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IL TERZO SGUARDO n.48: Vent’anni di attesa. Aa. Vv. “L’evoluzione delle forme poetiche. La migliore produzione poetica dell’ultimo ventennio (1990-2012). Archivio storico”, a cura di Ninnj Di Stefano Busà e Antonio Spagnuolo

Creato il 09 dicembre 2013 da Retroguardia

Aa. Vv. L’evoluzione delle forme poeticheVent’anni di attesa. Aa. Vv. L’evoluzione delle forme poetiche. La migliore produzione poetica dell’ultimo ventennio (1990-2012). Archivio storico, a cura di Ninnj Di Stefano Busà e Antonio Spagnuolo, Napoli, Kairós Edizioni, 2012

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di Giuseppe Panella*

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Scrive Ninnj Di Stefano Busà nella sua Introduzione alla voluminosa antologia che lo vede curatore insieme ad Antonio Spagnuolo:

«Diciamolo subito che non esistono due linguaggi: uno per la Poesia surreale, magico, ermetico, inaccessibile ai molti, e uno feriale, per i comuni mortali. La poesia può vibrare ovunque in maniera naturale, anche nelle lasse di un’espressione lontana dall’ipertrofia delle metafore o dalle ambiguità emergenti dall’inconscio, dagli assurdi e dagli arbitrii delle avanguardie a ogni costo. E “per ogni costo” s’intenda anche quello di inquinare il linguaggio, impoverirlo e strumentalizzarlo in modo deleterio e anarcoide. D’altra parte bisogna riconoscere che il linguaggio comune non è certo meno efficace di quello colto, o immaginifico, che, anzi, il suo fondo realistico-logico, sentimentale può essere ben compreso, ma notevolmente più apprezzato, ammettiamolo, sarà il linguaggio ricco di ambivalenze, di metafore, di tensioni allusive proprie di una discorsività che ha varianti emozionali ricercate e volutamente sensazionali, »[1].

I testi raccolti in questa monumentale ipotesi di archiviazione a futura memoria appartengono, infatti, a entrambi questi crinali: solo per fare un esempio sintomatico di questa scelta dei due curatori, da un lato vi si può ritrovare la poesia ancora volutamente tenuta su un linguaggio alto se non ermetico di Giovanna Bemporad o di Elio Andriuoli e, dall’altro, la poesia colloquiale o (falso) realistica di Elio Pagliarani e di Luigi Fontanella.

Definisco (falso) realistico il loro linguaggio, ovviamente, non in senso negativo o per rimetterne in discussione il valore indiscutibile quanto per evidenziarne le qualità performative e di presa diretta segnica sulla realtà, di confronto diretto, non aggirabile con essa e le sue evidenze (quelle che Fontanella una volta ha chiamato teurgicamente parusie).

Inoltre tra questi due possibili poli (definiti schematicamente nel modo precedente) c’è un gran numero di poeti che oscillano tra di essi e che, nella loro specifica modalità d’azione poetica, ritrovano e ricercano una loro strada non facilmente riconducibile a una cifra stilistica unica.

Lo ribadisce anche Antonio Spagnuolo nel breve testo critico che chiude il volume:

«Così che ogni generazione, nel visibile mutamento radicale di situazioni culturali, ricerca e ricalca parametri e canoni di grandi tematiche, condivise o accennate, e prendendo atto che alcuni movimenti stilistici scompaiono per dar luogo a riproposte di linguaggi lirici, mediante l’adozione di discorsi e figurazioni, incentrate per lo più sul parlato privato, sulla scommessa intellettuale puntata al centro della leggibilità. Vorremmo più sicurezza nella scrittura e spesso la poesia matura nel modo migliore traducendo e reimpiantando nuove basi per una sua autenticità, nel differenziare l’interrogazione dell’enorme vuoto dell’incertezza, riesce con gli autori presenti nelle pagine scelte a realizzare testi di notevole spessore, degni della storia che andiamo vivendo»[2].

Lo scrittore napoletano ha certo ragione nel pretendere maggiore coraggio dalla poesia forse più che dai poeti, “più sicurezza” nella capacità da parte di essa nel mettere in crisi il linguaggio comune e farlo cortocircuitare al suo interno per produrre effetti di straniamento e di illuminazione ben diversi da quelli che la “chiacchiera” (nel senso che le attribuisce Heidegger in Essere e tempo) infligge alla vita quotidiana, pur essendo ovviamente qualcosa di ineliminabile.

Spagnuolo definisce, altresì, come “splendido isolamento” quella che è stata da sempre la caratteristica più eclatante della poesia italiana del Novecento (sempre con le dovute e debite eccezioni): la mancanza di grandi numeri nel pubblico dei lettori, la fine del “mandato sociale” del poeta (come lo definì Fortini), il progressivo esaurirsi dell’ondata “normalizzatrice” della lingua attraverso la poesia (come pure era accaduto tra fine Ottocento e inizio Novecento), l’utilizzazione della sperimentazione linguistica come ariete per frantumare le porte murate della comunicazione colloquiale, tutto quanto è accaduto, insomma, nel secondo dopoguerra inoltrato si accentua e si consolida in negativo nella fine secolo come fenomeno al quale è impossibile non fare coerentemente riferimento per capire come è evoluto “il pubblico della poesia” (per dirla con il titolo di un’antologia di Franco Cordelli e Alfonso Berardinelli del 1975 che ebbe all’epoca una grande fortuna critica e che suscitò polemiche forse ancora oggi non sopite).

Inoltre Spagnuolo utilmente suggerisce che «la fruizione del testo poetico non si esaurisce con la comprensione»[3] e che la parola poetica va oltre il suo significato per attingere alla sorgente inesauribile del segno lirico e cioè l’inconscio del poeta stesso.

Quello che il poeta napoletano sottolinea nella dimensione poetica, quindi, è la fonte del ritmo, la forza espressiva delle sonorità liriche ed enunciative, l’autenticità prodotta nel momento in cui essa emerge e ritrova la propria verità non solo dal punto di vista del significato ma anche da quello della ricezione del significante a livello più profondo della pura consapevolezza verbale.

Nel volume compaiono tutte le voci più significative della poesia di questi ultimi vent’anni: dai poeti (e poetesse) pluripremiati ad altri meno noti e meno produttivi (o con alle spalle case editrici meno rilevanti dal punto di vista distributivo) ma considerati dai due curatori egualmente importanti e rappresentativi del panorama che intendono illuminare con la loro luce radente.

Quindi a fianco di Dario Bellezza o Vito Riviello (sfortunatamente scomparsi da tempo) o di scrittori viventi e riconosciuti come Mariella Bettarini, Luigi Fontanella, Plinio Perilli, Lucio Zinna o Elio Pecora si trovano altri autori più umbratili e meno accostati dalla critica (bastino due esempi fra tanti: Guglielmo Peralta e Veniero Scarselli).

Ma non si tratta tanto di nomi o di figure più o meno noti per il grande pubblico: si tratta di definire una tendenza e uno sviluppo di linee poetiche spesso convergenti ma non sempre confluite in correnti unitarie e definite. Alla grande stagione degli –ismi non è seguita una sequenza analoga di gruppi accomunati da idealità e soprattutto da programmi poetici comuni.

Non è certamente detto che ciò sia stato un male sciogliendo gli autori dalla fedeltà a manifesti o a rigidità pregiudiziali e precostituite ma sicuramente nella polverizzazione delle esperienze il senso di una finalità comune spesso si è perduta ed è subentrato un senso di attesa di tempi migliori e più felici per la poesia.

Di quest’attesa e di questa speranza l’antologia di Di Stefano Busà e Spagnuolo rende felicemente conto e permette di coglierne colori ed aspettative.


NOTE

[1] Ninnj Di Stefano Busà, Introduzione ad Aa. Vv. L’evoluzione delle forme poetiche. La migliore produzione poetica dell’ultimo ventennio (1990-2012). Archivio storico, a cura di Ninnj Di Stefano Busà e Antonio Spagnuolo, Napoli, Kairós Edizioni, 2012, pp. 4-5.

[2] Antonio Spagnuolo, Postfazione ad Aa. Vv. L’evoluzione delle forme poetiche. La migliore produzione poetica dell’ultimo ventennio (1990-2012). Archivio storico cit. , p. 778.

[3] Antonio Spagnuolo, Postfazione ad Aa. Vv. L’evoluzione delle forme poetiche. La migliore produzione poetica dell’ultimo ventennio (1990-2012). Archivio storico cit. , p. 779.

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[Leggi tutti gli articoli di Giuseppe Panella pubblicati su Retroguardia 2.0]

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*Il primo sguardo da gettare sul mondo è quello della poesia che coglie i particolari per definire il tutto o individua il tutto per comprenderne i particolari; il secondo sguardo è quello della scrittura in prosa (romanzi, saggi, racconti o diari non importa poi troppo purché avvolgano di parole la vita e la spieghino con dolcezza e dolore); il terzo sguardo, allora, sarà quello delle arti – la pittura e la scultura nella loro accezione tradizionale (ma non solo) così come (e soprattutto) il teatro e il cinema come forme espressive di una rappresentazione della realtà che conceda spazio alle sensazioni oltre che alle emozioni. Quindi: libri sull’arte e sulle arti in relazione alla tradizione critica e all’apprendistato che comportano, esperienze e analisi di oggetti artistici che comportano un modo “terzo” di vedere il mondo … (G.P.)

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