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Il tempo delle notti

Da Maddalena_pr

NON SI SMETTE MAI DI TEMERE LA NOTTE. PERCHÉ HA LA STESSA NATURA DEL SUO BUIO, DELLA SOLITUDINE

Il tempo delle notti
La notte è una cosa difficile. Per quanto si cresca non si è mai grandi abbastanza da non averne paura.

L’avevi quando imploravi la porta socchiusa, la luce che si rovescia dal corridoio, e poi non basta più, spegnendosi, ti lascia orfana su un guanciale. La piccola luce a stella, allora, infilzata bassa nella presa, ti illumina quello che può se scendi: non scendi. Dal letto. Semmai chiami, aspetti la mamma o il papà.

L’avevi quando sistemavi con cura i vestiti sulla sedia eppure in qualche modo ti fregavano sempre, le maniche s’animavano, diventavano braccia brancolanti nel buio. Le gambe di legno si muovevano, avresti giurato. Cerchi l’interruttore, esamini: eppure si muovevano.

L’avevi quando ti affogavi nel piumino sotto i rumori improvvisi di un ladro. Per quante volte ti dicessi sono solo i vicini: ti annegavi in quella coperta, l’apnea, e il cuore che fa i buchi nel petto. Oppure nei solchi improvvisi d’un temporale, quando i tuoni scavavano nicchie profonde nella notte.

La notte non cresce, rimane sempre un po’ bambina. Nessun buio si addomestica mai. Lo penso alle due, alle tre, la tosse irriducibile. Mathias dorme accanto, io non ho nemmeno sfiorato il sonno, resto qui come un carillon rotto, mi avvito in ripetizioni infinite. Galleggio nel chiarore azzurrognolo che lasciamo a memoria dei tempi che un figlio piccolo dormiva insieme a noi. Perché lo teniamo ancora, quel piccolo lume? Per alzarci la notte se un figlio di là, nell’altra stanza, chiama. Per trovare presto le pantofole nei mattini bui d’inverno che il giorno ancora non fa il suo mestiere di luce. Ma soprattutto perché al buio nero non sono più abituata.

Sono insolitamente sveglia, eccolo quel tempo che potrei chiamare “mio”, alzati, Madda, va’ di là, scrivi, leggi, guardati una sitcom alla tv, prenditi la casa.

Ma la notte è piccola e trema. Non ce l’ha, quell’arroganza lì che noi ci mettiamo addosso di giorno.

Mi alzo che sono già le tre e mezzo, non per possederla, questa notte sola: per spegnerla.

Attraverso un salotto rimasto mezzo vivo e mezzo morto: vivo nei giochi non ancora riposti, in qualche scatola da abbandonare, nel display luminoso dello stereo nuovo. Morto in quel suo zittirsi irriconoscibile, dove sono scomparsi i cartoni alla tv, i pupazzi di Isabelle non parlano, il calcetto nuovo di Patrick è una sagoma nera, birilli dov’erano vivaci i giocatori.

In cucina il suono sordo del frigorifero, il pc che apro per toccare il mondo, il bagliore del suo schermo come la sola cosa viva, l’unica presenza.

Non si smette mai di temere la notte. Perché ha la stessa natura del suo buio, della solitudine, di queste ore che mi tengono altrove dai ritmi di tutti, la famiglia da un lato, dall’altro: io. Che poi dovrò recuperare nel giorno, riposare quando loro vivono… Dormire, scrivere, lavorare, curarmi: mi sembra d’essere un’eterna dissonanza. Mi sembra che tutto si raggrumi in un isolamento forzato.

Carico l’aerosol, ficco il naso nella museruola fumosa, inalo. La tosse s’acquieta, si disciplina. Fuori l’oleandro sbatte le sue ombre sul muro chiaro della corte, ogni tanto solletica l’ombrellone rimasto da sempre aperto in terrazzo.

Tre sono i casi in cui il tempo è sovvertito: la nascita, l’innamoramento, e la malattia.

Ho avuto notti piene di stupore, per i primi due. I fusi orari del cuore. Ma questa notte annega.


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