Il terzomondismo della Sinistra come strumento di giustificazione politica: il ruolo degli artisti

Creato il 24 gennaio 2012 da Wally26

In una vecchia intervista l’ex leader dei Led Zeppelin Robert Plant incalzato su temi politici disse seccato al giornalista: “Senti, io faccio il musicista, non sono stato inviato da Dio per salvare il mondo, quindi parliamo di musica se non ti dispiace“. Allora rimasi perplessa, anzi stizzita da quello che prendevo per menefreghismo. Col senno di poi ho rivalutato quella risposta, l’ho capita e oggi mi piacerebbe che anche gli artisti, musicisti o attori contemporanei prendessero la stessa distanza dalla politica e pensassero maggiormente alla loro musica, a farci sognare, ridere, piangere e soprattutto a non farci pensare alla politica. La funzione sociale moderna, illuminista, laica dell’arte (dico moderna perche’ dai suoi albori fino a due secoli fa l’arte ha avuto una funzione prettamente religiosa e politica) non dovrebbe essere anche quella di farci evadere dalla realta’ che ci circonda aprendo magari nuovi orizzonti e stimolando la fantasia?

Oggi attori e cantanti italiani e stranieri parlano di politica, vanno alle manifestazioni, cantano di politica, si occupano di politica in prima persona, penso a Sean Penn, a George Clooney ad esempio. Rimanendo in America Jon Bon Jovi e Shakira sono stati letteralmente assunti da Obama nelle commissioni che si occupano di Politiche Giovanili… Pensiamo anche a Morgan Freeman e ai suoi interventi pro-Obama e alla propaganda politica nell’ultimo film di George Lucas “Red Tails“. In Italia mi vengono in mente le esternazioni di Riccardo Scamarcio, del solito Celentano, del solito Benigni e il solito Fo (eroi nazionali della Sinistra e per tanto incontestabili; “Ma come ti permetti, hanno ricevuto anche un premio Nobel!?” – “Che importanza ha?… Non vi siete accorti che il Nobel la socialista Svezia lo aggiudica solo a chi fa parte della parrocchietta?“). Parlando di musica mi vengono in mente i Litfiba, i Negramaro, i Negrita, Jovanotti, Fabri Fibra,  Antonello Venditti, Fiorella Mannoia solo per citarne alcuni (tralascio ovviamente De Andre’, Gaber, Guccini e compagnia bella). Ci tengo a precisare che mi piacciono tutti gli artisti appena citati, anche se non condivido tutti i testi delle loro canzoni.

Per come la vedo io, sarebbe un atto di buonsenso cantare di politica nel contesto proprio in cui l’espressione artistica avviene, cioe’ nei teatri, durante i concerti, alla radio etc. Abbiamo tutti il diritto di esternare la nostra opinione politica, ma quando si e’ un personaggio in vista che ha per forza di cose un ascendente forte sull’opinione pubblica le cose, secondo me, cambiano.

Mi domando: sara’ etico usare la propria fama per fare propaganda politica e diffondere idee storicamente e filosoficamente sbagliate?

Secondo me, NO.

Mi sembra strano anche il fatto che tanti artisti e cantanti italiani abbiano cosi’ tanto a cuore gli stessi temi sociali, le stesse problematiche sociali di determinate aree del mondo (il “SUD sfruttato del mondo” per dirla con la Mannoia), che la pensino esattamente allo stesso modo e si esprimano esattamente allo stesso modo.  Non comprendo inoltre cosa li spinga a credere necessario e impellente metterci al corrente delle loro idee politiche…

Mi spiego meglio con qualche esempio.

L’AFRICA secondo gli artisti.

Sere fa intervistata a “Che Tempo che Fa“, Fiorella Mannoia (che amo moltissimo come artista) parlando di un politico africano assassinato perche’ si era rifiutato di pagare un debito non suo (la storia non e’ stata approfondita),  ne ha elogiato la moderna visione politica e sociale bacchettando noi “occidentali” di pensare che un leader africano non possa avere pensieri cosi’ progressisti:

“… Noi che abbiamo questa mentalita’ occidentale presuntuosa di pensare che appunto soltanto noi possiamo parlare di certe cose...”

Tutto il SUD del mondo ha un comune denominatore: e’ stato saccheggiato, derubato, tenuto lontano dal progresso e abbandonato a se’ stesso, il nostro (sud) compreso

Bhe’, insomma, la Mannoia se ne esce male qui. Anche racchiudere in una unica accezzione concettuale questi presuntuosi “occidentali” e’ filosoficamente scorretto quanto accomunare tutti gli africani all’idea di arretratezza, ingenuita’ e bonta’ innate. Passi la storicita’ delle vicende coloniali e degli abusi subiti, e’ appunto un fatto storico incontestabile, sacrosanto parlare dell’ingiustizia del neo-colonialismo ma si specifichi anche che il neo-colonialismo e’ francese, olandese ma anche cinese, brasiliano e indiano e che dietro di esso ci sono delle multinazionali, quindi alcuni uomini di affari che non rappresentano necessariamente governi ne’ volonta’ popolare. Si parli anche per una volta di quelle dure realta’ africane che anche senza l’intervento nefasto degli “occidentali” non tendono a livellarsi. Si parli della discriminazione delle donne presente ancora in molte nazioni africane, delle mutilazioni genitali, della mentalita’ superstiziosa e animista che pervale in moltissime zone e porta a commettere anche crimini assurdi, come nel caso degli omici degli “albini”, temuti portatori di sventure, delle brutali lotte fra clan, dei bambini soldato, dei terroristi islamici somali che bloccano i convogli umanitari “occidentali” per evitare la distribuzione alla popolazione locale… Insomma si dica la verita’ tutta intera ogni tanto. Si dica anche che diverse realta’ religiose sono li’ da sempre in prima fila per aiutare la crescita umana e sociale degli africani e dei centro americani. Che diverse realta’ laiche (occidentali) sono presenti per dare assistenza medica e non solo: ingegneri, biologi etc. sono molti impegnati nell’aiutare le zone piu’ martoriate.

Ci si chieda anche a mente lucida del perche’ tanta Africa ancora non riesca ad affrancarsi da certe realta’ e pensiamo in contemporanea alla storia europea e alle battaglie fatte nei secoli per sconfiggere occupanti stranieri, monarchi e dittatori e ottenere la democrazia. Il politico cui accennava la Mannoia aveva chiesto solidarieta’ agli altri leader africani; questi gliel’hanno rifiutata ed e’ stato infine ucciso. Cosi’ ha lasciato intendere la Mannoia. Da chi e’ stato ucciso? Non ce lo ha detto. Allora chiediamoci anche perche’ quei leader africani non hanno solidarizzato fra loro per sostenere una causa di comune interesse.

Qui capitano a fagiolo alcuni libri dello scrittore Vidia Naipaul (ne ho parlato in diversi post) e l’intervento di Flavio Caroli del 22 gennaio sempre a “Che Tempo che Fa” (contestabile o meno bisognerebbe rifltterci su e approfondire) che alla domanda di Fazio sul perche’ egli affermi che la nascita della psicologia moderna e della fisiognomica siano una specificita’ della cultura occidentale, risponde cosi’:

“…perche’ l’uomo occidentale e solo l’uomo occidentale ha deciso di analizzare la propria ANIMA, di analizzarsi, di psico-analizzarsi… Le altre grandi culture del pianeta, pensi ad esempio alla cultura cinese, sia nella versione buddista che nella versione taoista, o anche la cultura islamica etc., sono tutte culture che prevedono una simbiosi fra l’uomo, la natura e la propria anima (si basano quindi sulle relazioni intercorrenti fra queste tre realta’) invece l’uomo occidentale ha deciso di analizzarla (l’anima), di metterla su un tavolo anatomico e di sezionarla. Lei se la immagina una seduta di psicoanalisi a Pechino o a Baghdad per dire? No, quelle sono culture che hanno risolto quel problema in altro modo, secondo altre filosofie. Io non ho la piu’ lontana idea su cosa sia meglio o peggio, devo (solo) prendere atto che c’e’ una evoluzione. Qui la radice di tutto e’ Socrate in occidente… li’ e’ cominciato il modo in cui l’uomo occidentale ha iniziato a chiedersi “chi e’ “. La domanda di fondo e’ “chi sono io?

Ed ha ragione: il motore dell’evoluzione culturale e umana e’ stato ed e’ proprio quello di chiedersichi sono io?“. Da Socrate a Husserl da James a Freud la filosofia e la psicologia occidentale hanno investigato a lungo su questo tema. Dalla scoperta di se’ stessi si passa al riconoscimento e alla scoperta del prossimo. Da questo costante processo filosofico sono nate le scienze, la chimica, la fisiologia, l’anatomia, la fisica, l’ingegneria… e le risposte sociali, politiche e scientifiche che ne sono scaturite sono oggi davanti ai nostri occhi. Potrebbe essere questa una chiave di lettura per capire come mai in Nord Africa, in alcune nazioni africane e in altre nazioni asiatiche non si sia ancora giunti agli stessi risultati? Da questo punto di vista ritengo quindi assurda la posizione di chi denigra l’occidente senza inquadrare la critica in un contesto piu’ ampio. Quella e’ propaganda politica, non critica sociale.

MAI una parola di solidarieta’ per i cittadini asiatici o per quelli dell’Est Europa: nel vocabolario esiste solo l’Africa e il Sud America

(Nella foto: il giornalista Alessandro Gilioli in Nepal)

Nel vocabolario della Sinistra nostrana non rientra lo degno per le condizioni disumane in cui lavora tanta gente in Cina. Non ho mai sentito nessuno accennare ai lavoratori della Apple in Cina, sfruttati e sottopagati, molti dei quali commettono suicidio (forse e’ un tabu’: dopotutto Steve Jobs lo faranno presto beato…) oppure dei bambini della Birmania costretti a lavorare 12 ore al giorno per costruire infrastture turistiche di cui non godranno mai, del Nepal sotto la pressione dei militanti del partito Maoista cinese… Neanche del Tibet si parla molto in Italia. Eppure a scanso di equivoci storici basterebbe leggere questo libro: “La Rivoluzione della Fame” di Jasper Becker per farsi un’idea concreta, storica dell’estensione del male che reca in se’ quella ideologia se messa in pratica.

Non sento mai parlare delle lavoratici ucraine o romene in Italia, nessun artista da’ loro voce. Perche’ tante donne lasciano il loro paese e la famiglia per lavorare nelle vostre case? Perche’ amano l’Italia? Certo che no. Perche’ nei loro paesi l’economia afflitta da decenni di comunismo ha dilaniato il tessuto sociale ed economico. In molti paesi veri e propri squali hanno preso in mano il denaro senza condividerlo con i cittadini, la lunga mano della Russia si fa ancora sentire e l’unica via d’uscita e’ spesso l’espatrio. Chi parla delle loro storie? Chi parla delle terre confiscate loro come avviene da secoli in Cina? Dei parenti messi in galera come oppositori del regime? Nessuno. Non aiuterebbe la causa, non se ne deve parlare. Figuratevi andare a parlare ad un romeno che ha vuto lo zio in carcere per 18 anni della bonta’ del comunismo: vi sputerebbe in faccia. E’ meglio parlare di quella utopia a giovani e inconsapevoli dei paesi in via di sviluppo che anelano alla giustizia sociale e continuare a promuovere ed assecondare  questa visione laddove puo’ ancora prendere piede.

Per concludere, come diceva il vecchio Gramsci:

Lo Stato socialista non è ancora il comunismo, cioè l’instauramento di una pratica e di un costume economico solidaristico, ma è lo Stato di transizione che ha il compito di sopprimere la concorrenza con la soppressione della proprietà privata, delle classi, delle economie nazionali: questo compito non può essere attuato dalla democrazia parlamentare. La formula “conquista dello Stato” deve essere intesa in questo senso: creazione di un nuovo tipo di Stato, generato dalla esperienza associativa della classe proletaria, e sostituzione di esso allo Stato democratico-parlamentare. 

La creazione dello Stato proletario non è, insomma, un atto taumaturgico: è anch’essa un farsi, è un processo di sviluppo. Presuppone un lavoro preparatorio di sistemazione e di propaganda. Bisogna dare maggiori poteri alle istituzioni proletarie di fabbrica già esistenti, farne sorgere di simili nei villaggi, ottenere che gli uomini che le compongono siano dei comunisti consapevoli della missione rivoluzionaria che l’istituzione deve assolvere. Altrimenti tutto il nostro entusiasmo, tutta la fede delle masse lavoratrici non riuscirà ad impedire che la rivoluzione si componga miseramente in un nuovo Parlamento di imbroglioni, di fatui e di irresponsabili, e che nuovi e più spaventosi sacrifizi siano resi necessari per l’avvento dello Stato dei proletari.

La preparazione ideologica di massa e’ quindi una necessita’ della lotta rivoluzionaria, e’ una delle condizioni indispensabili alla vittoria.

Cito da: Dettori.info l’intervento di Riccardo Ponticelli;

“…Abbiamo poi una evoluzione del pensiero di Gramsci anche in seguito alla Rivoluzione russa, per cui al ruolo della scuola si affianca quello del partito nella formazione della classe lavoratrice (Partito come intellettuale collettivo). Dunque stretto sarà il rapporto tra cultura, società e politica : la prospettiva ideale è l’unificazione culturale dell’umanità. Ruolo degli intellettuali dovrà essere quello di intermediari tra masse e dirigenti nella prospettiva di una società senza classi. Il contributo della scuola sarà quello di portare all’identità tra governanti e governati e di offrire a tutti i giovani la possibilità di realizzare la loro piena formazione intellettuale e morale. Dovrà dunque esserci uno stretto rapporto tra educazione ( o pedagogia) e politica…. ci deve essere creatività anche nell’accettazione delle norme e delle idee del gruppo. La disciplina coercitiva deve essere strumento di autonomia, a differenza della disciplina intesa da cattolici e fascisti che è perpetuazione di uno stato di minorità. A questo proposito si inserisce la critica dell’insegnamento della religione nelle scuole elementari prevista nella riforma Gentile…”

Comprensibile la critica a quel tempo: oggi le cose sono cambiate e molta acqua e’ passata sotto i ponti,  eppure “The Song Remanis the Same”…


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