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Immunità naturale e protezione vaccinale: una differenza significativa

Creato il 19 marzo 2019 da Michelotto

Immunità naturale e protezione vaccinale: una differenza significativa
Questa volta voglio affrontare un aspetto poco considerato perfino dai no-vax più convinti, i quali di solito identificano nei pericolosi additivi contenuti nei vaccini il solo motivo di rifiuto, e non nella pratica vaccinale in quanto tale, accettandone così il principio base.
E' una regola quasi senza eccezioni sentire esordire il medico, lo scienziato di turno o chiunque si accinga a spiegare le ragioni del suo dissenso con la solita premessa: "Tengo subito a precisare che io non sono affatto contrario ai vaccini...", "I vaccini sono la più importante scoperta medica..." e bla-bla-bla, come a volersi cautelare da un sicuro linciaggio verbale qualora si osasse mettere in dubbio il dogma centrale che ha dato vita alla religione del vaccinismo.
E se per alcuni si tratta probabilmente di un atteggiamento ipocrita e opportunista, un cerchiobottismo (un colpo al cerchio e uno alla botte... e tutti felici e contenti) piuttosto comune in politica, certamente sono in tanti ad esserne convinti, magari perché si accontentano di una mezza verità e non hanno il coraggio o la voglia di andare fino in fondo nella delicata questione perché si potrebbe scoprire un vaso di Pandora. In fondo a chi non piace credere che è sufficiente una semplice iniezione per mettersi al riparo dalle più terribili malattie? Del resto il nostro subconscio - ed è scientificamente riconosciuto - accetta molto più facilmente quelle idee e credenze che ci rassicurano e che vorremmo fossero vere.
Immunità naturale e protezione vaccinale: una differenza significativa
Insomma, e ci tengo a ribadirlo, la vaccinazione rimane una pratica discutibile a prescindere dalla intrinseca tossicità di sostanze pericolose presenti nei famigerati farmaci immunizzanti, come metalli pesanti, nanoparticelle, formaldeide, DNA di disparate origini e quant'altro, ed è quello che mi accingo a spiegare.
Come per il penultimo post, anche questa volta mi sono ispirato ad un articolo pubblicato su "Children's Health Defense", il sito di Robert Kennedy jr., un vero faro sfolgorante nel desolante mare magnum della (dis)informazione ufficiale a base di slogan e luoghi comuni ormai triti e ritriti e senza vera base scientifica, o al massimo di studi taroccati ad arte.
Ciò che colpisce subito in qualsiasi difensore della causa vaccinale sono i troppi presupposti dati per scontati, a cominciare dal fatto che nessuno sembra mai chiedersi se interferire con uno stratagemma artificiale come un vaccino su un sistema così sensibile e sofisticato quale quello immunitario (che oltretutto nei bambini di pochi mesi è ancora in via di maturazione) non possa avere conseguenze negative magari a lungo termine (in effetti mai adeguatamente indagate), e questo nonostante il tasso di malattie croniche infantili e autoimmuni stia rapidamente crescendo (negli USA si è arrivati già al 54%!) parallelamente alla corsa alle vaccinazioni e perfino l'aspettativa di vita stia cominciando a ridursi, invertendo così una tendenza iniziata secoli fa (!!!).
Intanto è ampiamente risaputo che l'immunizzazione conferita da qualunque vaccino (quando funziona) ha durata  più o meno limitata, tanto da rendersi necessari i dovuti richiami, e pertanto non è equiparabile a quella che consegue ad una infezione naturale che è invece a vita. E già questo dovrebbe indurre a porsi qualche domanda...
Altrettanto risaputa è l'esistenza di una duplice linea difensiva con cui opera il sistema immunitario (fatto non privo di implicazioni, come stiamo per vedere), la cui mirabile complessità rimane in parte ancora da comprendere e altro non è che il risultato di un affinamento avvenuto in milioni di anni di evoluzione biologica in cui si sono succedute sfide ambientali di ogni tipo, tutti condizionamenti che lo hanno programmato a distinguere ciò che fa parte del corpo cui appartiene (self) da ciò che gli è estraneo (non-self). E' opportuno riflettere sul fatto che in tutto questo lasso di tempo ovviamente non era possibile venire a contatto con nessun tipo di espediente che avesse la presunzione di sostituirsi alle funzioni naturali, interferendo con esse, come appunto un vaccino.
Ci sono infatti una immunità aspecifica e una specifica. La prima, detta anche innata, agisce indiscriminatamente contro qualsiasi agente esterno e consiste prima di tutto in un primo baluardo costituito da barriere fisiologiche come la pelle e le mucose atte ad impedire l'ingresso di qualsivoglia sostanza indesiderata e col contributo di batteri amici (microbiota) e sostanze antimicrobiche. E non è un caso se madre natura ha dislocato il 70% del suo armamentario bellico, cioè tessuto immunitario e microbiota, proprio nei punti strategici in cui il nostro corpo si trova a più stretto contatto con l'esterno, come naso, bocca, intestino, vagina ecc. E se ciononostante qualche corpo estraneo dovesse sfuggire e penetrare entrano in azione cellule come i globuli bianchi (o leucociti), e precisamente  macrofagi soprattutto (leucociti specializzati nel fagocitare corpi estranei indesiderabili) i quali, fuoriuscendo dai vasi sanguigni in cui circolano liberamente, accorono grazie a segnali biochimici (citochine) nei tessuti periferici, cioè nel sito dell'infezione, per inglobare e distruggere il potenziale invasore. 
Si tratta di una prima linea di difesa di pronto intervento di cui tutti gli organismi evoluti sono dotati fin dalla nascita, un sistema un pò "grossolano", se possiamo usare questo termine, in quanto agisce principalmente in modo meccanico e generico nei confronti delle sostanze più comuni.
Una volta avvenuto l'incontro con l'invasore però interviene la seconda linea, quella dell'immunità specifica, definita anche acquisita o adattativa, che comprende a sua volta quella cellulo-mediata e quella umorale. Si tratta di un insieme di meccanismi coordinati che assicurano una risposta più precisa e potente caratterizzata dalla formazione di anticorpi (immunoglobuline), molecole specifiche per ogni tipo di bersaglio (i vari agenti infettivi individuabili attraverso i rispettivi antigeni) prodotte dai linfociti (un altro tipo di globuli bianchi) al fine di neutralizzarlo. Questa risposta è però tardiva, nel senso che può essere messa in atto solo dopo un primo incontro con l'agente infettivo, come già detto, quando è già intervenuta la prima linea di difesa. Serve in sostanza al sistema immunitario per conservare una memoria di quell'agente al fine di poterlo subito riconoscere ed essere pronto a puntargli contro armi specifiche nel caso se ne dovesse ripetere l'incontro.
Come si può immaginare, le due linee di difesa sono meccanismi molto complessi e sofisticati e, cosa più importante da sottolineare, lavorano in sinergia. Dato che nelle infezioni naturali batteri, virus e quant'altro invadono il nostro corpo attraverso la pelle e le mucose, è grazie al coinvolgimento di questa prima linea di difesa che si può attivare la seconda, mentre il vaccino, essendo iniettato direttamente nei fluidi corporei attraverso il muscolo, elude le naturali barriere, che così non possono informare la seconda linea, creando un cortocircuito. Quest'ultima viene dunque colta di sorpresa e impreparata, dato che una cosa del genere non si è mai verificata in milioni di anni di evoluzione, per cui la reazione sarà di disorientamento con conseguente risposta anticorpale anomala.
E più di uno scienziato è convinto che sia proprio questa risposta anomala all'origine di molti effetti indesiderati altrimenti difficilmente spiegabili, come le malattie autoimmuni, che guarda caso hanno conosciuto un incremento iperbolico negli ultimi decenni assieme a tanti altri problemi. Fra questi scienziati (considerati eretici e ovviamente per questo ignorati o denigrati dal sistema sanitario mafioso vigente), oltre al dr. Yehuda Shoenfeld, scopritore della Sindrome Autoimmunitaria/Infiammatoria Indotta da Adiuvanti (ASIA), di cui ho accennato nel penultimo post, è senz'altro da segnalare il dr. Thomas Cowan, medico naturista che nel suo ultimo libro Vaccines, Autoimmunity and the Changing Nature of Childhood Illness offre una dettagliata trattazione proprio di questo aspetto poco considerato dall'approccio convenzionale "ortodosso".
Il problema nasce dal fatto che un vaccino che contenesse solo il virus ucciso o attenuato o i suoi antigeni (gruppi molecolari che stimolano la formazione di anticorpi specifici) non darebbe luogo ad una risposta immunitaria adeguata e così vi si aggiungono adiuvanti, come l'alluminio e altro scatenando però una reazione spropositata ad ampio spettro, e perciò poco selettiva. Insomma, somministrando un vaccino  non c'è la possibilità di ottenere anticorpi diretti esclusivamente all'agente infettivo da cui ci si vuole difendere come avviene di regola, ma essi andranno probabilmente a colpire anche strutture proprie dell'organismo vaccinato dotate di alcune somiglianze biochimiche col nemico da combattere, dando origine appunto alle cosiddette malattie autoimmuni.
D'altro canto non è nemmeno sicuro che quegli stessi anticorpi proteggeranno il vaccinato: perfino i vaccinisti più intransigenti ammettono (una volta tanto, per fortuna!) che nessun vaccino è efficace al 100%, dato che c'è sempre una percentuale (che può arrivare al 10-15%, dei soggetti) che non rispondono. Insomma la risposta ad ogni vaccino varia sensibilmente da individuo a individuo sia nella intensità che nella durata dell'immunizzazione, cosa che mette il luce l'insensatezza di una procedura standard applicata a tutta la popolazione.

Ma lo sbilanciamento tra le due branche del sistema immunitario ha anche altre pesanti conseguenze, aumentando fra l'altro il rischio di cancro, che del resto sta diventando sempre più diffuso proprio nei soggetti della prima infanzia. Pochi sono a conoscenza del fatto che le malattie infettive acute tipiche dell'infanzia contribuiscono a mettere il soggetto al riparo da future patologie. Per esempio, sembra proprio che l'aver superato la parotite conferisca una certa immunità al tumore ovarico, che chi ha avuto rosolia o varicella è a minor rischio di melanoma, tumore ovarico e altri tumori, tranne quello mammario, e che il morbillo protegga contro il linfoma non-Hodgkin. Inoltre, come Cowan puntualizza nel suo libro, si può affermare che i bambini che hanno superato senza problemi il morbillo godono in seguito di migliore salute generale di quelli che non l'hanno avuto, con meno malattie cardiovascolari, artrite, allergie e malattie autoimmuni.
Del resto da che mondo è mondo si è sempre dato per scontato che il morbillo, come altre malattie infantili febbrili, fosse una malattia benigna, addirittura utile... fino alla comparsa del vaccino, che ha cambiato radicalmente la visione ufficiale di quello che altro non è che una tappa naturale dello sviluppo del bambino. Improvvisamente esso è così diventato una malattia pericolosa, un pericolo pubblico, addirittura mortale, ma solo agli occhi di chi non capisce che  se si arriva a questo è proprio perché si fa di tutto per reprimerlo (e non solo coi vaccini) finché la malattia, che tuttavia continua a covare all'interno, non esplode più violenta che mai alla prima occasione (infatti i casi più gravi si verificano proprio tra individui piuttosto avanti con l'età).
Immunità naturale e protezione vaccinale: una differenza significativa Ed eccoci così giunti a mettere il dito nella piaga: il punto cruciale è che la medicina ufficiale non capisce (o fa finta di non capire) il significato della malattia, che è sostanzialmente un meccanismo di adattamento ad una situazione critica, un voler mantenere un suo equilibrio, salvaguardando le sue funzioni più basilari anche a scapito di altre meno importanti o urgenti, evitando così il peggio. Le malattie infettive febbrili infatti non sono che una modalità dell'organismo per sbarazzarsi di tossine accumulatesi o di qualcosa in eccesso e lo fa attraverso sintomi specifici, mentre i microrganismi implicati, lungi dall'esserne la causa, accelerano il corso degli eventi.
Ma se si fa di tutto per ostacolare il processo come fa oggi la medicina moderna, interessata solo a sopprimere i sintomi, la malattia si riorganizzarà ad un livello più profondo creando le premesse per patologie sempre più gravi. Il cancro ne è un tipico esempio.
Ironicamente fra i ricercatori è cosa risaputa che in certe condizioni le infezioni virali possono far regredire il cancro, e così la ricerca si è indirizzata alla ingegneria genetica applicata ai virus per avere una nuova arma in campo oncologico. Naturalmente sarebbe più semplice e logico lasciare che i bambini si prendano il loro bravo morbillo per ottenere lo stesso risultato, invece di sforzarsi di prevenirlo dichiarando guerra alla natura, ma evidentemente tale politica non sarebbe per niente remunerativa per il sistema sanitario.
Da tutto ciò si evince facilmente che è ormai giunto il momento di dire un bel NO deciso e categorico ai vaccini. Un "no" che è una rivoluzione, perché significa anche un rifiuto del dogmatismo e dello scientismo in medicina, di una scienza prostituita al Potere e della vergognosa omertà della classe medica, politica e degli organi d'informazione: un cancro sociale per il quale non c'è vaccino che tenga.
Michele Nardella

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