Il TAR non parla inglese

Creato il 08 giugno 2013 da Davide

Quando qualcuno si prefigge di bloccare il benché minimo cenno di rinnovamento nella scuola e nell’università, può contare sul TAR, il Tribunale Amministrativo Regionale che ha espanso il suo ambito decisionale fino a diventare (a mio avviso impropriamente, ma siamo in Italia dove tutto è possibile) una Corte Costituzionale parallela. Dato l’argomento, si può dire che il TAR ha incatramato il tentativo di fare lezione in inglese all’università. Infatti tar significa catrame in inglese.

Il fatto è noto: il Rettore e il Senato Accademico del Policlinico di Milano avevano deliberato circa un anno fa l’attivazione di corsi solo in inglese a partire dal 2014. Suppongo che non fossero obbligatori, dato che se uno l’inglese non lo sa, che cosa insegna? ma un gruppo di professori dissidenti, all’insegna del noto motto che se uno fa e gli altri no, quelli che non fanno potrebbero rimetterci e quindi è meglio proibire tutto per il principio di prevenzione del danno presunto (tipo gli studenti che frequentano il corso in English e il tuo no), hanno fatto causa al TAR, che ha incatramato Rettore e Senato Accademico e studenti interessati a quei corsi. E gli è andata di lusso che non hanno usato le piume, come si usava in altri tempi in area anglosassone (ironia della sorte).

Un’altra notizia , parallela a questa è che la Porsche Italia, che ha bisogno di ingegneri che parlino inglese per il collaudo del Nardò Technical Center in Puglia, ha dovuto cestinare l’80% dei curricula:

“nel centro di collaudo salentino di Porsche Engineering”, dove, come attesta Francesco Nobile, “giungono dai 200 ai 600 ospiti al giorno da ogni parte del pianeta per eseguire sperimentazioni”. E dove è inevitabile che l’idioma ufficiale sia quello inglese. “Spiace dirlo, ma sono costretto a cestinare l’ottanta per cento dei curricula dei nostri giovani ingegneri perché non hanno conoscenza appropriata dell’inglese” (Corriere del Mezzogiorno 31 maggio 2013).

Nel frattempo, mentre centinaia di candidati si presentavano a una serie di concorsi con in paio solo una manciata di posti, come quello di infermiere (un solo posto), i concorrenti non possono pensare di andare a lavorare all’estero perché, al contrario che in Italia, si pretende che in ospedale gli infermieri parlino la lingua del posto e se ne accertano con metodi oggettivi.

Tornando ai corsi in inglese all’università, l’idea non è affatto nuova: già negli anni 1980, quando insegnavo inglese a un istituto commerciale a Cittadella (PD), alcuni colleghi di Economia Aziendale avevano sperimentato la possibilità di tenere la lezione in inglese. La cosa era stata sperimentata in seguito anche in altre scuole, per esempio dall’ITIS di Padova dove aveva insegnato Flavia, colleghi di materie tecniche e scientifiche (ingegneri, fisici) avevano rinnovato l’esperimento negli anni 1990. Flavia, insegnante di chimica, che parla e scrive inglese, non aveva aderito e aveva fortemente criticato l’iniziativa sulla base di un inoppugnabile fatto: che l’inglese dei docenti delle materie scientifiche era talmente scadente (dopo aver assistito a un certo numero di lezioni), che si chiedeva se non si insegnavano più errori che altro. Una collega di fisica era talmente preoccupata (vista la pressione dei colleghi sperimentatori) che mi aveva chiesto di darle ripetizione d’inglese e correggergli lo schema di lezione. Finì all’italiana in cui ognuno faceva quello che voleva. Infatti, il problema era che per fare lezione ci volevano due professori, quello della materia e quello di inglese, ma quello di inglese spesso non aveva la minima idea della microlingua opportuna per la singola materia (per esempio, la parola ‘velocità’ si traduce comunemente con ‘speed‘, ma in fisica si deve tradurre con ‘velocity‘). Oltre a non aver voglia di studiare microlingue di ogni tipo (dalla terminologia legale ed economica a quella di ogni genere di specializzazione tecnica), i colleghi d’inglese opponevano difficoltà di orario e programmi (con una discreta dose di realismo, anche se molti se la tiravano per non doversi muovere dalle quattro acche che insegnavano ogni giorno).

Mi sono spesso trovata a discutere con i miei studenti, con cui ho avuto in generale sempre ottimi rapporti, del perché dopo otto e più anni (“prof, ho anche fatto tre anni di inglese alle elementari sperimentali!” ridevano), cioè tre anni di inglese alle medie, più cinque alle superiori, la maggior parte degli studenti esca dalla scuola con una conoscenza dell’inglese rudimentale. E’ un fatto generalizzato, che chiunque abbia fatto esami di maturità in giro per la penisola può constatare: c’è una minima percentuale di bravi, una massa di appena accettabili, che superano l’esame solo se si resta all’interno dei ristretti margini dello striminzito programmino presentato, e una massa che sarebbe bocciata, ma che supera comunque l’esame perché in Italia, con oltre il 98% dei promossi ogni anno, per farsi bocciare bisogna organizzarsi anni prima, come ridevamo in classe.

Devo dire che di fronte a questa amara realtà, sottolineata dal fatto che molti studenti immigrati nel giro di sei mesi scrivono e parlano italiano decentemente, e cominciano a parlare e scrivere anche inglese, francese e tedesco, i nostri studenti che vanno all’università, si trovano a mal partito anche se gli esami di inglese (a parte le facoltà di lingue) sono elementari. Anzi, gli studenti spesso dimenticano quel poco che avevano imparato a scuola. Quando mi trovo a consigliare un libro o un articolo di antropologia, la faccia più comune che mi trovo davanti è quella depressa di chi esclama ‘Ah, è in inglese’ (traduzione: leggerlo mi è impossibile). Devo anche dire che una reazione simile avviene con colleghi che non siano insegnanti di lingue, a meno che non abbiano lavorato all’estero, ma allora tutta la conversazione abbandona il provincialismo parrocchiale e prende tutto un altro tono.

Tornando al caso del Politecnico di Milano e il TAR, ritengo che la sentenza sia sbagliata se proibisce quello che dovrebbe difendere, la libertà di insegnamento e la libertà di opinione, a meno che la decisione delle autorità accademiche non fosse obbligatoria e vincolante per tutti gli insegnanti, nel qual caso era per lo meno indispensabile accertarsi che i suddetti insegnanti l’inglese lo sapessero non a livello ‘accettabile-amatoriale’, da turisti per caso, ma adeguato a un insegnamento accademico. Negli USA se uno insegna matematica può tranquillamente fare domanda nelle scuole con la ragionevole certezza di essere assunto. Le autorità scolastiche non pretendono un accento oxfordiano o composizioni letterarie da Nobel, ma si accertano che l’insegnante abbia superato il TOEFL, l’esame che tutti quelli che vogliono lavorare legalmente negli USA devono superare. Così si potrebbe fare per i docenti universitari o anche di livelli scolastici inferiori che vogliono tenere i corsi delle loro discipline in inglese (il TOEFL si tiene in varie sedi in Italia) e noi non avremmo tanti laureati a spasso perché dopo otto-dieci anni di insegnamento della lingua inglese non sanno spiaccicare che la più rudimentale delle frasi.

Non posso dilungarmi sull’insegnamento delle lingue in Italia in questo post, basti dire che, come ho più volte dimostrato ai miei studenti, la scuola italiana è congegnata in modo tale da IMPEDIRE l’apprendimento delle lingue straniere e, se uno riesce a impararne una, è malgrado, non grazie, al sistema.


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