Il southern gothic di Caldwell

Creato il 05 marzo 2012 da Tiziana Zita @Cletterarie

Meno noto di molti suoi eminenti colleghi ma indiscutibilmente il più amaro esponente della cosiddetta letteratura sociale degli Stati Uniti, Erskine Preston Caldwell (1903-1987) è l’autore del memorabile «ciclo del Sud», da lui composto in solitudine e tra gli stenti, in una fattoria semiabbandonata.
Ne sono protagonisti i poveri bianchi, quelli che poco o nullo spazio trovano nell’opera della grande genia di narratori southern capitanata da William Faulkner: un’umanità povera, sporca, ignorante, avvilita e violenta, alle prese con la fame, il sesso e gli altri istinti primordiali (oggi è consuetudine riferirsi a loro con il termine ‘white trash’, spazzatura bianca). Personaggi che non hanno nulla di eroico e che vivono storie di quotidiana miseria, ignoranza e degradazione; una realtà fotografata senza nessun filtro, defraudata di ogni venatura lirica per smussare gli angoli. Quello di Caldwell è un realismo depotenziato di qualsiasi forma di pietà (e moralismo): i suoi romanzi sono crudi, intensi e disperati, scritti con una prosa sobria e disadorna, anni-luce distante da quell’aura di ‘epos’ che tutto sommato avvolge i «miserabili» steinbeckiani

Erskine Caldwell racconta invece un Sud atavico e rurale, privo di aloni romantici: sconfinate distese di terra fiaccate dalla siccità e da un sole perennemente a perpendicolo, fette di mondo popolate da un’accozzaglia di poveracci cui la ferocia della Grande Depressione ha sottratto ogni prospettiva futura, gente ridotta allo stato brado da una crisi economica che ha fagocitato torme di nullatenenti costringendoli a vivere di stenti mentre una ristretta cricca (la solita) di maggiorenti rimpinguava impunita le proprie casseforti. Attraverso un’ironia sottotraccia che non si perita di sfiorare il grottesco, Caldwell ha avuto il coraggio di mostrare alla ridente e fiduciosa America la propria faccia più oscura, quella più torbida e sgradevole, descrivendo il baratro di degradazione in cui l’uomo precipita quando è costretto a mollare gli ormeggi della dignità. Così ne La via del Tabacco, o ne Il predicatore vagante come ne Il piccolo campo, i personaggi schiacciati dalla fame e dalle umiliazioni abdicano addirittura la postura eretta, rinunciando al loro lato umano per muoversi come plantigradi all’interno di uno scenario desolato e privo di speranze. Staccandosi di parecchie spanne da buona parte della ricerca narrativa a lui coeva, l’autore focalizza con efficacia temi di difficile trattazione: il delirio religioso, l’alienazione del diverso, la depravazione come sfogo, i comportamenti ossessivi (la vecchia che in Tobacco Road continua ad accendere il fuoco pur non avendo nulla da cuocere).

Dotato di una meticolosa capacità rappresentativa nel registrare il lato turpe della vita, Caldwell ha finito per diventare il cantore di un cinismo che se oggi suona forse molto “moderno” per lungo tempo l’ha relegato in una sorta di limbo editoriale, cosicché reperire i suoi libri – dopo aver venduto più di ottanta milioni di copie nel mondo (traduzioni in 43 lingue) – per buona parte degli ultimi decenni è stata impresa assai difficoltosa (soprat- tutto dalle nostre parti). Pure, non v’è traccia di compiacimento nei suoi scritti, poiché la cruda contemplazione della barbarie umana viene sempre accompagnata da uno sguardo dolente che rinfocola la speranza. Ma le rudi istantanee descritte dalla sua penna hanno per molto tempo disturbato la società. Troppo dura l’immagine del linciaggio di un ragazzo di colore incolpevole (Fermento di luglio). Inquietante e sgradevole l’idea di un predicatore che imbroglia e seduce la donna di colui che l’ha ospitato (Il predicatore vagante). Spiazzante l’immagine di una ragazza sacrificata da una madre ambiziosa e spietatamente sensuale (Claudelle). Se è vero che oggi, grazie anche alla riproposizione di La via del tabacco per Fazi, è in atto una timida riscoperta nel Belpaese dell’autore statunitense (dopo l’ormai vetusta spinta promotrice di Elio Vittorini, che negli anni cinquanta ne tradusse alcuni tra i più fulgidi capolavori), va riconosciuto che neanche in patria il successo fu immediato – proprio a causa di quegli eccessi che oggi, in epoca post-Tarantino, sembrano essere la norma. Un grande scrittore senza se e senza ma, tutto da scoprire.

Omar di Monopoli è uno scrittore di “gialli western”, ambientati in Puglia, e un esperto del genere poliziesco. Per saperne di più su di lui, potete leggere l’intervista su Cronache Letterarie, o andare direttamente sul suo seguitissimo blog Sartoris.


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