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Immersi nella danza contemporanea - parte III - All dressed up with nowhere to go

Creato il 02 maggio 2013 da Scatolaemozionale

ALL DRESSED UP WITH NOWHERE TO GO, il primo studio di e con Giorgia Nardin, Amy Bell e Marco D’Agostin, è stato un turbine di emozioni, immagini, sensazioni, che si sono accavallate senza una logica definita:
IncertezzaInstabilitàRicercaDinamicitàCollettivitàSolitudineEnergia esplosiva del corpo e del movimentoLibertàProtezioneImmersi nella danza contemporanea - parte III - All dressed up with nowhere to go

Una bozza, un primo studio - nulla ancora è definito, tutto è ancora in fase di cambiamento, mutazione, trasformazione - che ha aperto generosamente le porte del teatro di Villa dei Leoni di Mira al pubblico per confrontarsi, per capire, per aggiustare, per porre delle domande, dei dubbi.

Guardo i tre danzatori in scena e percepisco un’atmosfera iniziale di circospezione, di studio da parte dei performer, sullo spazio, sul proprio movimento, sul proprio tempo (ora è più lento e titubante ora più marcato e veloce). Azioni quotidiane diventano gesti che esprimono uno stato d’animo più intenso e vogliono comunicare con forza sempre maggiore.Non riesco e non voglio nemmeno dare una logica a quello che ho visto, ma mi sono lasciata trasportare da questi movimenti, da questi tre corpi che si sono dati al pubblico senza risparmio, senza remore, senza limiti, in un crescendo di azioni che mi ha portato a vivere sulla pelle quello che loro stavano concretizzando col corpo.
Idealmente mi viene spontaneo suddividere lo studio in quattro scene, o quadri, che scandiscono dal mio punto di vista le transizioni del corpo nel movimento nell’azione e negli stati d’animo.
La “prima” scena è più statica, legata a pochissimi gesti, eseguiti dapprima in modo incerto e poi più sicuro. Percepisco la ricerca di questi spazi e di questi gesti, e la titubanza nello spazio e del movimento. I tre performer sono distribuiti in un’area ben precisa, o quasi. Marco e Amy padroni del palco, ci osservano e li osserviamo, Giorgia è quasi nascosta, infondo, movimenti impercettibili caratterizzano la sua presenza in scena che sembra quasi non voluta, quasi di “troppo”.Nella “seconda” i tre danzatori s’incontrano in un punto preciso al centro del palco, come se ci fosse un’energia catalizzatrice che li unisce – ma li lascia alla loro individualità senza mai toccarsi – generando dei movimenti quasi meccanici eseguiti in senso rotatorio nello spazio, allineandosi sia sull’intensità, sia sull’intento e sulla direzione.Nella “terza”, la più intensa, il movimento si libera, sembra come esplodere; si percepisce una volontà di lasciare andare qualsiasi cosa, è il movimento che diventa padrone dell’azione fino a lasciare il performer nudo, non solo fisicamente ma anche interiormente, e questa energia arriva diretta in platea e travolge. Mi travolge il carisma, la potenza, l’energia, come un senso di positività, di libertà, di fiducia verso un qualcosa che non so cosa sarà, verso una trasformazione che non so dove mi porterà ma il lasciare andare ogni cosa mi evoca un grande senso di libertà che è davvero coinvolgente.Nella “quarta” e ultima scena i corpi ritornano progressivamente alla calma iniziale, ma avverto un sentimento di protezione differente rispetto all’inizio. Se inizialmente potevo individuare un senso di scoperta e d’instabilità, in questi movimenti circolatori su e stessi, sul proprio corpo - mi evocano l’immagine come delle viti, dei bulloni, avvitati a poco a poco a terra - come se laddove c’è stata l’implosione fisica ora quella mentale cerca di mettere un freno e cerca protezione, sicurezza, stabilità nello spazio attraverso una chiusura fisica che è predominante.
Un primo studio, questo di Giorgia con Marco e Amy, molto interessante e intenso, che nasce da un imput iniziale grazie ai quadri di Bosch, pittore fiammingo del 500 piuttosto surreale, che porta sulla tela i terrori, gli incubi, della mente più nascosta. I tre giovani danzatori sono partiti da questo punto comune, da queste immagini usate come dei “veicoli” per poi giungere altrove, indagando principalmente nelle transizioni emotive, spaziali e d’azione.
Dopo aver visto questo lavoro la domanda che mi pongo e che vi faccio è: si possono ricreare le emozioni vissute attraverso un’azione? O è sempre dall’emozione che parte tutto e quindi cambiano anche le nostre azioni?
Molto curiosa di vedere il risultato finale!
Per chi volesse vedere il lavoro, e lo consiglio tanto, lo segnalo a Padova il 4 e 5 maggio al ridotto del Teatro Verdi per Prospettiva Danza e Teatro!

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