera dovesse tornare nelle sue mani, non solo cesserebbe il suo ascendente, ma finirebbe sicuramente per cadere in disgrazia. Se il possesso costituisce una minaccia per la regina, la perdita del possesso costituisce, invece, una minaccia al Sé del ministro. Quest’ultimo ha previsto che, nel momento in cui ha avuto l’ardire di sottrarre abilmente la lettera, la sua carriera, il suo prestigio dipende ora da quel possesso: se cessa il possesso della lettera, il ministro è un uomo finito. Questa è la sfida più grande che ha messo in atto nei confronti della regina. Il ministro sa che la regina possiede i mezzi per recuperare la lettera, e sa che farà di tutto per riappropriarsi della lettera. Sa che gli sguinzaglierà dietro la migliore polizia di Parigi.

Il ministro ha dunque previsto che la regina userà tutti i mezzi per riappropriarsi della lettera, e sa anche che, se non sarà lei ad agire in prima persona, qualcun altro lo farà al suo posto. Si tratta soltanto di saper anticipare le mosse di colui che sarà messo sulle tracce del documento. Il compito di recuperare la lettera è estremamente delicato; la regina deve rivolgersi a un uomo di cui ha piena fiducia e che sa mantenere il segreto della missione: recuperare la lettera è rischioso, chi agisce deve agire all’insaputa del ministro (e del re). Come racconta il prefetto, il derubato «spinto, infine, dalla disperazione, ha commesso a me il compito di recuperarla»: la regina ha piena fiducia nelle capacità investigative della polizia. Dupin condivide questo giudizio, tuttavia sia la polizia che la regina non hanno tenuto conto del fatto che il ministro non è un ladro comune.

Come spiegherà più tardi al suo amico-narratore, la fallacia del prefetto è consistita nell’aver sottovaluto il suo avversario e nell’averlo considerato alla stregua di un volgare malfattore, ciò che è mancato al funzionario è la capacità di identificazione con il ministro: il prefetto nel corso della ricerca ha utilizzato degli schemi operativi collaudati. Se il ministro si fosse comportato come un ladro ingegnoso che vuole nascondere la sua preziosa refurtiva, la polizia, dopo un lungo e meticoloso lavoro di ricerca, avrebbe finito con scovarla: «Se la lettera fosse stata nascosta nel raggio della loro investigazione, essi l’avrebbero certamente trovata. Su ciò non ho dubbi», dice Dupin. I metodi della polizia sono efficacissimi e difficilmente falliscono nel compito. Finché si tratta di mettere alla prova la sagacia della polizia, essa non conosce rivali: «Se il prefetto e tutta la sua banda si sono ripetutamente ingannati, l’errore va cercato in quella identificazione che hanno omessa di tentare, e, in secondo luogo, nella valutazione inesatta, o meglio nella non-valutazione della intelligenza con la quale stavano misurandosi. Essi non vedono al di là dei propri ingegnosi ritrovati. […] Essi non modificano affatto i loro sistemi di investigazione: tutt’al più, quando sono spronati da un qualche caso insolito, ovvero, più esattamente, da un’insolita ricompensa, essi esagerano e portano all’esasperazione i loro vecchi espedienti». In altri termini, il prefetto non ha considerato che il ministro conoscesse perfettamente i «sistemi di investigazione» della polizia, e che mai avrebbe nascosto la lettera nel luogo in cui loro s’aspettavano che fosse. Infatti, dopo aver trascorso «tre lunghi mesi», il prefetto, nonostante avesse fatto setacciare ogni centimetro della casa del ministro, non era ancora riuscito a recuperarla.

Dupin intuisce che il ministro s’è esposto al massimo rischio quando ha deciso di sottrarre la lettera alla regina, e che, quindi, non può comportare come un ingegnoso malfattore. Esiste solo un modo per nascondere la lettera: decidere di non nasconderla, decidere di metterla in evidenza, di esibirla quasi. Il prefetto «non ha mai creduto probabile che il ministro avesse deposta la sua lettera sotto il naso di tutti, nel solo intento d’impedire a un individuo qualunque di scorgerla». Soltanto il caso, o la combinazione fortuita delle circostanze, avrebbe potuto portare qualcuno a scorgere la lettera. Essa non sta nel raggio d’azione in cui la polizia la cerca; quindi, la ricerca della lettera non dipende da ciò che i metodi investigativi mettono in atto.

Nel momento in cui il prefetto si risolse a farsi “consigliare” da Dupin, implicitamente ammette che il ministro lo ha beffato. La sfida con il ministro, ingaggiata per conto della regina, rappresenta una minaccia anche per l’immagine del prefetto e dell’intero corpo investigativo: più il tempo passa e più la regina perde fiducia nelle capacità del prefetto, più il prefetto perde credito e più la sua reputazione s’offusca. Tanto più, come spiega il prefetto, il ministro sta facendo un «debito uso del potere acquisito», fino a un limite «altamente pericoloso». Tuttavia, anche il ministro ha commesso un errore di valutazione: non ha mai preso in considerazione che il prefetto potesse un giorno rivolgersi ad Auguste Dupin. Il ministro, come ricorda l’investigatore al suo amico, una volta, a Vienna, gli ha giocato un brutto tiro, «ed io, gli dissi, in quell’occasione, e in tono tutt’altro che di scherzo, che me ne sarei ricordato». Quando un giorno Dupin gli fa visita con quegli occhiali verdi, «con l’aria di capitarvi per puro caso», il ministro non sospetta affatto la vera ragione di quella visita: «Egli girandolava per le sue stanze, sbadigliando e gingillandosi con mille schiocchi argomenti e protestandosi oppresso da una noia mortale». Dietro la sua aria bonaria e annoiata, il ministro rivela nei confronti del visitatore l’atteggiamento di colui che si crede intellettualmente superiore, e che non ha nulla da temere da quella visita. In sostanza, il ministro sta commettendo nei confronti di Dupin lo stesso errore di valutazione che il prefetto ha commesso nei suoi riguardi: se in fondo egli avesse preso sul serio la minaccia di Vienna, ora di fronte a quella visita inaspettata il ministro sarebbe stato in guardia e quanto meno più sospettoso sulla sua vera ragione. La beffa che Dupin gli gioca, quando gli sottrae la lettera, sostituendola con una lettera contraffatta, è una vendetta raffinata concepita dalla sua mente: «Al momento in cui, sfidato da quella che il nostro prefetto chiama una certa persona, egli sarà costretto ad aprire la lettera che io ho lasciato, per lui, nel suo portacarte».

Se la lettera gli fosse stata semplicemente sottratta, il suo ascendente sarebbe cessato, ma la sua precipitazione agli Inferi sarebbe stata lenta e magari grazie alle sua astuzia si sarebbe persino potuto salvare. Se, invece, egli continuerà a credere di esserne in possesso sino al momento in cui, sfidato «da una certa persona», dovrà farne uso, egli si troverà in mano un’arma spuntata, e la sua rovina sarà precipitosa. Ma affinché il ministro non abbia dubbi su chi sia l’autore di questa beffa, e non pensi che sia opera del prefetto di polizia, Dupin gli lascia scritto, in modo che riconosca la sua calligrafia, «proprio in mezzo alla candida pagina questi versi: Un desein si funeste/s’il n’est digne d’Atreé, est digne de Thyeste»


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